Il cambiamento climatico segna una nuova geografia climatica del vino italiano e i dati suggeriscono che non sarà una semplice migrazione verso Nord.
Quando pensiamo agli effetti del cambiamento climatico sul vino italiano, la rappresentazione più immediata sembra quasi ovvia: il Sud diventerà progressivamente troppo caldo, mentre il Nord potrà beneficiare di temperature più favorevoli alla maturazione dell’uva.
Per molto tempo abbiamo immaginato il cambiamento climatico del vino come uno spostamento ordinato lungo la carta geografica: il Sud destinato a diventare troppo caldo, il Nord progressivamente favorito da temperature più miti, le coltivazioni in risalita verso quote e latitudini superiori. Una rappresentazione semplice, quasi geometrica, che i dati climatici del 2026 contribuiscono però a mettere in discussione, suggerendo una geografia assai meno lineare.
Utilizzando l’infografica realizzata dal Post sulla base dei dati ERA5-Land del programma europeo Copernicus, abbiamo confrontato le anomalie delle temperature medie mensili del 2026 in alcuni tra i principali comuni vitivinicoli italiani.
I valori, stimati su una griglia di circa 11 chilometri, sono rapportati alla media climatica del periodo 1961–1990. Per giugno 2026 il dato è parziale e aggiornato al 18 giugno. Il confronto ha pertanto un valore esplorativo e territoriale: il campione non è statisticamente rappresentativo dell’intera viticoltura italiana e la risoluzione spaziale dei dati non consente di distinguere i microclimi dei singoli vigneti.
Nel campione analizzato, tutti i comuni vitivinicoli registrano, tra gennaio e giugno 2026, temperature superiori alla media 1961–1990, con uno scarto medio complessivo di circa +2,4 °C. Il dato più evidente è una marcata differenziazione geografica: raggruppando i comuni in modo puramente descrittivo, lo scarto medio passa da circa +1,9 °C nel Sud e nelle Isole a +2,5 °C nell’Italia centrale, fino a +2,8 °C nel Nord.
Le anomalie più elevate interessano soprattutto territori settentrionali e continentali. Berbenno di Valtellina raggiunge +3,2 °C, mentre Barbaresco, Erbusco e Terlano registrano +3,1 °C. Seguono Montalcino, con +2,7 °C, e diversi comuni del Centro-Nord, compresi tra +2,4 e +2,5 °C. Al contrario, gli scarti più contenuti emergono a Marsala, con +1,6 °C, a Milo e Manduria, con +1,7 °C, a Tramonti, con +1,8 °C, e a Cirò, con +2,0 °C.
Ancora più significativi sono i picchi mensili. Berbenno raggiunge un’anomalia di +5,1 °C in aprile, Terlano +4,6 °C, Erbusco +4,1 °C e Barbaresco +4,1 °C in febbraio. Nei territori meridionali, invece, il massimo scarto si concentra prevalentemente in febbraio e rimane generalmente compreso tra +2,2 e +2,6 °C, con l’eccezione di Taurasi, che arriva a +3,5 °C.
Barolo, Barbaresco, Valdobbiadene, Erbusco e Montalcino mostrano dunque anomalie termiche particolarmente elevate rispetto alla media climatica del periodo 1961–1990. In diversi casi, lo scostamento dalla norma storica risulta più marcato di quello rilevato a Marsala, Milo, Manduria e in altri importanti territori vinicoli meridionali.
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Non sarà una semplice migrazione verso Nord
I dati del 2026 mettono in crisi l’idea che il futuro del vino possa essere descritto come un semplice spostamento delle coltivazioni dalle regioni meridionali verso quelle settentrionali.
La nuova geografia climatica del vino italiano sarà probabilmente molto più frammentata e assumerà la forma di una riorganizzazione interna dei territori: dai fondovalle ai versanti, dalle esposizioni meridionali a quelle settentrionali, dalle quote inferiori a quelle più elevate, dai suoli meno profondi a quelli capaci di conservare maggiore umidità, dalle aree interne a quelle maggiormente ventilate.
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Fonte: Intravino.com


