Cucina italiana, smaltita l’euforia per il riconoscimento a patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco, gli addetti al lavori si confrontano su come capitalizzare il risultato ottenuto e trasformarlo in un motore di sviluppo economico per il sistema paese
Che cosa è la cucina italiana? «Non è un insieme di ricette» taglia corto Massimo Bottura, chef dell’Osteria Francescana. «È uno dei più grandi strumenti di diplomazia culturale che l’Italia abbia mai dispiegato nel mondo» osserva Lino Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio. «È il modo in cui un popolo ha imparato ad abitare il tempo, la fame, la festa, il dolore e la comunità» sostiene Federico Quaranta, conduttore radiofonico e televisivo.
Voci dal primo Forum internazionale della cucina italiana, andato in scena in occasione di Tuttofood, evento che ha animato i padiglioni di Rho Fiera Milano lo scorso maggio. Un appuntamento pensato per celebrare il riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, assegnato dall’Unesco a dicembre 2025. Figure diverse a confronto, chiamate a interrogarsi su come capitalizzare un risultato di indubbia importanza, raggiunto grazie al lavoro di squadra tra le istituzioni e il comitato promotore dell’iniziativa presieduto da Maddalena Fossati.
Il rischio, in verità solo in parte sventato, era che dalla celebrazione si scivolasse nell’autocelebrazione, ma il susseguirsi degli interventi ha comunque fornito un panorama di alcuni dei tanti “ingredienti” che fanno della cucina italiana un modello di riferimento. Come dimostrano i numeri snocciolati da Tommaso Nastasi, Strategy Value Creation Leader di Deloitte: «La cucina italiana vale circa il 20% dell’intero mercato internazionale del full service restaurant, cioè dei ristoranti con servizio al tavolo, per una cifra che stimiamo intorno ai 250 miliardi di euro, in crescita del 5% annuo contro il 2% di media globale».
Nastasi ha indicato come aspetti strategici su cui lavorare la capacità di fare sistema tra produzione alimentare e ristorazione – evocando un concetto di filiera che è tornato più volte nel corso della giornata – e di difendere il posizionamento del marchio Italia: «L’Italian Sounding», cioè l’imitazione del prodotto italiano, si attesta in una forchetta compresa dagli 80 ai 120 miliardi di euro, a seconda di come si fanno le stime. È in ogni caso una cifra mostruosa ed è importante chiederci con quali leve possiamo tutelarci».
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Con il panino Carpegna 1463 abbiamo venduto centinaia di migliaia di pezzi, dando volumi e visibilità alla filiera del Prosciutto di Carpegna DOP.
Luca D’Alba, General Manager Avolta Food & Beverage Italy
Grandi numeri anche per l’iniziativa Origini Edition di Autogrill, parte del gruppo Avolta, sviluppata in collaborazione con la Fondazione Qualivita per valorizzare i prodotti DOP e IGP mediante menù a rotazione. Il debutto c’è stato con il panino Carpegna 1463, farcito con il Prosciutto di Carpegna DOP; la denominazione richiama l’anno della prima testimonianza scritta relativa alla specialità marchigiana.
«Lo abbiamo lanciato prima di Pasqua – ha chiarito Luca D’Alba, Generai Manager Avolta FB Italy – e ne abbiamo venduti centinaia di migliaia di pezzi, dando volumi e visibilità a questa filiera. Siamo partiti da un panino per raggiungere una platea più ampia possibile. Il prossimo si chiamerà Andria 1931, perché in quell’anno il casaro Lorenzo Bianchino inventò la Burrata di Andria IGP».
Un’operazione ovviamente commerciale, ma con un’ambizione anche divulgativa, per sostenere e allo stesso tempo raccontare queste filiere, mediante un codice QR esposto nei 400 punti vendita Autogrill, che consente al consumatore di sapere di più delle materie prime utilizzate e della loro origine.
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Fonte: Mixer


