L’Indagine Mediobanca evidenzia la contrazione dei margini e la frenata dell’export nel 2025: l’imperativo è evolvere verso modelli più manageriali, razionali e diversificati.

Tra calo dei consumi interni e compressione dei margini, il comparto risponde puntando su managerialità, spinta della DOP economy e diversificazione dell’offerta per agganciare la ripartenza attesa nel 2026.

Il comparto vitivinicolo italiano si trova ad affrontare un profondo break strutturale. I dati emersi dall’ultima indagine sul settore vinicolo in Italia, curata dall’Area Studi Mediobanca e arricchita dal contributo della Fondazione Qualivita, tracciano il quadro di un anno complesso, il 2025, in cui il rallentamento macroeconomico e il mutamento profondo delle abitudini di consumo hanno ridisegnato i confini della competitività. Per le 255 principali società di capitali analizzate (tutte con fatturati superiori ai 20 milioni di euro e un giro d’affari aggregato di 12 miliardi), il mercato è diventato sensibilmente più rigido, selettivo e polarizzato.

Il consuntivo del 2025 fotografa una contrazione complessiva delle vendite pari al 2,8% rispetto all’anno precedente. A pesare in modo determinante è stata la frenata della domanda d’oltreconfine, con un export in calo del 3,4%, mentre il mercato interno ha mostrato una parziale tenuta pur registrando un arretramento del 2,2%. Di fronte a questa contrazione, le aziende di minori dimensioni (sotto i 30 milioni di fatturato) si sono rivelate le più fragili, pagando il prezzo più alto con una flessione media del 3,5%. Nonostante questa temporanea battuta d’arresto, lo spirito dei produttori non cede al pessimismo: il 70% delle imprese continua a ritenere il settore attrattivo, considerandolo tuttavia nel pieno di un severo e necessario processo di selezione naturale.

Leve per il futuro: diversificazione, investimenti e la spinta della DOP Economy

Come rispondono i produttori a questo scenario? La ricetta strategica individuata dalle aziende poggia su pilastri organizzativi ben definiti. La diversificazione dell’offerta è ritenuta la principale leva competitiva dal 72% delle imprese, affiancata dall’apertura di nuovi mercati di sbocco (64%) e dal rafforzamento delle attività di marketing. Inoltre, il 50% delle aziende indica nel presidio diretto dell’intera filiera produttiva e commerciale il modello organizzativo ideale per difendere il valore del prodotto.

Gli investimenti nel 2025 sono andati proprio in questa direzione, registrando un incremento complessivo del 3,5% rispetto al 2024. Le risorse sono state indirizzate principalmente verso la cantina (90% dei casi), i piani di efficienza energetica (77%) e l’introduzione di nuove tecnologie digitali e industriali (57%), mentre è arretrato il budget pubblicitario (-5,4%).

Un elemento fondamentale di stabilità e reputazione è rappresentato dalla DOP economy: il comparto dei vini DOP e IGP (che conta ben 522 denominazioni) rappresenta oggi il 79% del valore totale del vino nazionale. Le oltre 440 modifiche ai disciplinari di produzione realizzate nel quadriennio 2022-2025 dimostrano la grande reattività del sistema nel sapersi adattare alle nuove esigenze ambientali e alle richieste di consumatori sempre più attenti ed esigenti.

Guardando avanti, le sfide rimangono complesse ma le aspettative scommettono sulla ripartenza: il 58% dei maggiori produttori prevede un ritorno alla crescita delle vendite già nel corso del 2026. La bussola per il futuro è ormai tracciata: meno frammentazione, più efficienza manageriale e un’identità territoriale solida, capace di trasformare un momento di flessione in un’occasione di profondo rinnovamento e riscatto per il sistema Paese.

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Fonte: WineMeridian.com