Mauro Rosati, direttore di Fondazione Qualivita e autore de La Filosofia della Dop Economy, spiega perchè il futuro del vino passa da più coesione, meno egocentrismo e una nuova cultura della denominazione.
Ogni mattina, in Italia, quasi un milione di persone mette in moto un sistema produttivo fatto di oltre 180.000 imprese agroalimentari legate alle Indicazioni Geografiche. È un lavoro diffuso, spesso silenzioso, che mantiene vive nel tempo le nostre tradizioni e che rende i nostri cibi più buoni e più sicuri. Questo è l’assunto di partenza di “La filosofia della Dop economy. Come il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro”, un libro che può dare molti spunti di riflessione anche al il mondo del vino e che è stato recentemente presentato a Treviso con il supporto del Consorzio di Tutela della DOC Prosecco.
Le denominazioni rappresentano uno dei principali punti di forza del vino italiano, ma per affrontare le sfide globali serve una governance più solida e una maggiore collaborazione tra imprese. Mauro Rosati spiega perché rafforzare i Consorzi, valorizzare i territori e adottare una cultura della “coopetizione” sia oggi una priorità strategica per il settore.
L’autore è Mauro Rosati, direttore della Fondazione Qualivita e di Origin Italia, l’associazione che riunisce i Consorzi di tutela italiani delle Indicazioni Geografiche. Esperto di politiche agroalimentari e giornalista, collabora da anni con stampa e televisioni nazionali. Con lui abbiamo chiacchierato di questo importante modello, dell’importanza dei Consorzi e dei limiti del sistema vino in questo momento.
Perché ha deciso di scrivere un libro sulla DOP Economy e perché è un tema così importante oggi per il nostro Paese?
Questo libro nasce come una riflessione – per questo nel titolo uso la parola filosofia – un approfondimento su ciò che è accaduto negli ultimi 25 anni nelle filiere a Indicazione Geografica. Ho cercato di mettere insieme dati, esperienze e suggestioni maturate in base al mio lavoro di oltre venticinque anni di lavoro nel settore. Non vuole essere dunque un libro tecnico, ma un libro per mettere in luce come l’Italia agricola e artigiana, quella soprattutto delle piccole e medi imprese, abbia costruito una strategia vincente. Al contrario nello stesso periodo altri settore sono entrati in crisi – penso alla moda, all’auto – mentre le filiere DOP e IGP sono diventate il biglietto da visita con cui il nostro Paese si presenta nel mondo.
Perché ha voluto raccontare questa storia?
Perché attorno a molte delle produzioni agroalimentari si sono sviluppati valori oltre a quelli economici. La costruzione di un modello di questo genere che ruota intorno alle Indicazioni Geografiche non richiama solo il tema produttivo. Quelli che ho cercato di spiegare nel libro è che ad esempio comunità, identità, cultura, democrazia fanno parte di questo processo. I consorzi ad esempio esercitano un esercizio di democrazia quotidiana che rappresenta un aspetto fondamentale per la gestione delle filiere. Dunque, ho voluto raccontare questa storia perché rappresenta una storia nazionale e un modello che oggi vede l’Italia come punto di riferimento internazionale.
In questo ecosistema, perché sono importanti i Consorzi?
Io penso che i Consorzi di tutela gestiscano produzioni diventate sempre più importanti, che costituiscono un asset fondamentale del sistema economico italiano e che, soprattutto in alcuni territori, sono divenute tra le principali realtà economiche. Parallelamente, mettere insieme le imprese è sicuramente un aspetto positivo, che può migliorare l’economia e anche le comunità, come sostengono molte teorie sui beni comuni. Inoltre, le DOP e le IGP hanno portato un miglioramento, soprattutto nei territori un po’ più sperduti.
E il mondo del vino come se la cava?
Il 70% del valore del vino italiano rientra nelle DOP e nelle IGP. Questo è un dato che bisogna ricordare, perché spesso sembra che il vino sia legato soltanto ai grandi marchi privati. Ciò avviene perché nel mondo del vino c’è un cortocircuito: in alcuni casi, le grandi aziende tendono a operare come se fossero estranee alle denominazioni, e questo emerge da alcuni fattori. Penso ai tanti Consorzi deboli dal punto di vista organizzativo, senza bilanci adeguati a gestire le complessità, nonostante al loro interno siano presenti grandi aziende.
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Fonte: Wine Meridian.com


