Agroalimentare, i numeri in crescita dei risultati di marchi IGP e DOP che spingono produzione e export. Dall’Expo di Milano 2015 la rivalutazione delle potenzialità italiana nell’opinione pubblica
Considerato spesso e a torto come un settore di serie B nell’economia italiana, dai tempi dell’Expo 2015 di Milano in poi, il cui tema fu “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, con il tempo l’agroalimentare si e ritagliato un ruolo di prim’ordine non solo nei numeri, ma anche nella considerazione dell’opinione pubblica.
All’interno di questo comparto, il fiore all’occhiello e il ruolo di traino appartengono alla Dop economy italiana che, secondo l’analisi del XXIII Rapporto Ismea-Qualivita, continua il suo trend positivo. Il settore, infatti, raggiunge 20,7 miliardi di euro di valore alla produzione nel 2024 (+3,5% su base annua), registrando una crescita del +25% rispetto al 2020 e contribuendo per il 19% al fatturato complessivo dell’agroalimentare nazionale. Prosegue per il quarto anno consecutivo l’aumento del comparto del cibo che con un +7,7% superasi 9,6 miliardi, mentre il vino imbottigliato si conferma stabile a 11 miliardi.
Ottimi i risultati dell’export dei prodotti DOP e IGP (Indicazione Geografica Protetta), che nel 2024 raggiunge i 12,3 miliardi (+8,2%) grazie al “doppio record” del settore cibo (per la prima volta sopra “i 5 miliardi) e del settore vino (prima volta oltre 7 miliardi).
Cresce nell’anno anche il numero di Consorzi di tutela autorizzati dal Ministero dell’agricoltura: 328 realtà attive in tutta Italia che coordinano il lavoro di 184.000 operatori dei comparti cibo, vino e bevande spiritose generando lavoro per oltre 864.000 occupati. Complessivamente, per cibo e vino, l’export cresce sia nei Paesi UE (+5,9%) che nei Paesi extra-UE (+10,4%), con gli USA primo mercato di destinazione con oltre un quinto (22%) delle esportazioni italiane DOP IGP.
Non manca un campanello d’allarme: un focus realizzato con Origin Italia evidenzia che, a ottobre 2025, il 48% delle filiere avverte gli effetti negativi dei dazi statunitensi e il 61% dei Consorzi ha avviato strategie di diversificazione dei mercati, sebbene solo uno su tre preveda un impatto significativo dei dazi nel lungo periodo.
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Fonte: La Prealpina


