Nel nuovo libro “La filosofia della Dop economy” di Mauro Rosati le DOP diventano chiave per leggere territori, comunità e nuove destinazioni turistiche italiane. 

Per capire davvero l’Italia del cibo oggi bisogna smettere di guardare soltanto il piatto.
È questa, in fondo, la sensazione che resta dopo aver letto La filosofia della DOP Economy, il nuovo libro di Mauro Rosati pubblicato da Treccani con prefazione di Umberto Galimberti.

Mauro parte dalle Indicazioni Geografiche — DOP e IGP — ma il libro non parla soltanto di certificazioni, consorzi o filiere produttive. Prova piuttosto a raccontare cosa succede quando un prodotto agricolo riesce ancora a restare legato al territorio che lo genera. E cosa accade attorno a quel legame: economia, paesaggio, identità culturale, comunità locali e, sempre più spesso, turismo.

La parte più interessante del libro forse sta proprio qui.
Nel tentativo di leggere le DOP non come semplici marchi di tutela, ma come sistemi territoriali complessi che oggi stanno cambiando il modo in cui l’Italia viene vissuta e attraversata anche dai viaggiatori.

Il cibo come geografia culturale

Mauro utilizza il concetto di “DOP Economy” per descrivere un fenomeno che negli ultimi vent’anni ha trasformato profondamente molte aree italiane. Le produzioni certificate non sono più soltanto eccellenze agroalimentari: sono diventate motori economici, strumenti di riconoscibilità internazionale e, in alcuni casi, vere infrastrutture culturali.

Dietro una forma di Parmigiano Reggiano o una bottiglia di Brunello non c’è soltanto una filiera produttiva. C’è una geografia precisa fatta di colline, allevamenti, paesi, cooperative, disciplinari, relazioni umane e paesaggi agricoli che continuano a esistere proprio grazie al valore riconosciuto a quei prodotti.

Il libro insiste molto su questo aspetto: una DOP non protegge solo un alimento. Protegge un equilibrio territoriale.

Ed è esattamente qui che la riflessione esce dall’agroalimentare ed entra dentro il turismo contemporaneo.

Il turismo del gusto non cerca più solo ristoranti

Negli ultimi anni il turismo enogastronomico italiano è cambiato radicalmente.
Per molto tempo il viaggio del gusto si è limitato alla tavola: un ristorante, una degustazione, una cantina. Oggi il viaggiatore cerca qualcosa di diverso. Vuole capire il luogo che produce quel cibo.

Non basta più bere un vino importante. Si vogliono vedere le vigne, attraversare i paesaggi, ascoltare chi lavora la terra, entrare nei caseifici, nei frantoi, nelle acetaie. In altre parole: il prodotto diventa una porta d’ingresso nel territorio.

Ed è proprio questa trasformazione che rende il libro di Mauro Rosati interessante anche per chi osserva il futuro delle destinazioni italiane.

Molte delle aree che oggi attirano turismo internazionale — langhe, Valdobbiadene, Montalcino, Modena, le colline del prosecco, i territori del Parmigiano Reggiano — hanno costruito la propria forza narrativa attorno alle filiere certificate.

Le DOP stanno diventando qualcosa di più di una tutela produttiva: sono “marcatori territoriali”, simboli capaci di orientare l’immaginario dei viaggiatori.

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Fonte: CiboVagare.it