Il “Rinascimento agroalimentare” italiano passa dalla Dop economy, il direttore di Qualivita Mauro Rosati: “Oltre alla ricchezza generale del settore si deve comprendere la cultura della qualità”
C’era un tempo in cui veniva chiamata cultura materiale. Oggi trai suoi nomi c’è quello di Dop economy, e sta al centro del “Rinascimento agroalimentare” italiano. Ovvero, l’economia delle Indicazioni Geografiche, che coinvolge un sistema composto nel nostro Paese dalla bellezza di 180 mila imprese.
Dunque, un pilastro essenziale della ricchezza generata dal settore nazionale dell’agrifood, ma anche— come racconta in questo libro (con la prefazione di Umberto Galimberti) il direttore della Fondazione Qualivita e di Origin Italia Mauro Rosati — una “filosofia del cibo” a tutti gli effetti.
Il punto di svolta è stato l’Expo di Milano 2015, grazie al quale la provenienza simbolica del Made in Italy è diventata in via definitiva una leva di moltiplicazione del valore a livello globale.
Le DOP (denominazioni di origine protetta) e le IGP (indicazioni geografiche protette) hanno consacrato la dimensione comunitaria, identitaria e anche istituzionale del cibo come soft power. E hanno fatto comprendere agli operatori del settore e all’opinione pubblica l’importanza della concezione della qualità, dell’economia circolare, della biodiversità e della patrimonializzazione culturale (fondamenti della food democracy).
La cultura della qualità ha smesso, così, di essere sinonimo di pura conformità tecnica a una serie di standard per venire apprezzata nella sua complessità di sistema valoriale e processo relazionale.
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