“La filosofia della Dop economy” è uscito per Treccani lo scorso aprile. È un saggio, un manifesto e forse anche una scommessa culturale.

C’è una domanda che mi faccio ogni volta che mi trovo davanti a un prodotto DOP che magari a volte ha anche un prezzo superiore ad altri “simili”: ma chi acquista sa davvero cosa sta comprando? Sa cosa significa quel marchio, cos’è un disciplinare, quanti controlli ci sono dietro, quante famiglie ci vivono? Quasi mai.

Mauro Rosati, direttore di Fondazione Qualivita (nella foto in altro, durante la presentazione del libro, insieme a Paolo de Castro, Professore ordinario di Economia e Politica Agraria UNIBO, ndr)  e tra le menti più creative e lucide del sistema agroalimentare italiano, ha deciso che era arrivato il momento di raccontare, divulgare e far conoscere questa grande ricchezza. Lo scorso mese è uscito per Treccani il suo  libro “La filosofia della DOP Economy — Come il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro”. Trecentosettantasei pagine con prefazione di Umberto Galimberti. Non un manuale tecnico: un saggio pop, come lo definisce lo stesso autore. Un libro che prova a dare alle sigle DOP e IGP il peso culturale che si meritano.

Un concetto, tre modi per esprimerlo, un libro per approfondirlo

Rosati aveva coniato l’espressione DOP Economy già da anni, e da allora è progressivamente entrata nel lessico del dibattito internazionale sulle filiere alimentari di qualità. Il libro è la summa teorica di quel percorso: una riflessione organica su cosa sono davvero le Indicazioni Geografiche italiane, aldilà dei numeri di export e dei comunicati stampa dei consorzi.

Il volume si struttura in tre parti. La prima approfondisce la filosofia del sistema: i valori che lo strutturano, come economia, cultura, identità, comunità, istituzioni, democrazia; elementi che prendono forma nelle filiere produttive e nei territori, disegnando un modello alternativo alla standardizzazione globale del cibo.

La seconda parte è geografica: una mappa delle piattaforme produttive italiane, degli effetti concreti delle filiere DOP e IGP nei rispettivi contesti economici e sociali. Rosati recupera il patrimonio storico e culturale da cui i prodotti a Indicazione Geografica hanno avuto origine, mostrando la continuità di una tradizione che pur trasformandosi ha conservato il legame con i luoghi e con le comunità.

La terza guarda al futuro: risultati, esperienze e criticità che oggi attraversano il sistema italiano. Il rapporto con la distribuzione, la sostenibilità ambientale, il ricambio generazionale, la tenuta delle comunità produttive. L’idea conclusiva — l’architettura civile della DOP Economy — è che il valore si costruisce lungo l’intera filiera attraverso qualità del lavoro, trasparenza e radicamento territoriale.

«Una delle espressioni più significative del rinascimento agroalimentare italiano che nell’ultimo quarto di secolo ha accompagnato l’affermazione del made in Italy nel mondo.»

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Un tour che parla da solo: dai consorzi alle università

Il tour di presentazioni racconta bene le intenzioni: Ca’ Foscari a Venezia il 7 maggio, la Basilica Palladiana di Vicenza con il Consorzio dell’Asiago DOP l’8 maggio, il Salone OFF di Torino il 16 (in collaborazione con Coldiretti), il Consorzio dell’Aceto Balsamico di Modena IGP il 19, Montalcino il 21, il Consorzio del Grana Padano a Desenzano del Garda il 23. Una mappa che attraversa le filiere più importanti del paese, portando il libro direttamente nei luoghi che rappresenta.

Vale la pena notare un dettaglio: una parte dei diritti d’autore verrà devoluta all’APPIGMAC, l’associazione per la tutela dell’IGP Madd della Casamance in Senegal. Un gesto che allarga la riflessione oltre i confini italiani, verso una dimensione globale del sistema delle Indicazioni Geografiche.

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Fonte: Informacibo.it