Mauro Rosati racconta come le Indicazioni Geografiche rappresentino uno degli asset più rilevanti del Made in Italy e come l’accreditamento degli organismi di controllo costituisca una infrastruttura di garanzia per imprese, mercati e consumatori.
Il rapporto Ismea-Qualivita 2025 restituisce una fotografia molto chiara del settore del cibo e del vino delle Indicazioni Geografiche nel nostro Paese: oltre 20 miliardi di euro di valore alla produzione, più di 12 miliardi di export e quasi il 19% dell’agroalimentare nazionale rappresentato da prodotti DOP, IGP e STG.
Con il Direttore Generale della Fondazione Qualivita, Mauro Rosati, facciamo un viaggio nella DOP Economy italiana: numeri, prospettive, nuove regole europee e il ruolo decisivo della certificazione accreditata nel garantire qualità e sicurezza.
L’Italia è il primo Paese europeo per numero di Indicazioni Geografiche registrate: quasi 1.000 diversi prodotti tra cibo, vini e bevande spiritose. Qual è la caratteristica specifica del modello italiano?
La DOP economy è uno dei settori italiani più dinamici: negli ultimi cinque anni è cresciuta del 25%, dimostrando resilienza anche nelle crisi come durante la pandemia. A livello macro, il valore è concentrato al Nord, ma la crescita è diffusa su tutto il territorio: in quasi ogni Comune è presente una DOP o IGP.
Rilevante la capacità di export: anche le piccole imprese dei sistemi IG presidiano i mercati esteri. La DOP o IGP è una patente che consente di crescere più rapidamente, in Italia e all’estero, per chi sa valorizzarla. Negli ultimi dieci anni sono stati registrati 72 nuovi prodotti, con una tendenza crescente verso la certificazione regolamentata, riconosciuta come garanzia.
Elemento distintivo del modello italiano sono i consorzi di tutela, un sistema che, quando funziona, genera economie solide. È un modello produttivo e organizzativo che struttura le filiere, favorisce innovazione e dialogo con le comunità, presidia reputazione, ambiente e tradizioni. Centrali sono anche qualità, tracciabilità, trasparenza e collaborazione lungo la filiera, che assicurano alle imprese maggiore stabilità sui mercati.
A livello globale, lo scenario è complesso per tutti i settori economici. Su quali leve possono contare le imprese dell’agroalimentare DOP e IGP per restare competitive?
Diciamo che il nostro vino, i nostri prosciutti, le nostre eccellenze agroalimentari dipendono molto dalla geopolitica. Può sembrare un ossimoro che il locale dipenda dal globale, ma è così: oggi il 24% del volume d’affari delle DOP e IGP è sui mercati internazionali, pari a circa 12,3 miliardi di euro al consumo. Quasi un quinto dell’export agroalimentare italiano è composto da DOP e IGP.
Le Indicazioni Geografiche nascono proprio nel contesto della collaborazione internazionale: dalla Convenzione di Parigi del 1883 fino al Regolamento europeo del 1992. Questo dimostra che, quando esistono regole condivise e riconosciute tra Stati, le IG diventano uno strumento efficace di commercio.
Quando, però, viene meno un quadro certo, come sta accadendo con la crisi delle grandi istituzioni internazionali, tutto si complica. Crescono le barriere e gli Stati tendono a chiudersi: negli ultimi cinque anni il Global Trade Alert ha registrato 57mila nuove barriere al commercio. Considerando anche il ruolo ormai indebolito del WTO, per un settore che genera valore soprattutto sui mercati esteri la situazione diventa molto complessa.
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Fonte: Magazine Qualità


