Dop economy, un neologismo, ormai adottato a livello internazionale, che indica i rapporti tra economia e cibo di qualità. Ne parla Mauro Rosati nel suo libro La filosofia della Dop Economy, edito da Treccani.

Il recente riconoscimento dell’UNESCO alla nostra amata cucina non è tanto un meritato traguardo, ma soprattutto un punto di partenza per dare ulteriore valore a un complesso di storie, tradizioni, professionalità di cui i piatti e le ricette sono naturale conseguenza. Dietro tutto ciò, c’è una solida realtà in cui l’aspetto economico è motore e sostegno per tutto il resto. Illuminante, in questo caso, l’interessantissimo libro, scritto da Mauro Rosati, La filosofia della Dop economy. Come il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro.

“Dop economy‘, felice neologismo coniato dallo stesso Rosati, e oramai adottato a livello internazionale per indicare i rapporti tra economia e cibo di qualità, ossia quello con le certificazioni europee Dop e Igp – laddove la prima sta a indicare prodotti di un territorio definito, nel quale sono attuate tutte le fasi di produzione, mentre la seconda certifica i prodotti originari di un territorio in cui si svolge almeno una fase del processo produttivo. Riassunti entrambi con il termine IG (Indicazioni Geografiche).

Una bella sintesi di quanto possa essere utile consolidare il sistema delle IG, e quindi della Dop Economy, l’ha fornita Marina Puricelli, docente alla Bocconi. “L identità di un prodotto IG non è proprietà esclusiva, ma un bene condiviso, da custodire assieme’, ossia tutti i protagonisti della filiera dedicata: produttori, artigiani, aziende.

Una sintesi finale suggerita da Mauro Rosati: “La Dop economy è una sorta di rinascimento alimentare, dove le IG hanno contribuito a cambiare il senso del cibo, sottraendolo alla sola dimensione della merce e del nutrimento’, così da “riportarlo dentro una trama” di storia, memoria e gusto.

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L’importanza dei Consorzi di tutela

Per certi versi, questa nuova tendenza ha avuto inizio con Expo 2015, tenutasi a Milano, “una sorta di spartiacque che ha riportato cibo e agricoltura al centro dell’attenzione, con i prodotti a certificazione IG a fare da cerniera tra le varie eccellenze che un territorio può offrire nei suoi vari aspetti di storia, paesaggio, cultura. In tale ambito emerge il ruolo centrale dei Consorzi di tutela, protagonisti nel garantire la qualità del prodotto, l’alleanza tra i vari protagonisti delle rispettive filiere: agricoltori, allevatori, trasformatori finali, che siano artigiani o aziende che hanno scelto di privilegiare qualità e tradizione rispetto alla ricerca dei grandi numeri a prescindere. Infatti, perla candidatura di un prodotto alla relativa certificazione europea, è il Consorzio a provvedere a che tutta la documentazione dei disciplinari sia puntuale e precisa, con l’emergere, però, anche delle singole”identità plurali, ossia quei “termini dialettali e toponimi che descrivono specifiche tecniche, attrezzature, fasi di lavorazione che altrimenti rischierebbero di scomparire”.

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Fonte: Civilità della Tavola