L’indagine. I consumatori sono più sensibili all’origine. Una relazione salda tra territorio e bottiglia porta valore. Le produzioni più riconoscibili hanno un vantaggio competitivo
Il futuro del vino italiano passa sempre più dalle denominazioni e dalla capacità dei territori di innovare restando fedeli alla propria identità. Non soltanto una questione di marchio, ma piuttosto un modello economico, fondato sul rapporto tra produzione, paesaggio e reputazione. Riguarda da vicino la Valtellina, uno degli elementi più significativi che emerge dal Rapporto Mediobanca 2026 sul settore vinicolo, che per la prima volta include un approfondimento elaborato dalla Fondazione Qualivita sulla Dop economy del vino e sul ruolo dei Consorzi di tutela.
Come quello valtellinese. L’ingresso di questo focus all’interno di un’indagine tradizionalmente economico-finanziaria segnala la crescente centralità delle Indicazioni Geografiche nella lettura del comparto vinicolo italiano. Attualmente il sistema nazionale conta 522 denominazioni tra Dop e Igp e rappresenta il 79% del valore del vino italiano. Significa cioè che la gran parte della ricchezza prodotta dal settore nasce da vini strettamente legati a un’origine riconosciuta e regolata.
La novità più interessante del lavoro svolto da Qualivita riguarda però l’analisi dell’evoluzione dei disciplinari di produzione. Basandosi sui dati ufficiali del ministero dell’Agricoltura e della Commissione europea, lo studio prende in esame oltre 440 modifiche approvate tra il 2022 e il 2025 relative a più di 160 denominazioni italiane. Un dato che racconta un sistema in evoluzione. I disciplinari non sembrano, infatti, regole cristallizzate, ma strumenti destinati ad adattarsi ai cambiamenti climatici, alle esigenze del mercato e alle nuove aspettative dei consumatori.
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Fonte: La Provincia di Sondrio


