Nel suo ultimo libro Mauro Rosati, fondatore di Qualivita, spiega come “il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro”. Decisivo è il rapporto con il territorio. Come si possono contrastare gli effetti negativi della globalizzazione

Con il suo ultimo libro sta letteralmente battendo l’Italia: conferenze, incontri nelle scuole e negli atenei, discussioni con gli imprenditori e produttori. Mauro Rosati che ormai da anni dirige la “Fondazione Qualivita” alla quale ha sputo dare continuità e dimensione nazionale garantendole continuità oltre le iniziali fortune che erano state prevalentemente senesi. Il volume La filosofia della Dop Economy, edito dalla Treccani, spiega, come è detto nello stesso sottotitolo, come il cibo di qualità “può generare cultura, comunità e futuro”. Con lui ho una lunga conversazione che qui riassumo: non c’è bisogno di formalità giacché conosco il lungo percorso che lo ha portato a questo suo più recente lavoro.

Siamo di fronte ad una nuova ondata di globalizzazione che sconvolge tante regole e anche robuste istituzioni. Questa nuova ondata chiama in causa anche il cibo e l’alimentazione con una cultura che tende sempre più a massificarsi. Proprio per questo il cibo è diventato emblema di questi cambiamenti che chiamano in causa anche i valori culturali. Proprio nell’importante introduzione al volume il filosofo Umberto Galimberti scrive:
”La globalizzazione, verso cui il mondo da vent’anni si è avviato, non incide solo sui mercati, sull’occupazione, sulla delocalizzazione della produzione, sulla circolazione delle merci, ma anche sulla qualità dei cibi sempre più indifferenziati, quindi sul gusto che evoca un’appartenenza, un reciproco riconoscimento, un’identità specifica e una memoria  una memoria individuata”.

Date le premesse, inizio con una sfilza di domande: come è stata affrontata la questione in Italia; cosa è stato fatto? Inoltre quali problemi sono oggi da ritenersi più urgenti? Le risposte sono puntuali e partono, obbligatoriamente da lontano:
“In Italia siamo stati bravi a fare tre cose fondamentali. A partire dal dopoguerra, quando il cibo era visto e vissuto come solo l’elemento di nutrizione. Attraverso anche il sistema dei prodotti DOP IGP delle indicazioni geografiche, siamo stati capaci di dare un valore simbolico al cibo, perché abbiamo costruito un potente mezzo di narrazione legato alla cultura del paesaggio”.

Mauro Rosati, nel rispondere sta di fatto ripercorrendo la trama del suo lavoro. Spiega il senso di questo lungo percorso:
”Il processo è stato guidato giustamente dai consorzi di tutela, non dalle singole aziende che lo avrebbero solo utilizzato facendone prevalentemente motivo di un’azione di marketing. La valorizzazione è invece stata fatta dalla pluralità di soggetti che avevano a che fare con il cibo, dandogli una veste più istituzionale. E’ un passaggio , questo decisivo per cogliere il senso delle mete raggiunte”.

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Fonte: Culture