Dop economy, Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura: distintività è valore da preservare. Le indicazioni geografiche tutelano e valorizzano le differenze
“In Europa emerge la necessità di ribadire e regolamentare un modello e un sistema: quello delle indicazioni geografiche, ma non solo. È fondamentale anche disciplinare il rapporto di filiera tra produzione primaria e distribuzione, in un’ottica che permetta di comprendere fino in fondo come il valore intrinseco di un prodotto, per quanto eccezionale, non sia sufficiente. Se questo valore non riesce a tradursi in valore economico lungo tutta la filiera — passando anche attraverso una riduzione dei costi di trasformazione che non comprometta la qualità — il sistema non è sostenibile.”
“Per premiare il prodotto e mantenerne elevata la qualità nel tempo, è necessario intervenire anche sull’altro lato della filiera. In questo contesto si inserisce il lavoro di Mauro Rosati, volto a costruire un sistema in forte crescita, che non è stato inventato oggi. Le indicazioni di provenienza, infatti, hanno da sempre caratterizzato i prodotti alimentari di qualità.
Già in epoca romana, ad esempio, i vini provenienti da determinate aree, sia in Italia sia fuori dai suoi confini, erano riconosciuti per le loro caratteristiche. L’indicazione di provenienza permetteva di comprenderne la qualità e di pagarli di più rispetto ad altri prodotti concorrenti, privi delle stesse proprietà attese. Un esempio emblematico è il vino Commandaria, ancora oggi prodotto a Cipro e riconosciuto come indicazione geografica: già nel Trecento vinceva concorsi a Parigi grazie alla sua storia, alla sua origine e alle sue caratteristiche produttive. Un altro esempio importante è quello della Toscana, dove già nel 1716 Cosimo III de’ Medici definì, attraverso appositi bandi, i confini dell’area del Chianti, stabilendone le regole di produzione e contribuendo alla sua valorizzazione.
Oggi questo sistema ha compiuto un salto di qualità, anche se in passato è stato spesso deriso o osteggiato da chi riteneva che la soluzione fosse rendere il cibo indistinto. Secondo questa visione, in nome di un presunto principio democratico — “cibo per tutti” — si finisce per trascurare un elemento fondamentale: la qualità. Rendere il cibo indistinto comporta sì una riduzione dei costi di produzione e distribuzione, ma produce anche un effetto negativo, ovvero la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
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Fonte: Agricolae.eu


