La crisi climatica sta ridisegnando la mappa agricola italiana, aprendo nuovi territori ad alcune colture e rendendo più ostici quelli in cui sono cresciute per secoli. Ma non sarà un semplice «trasloco» verso Nord o altro: ecco alcuni scenari possibili secondo gli esperti.

Un vigneto sopra i mille metri sulle Alpi. Olivi dove fino a pochi decenni fa gli inverni erano troppo rigidi per coltivarli. E, più a Sud, pomodori messi alla prova da estati sempre più calde e dalla scarsità d’acqua. Il cambiamento climatico sta ridisegnando anche la geografia del cibo italiano. Non sarà un semplice trasloco da Sud verso Nord e non avverrà da un giorno all’altro. Per vite e olivo la direzione è visibile salendo di latitudine e di quota. Per il pomodoro da industria la sfida è diversa: continuare a produrre nelle grandi aree della Pianura Padana e del Mezzogiorno con temperature più alte e meno acqua a disposizione. Il 2050 è più vicino di quanto sembri. La domanda, dunque, non è solo dove coltiveremo domani, ma anche cosa dovremo cambiare per continuare a coltivare ciò che oggi consideriamo italiano. Ne abbiamo parlato con due esperti, Carlo Andreotti e Davide Cammarano.

La vite sale di quota

La vite è uno degli indicatori più immediati del cambiamento in corso. Temperatura e disponibilità d’acqua determinano maturazione dell’uva, acidità, zuccheri, aromi e quindi anche lo stile del vino. Uno studio pubblicato nel 2024 su Atmosphere ha analizzato come potrebbero cambiare le condizioni bioclimatiche della viticoltura nazionale fino al 2080. Il quadro mostra una progressiva trasformazione delle fasce climatiche. Il fenomeno si fa evidente sulle Alpi. In Alto Adige, dove oggi i vigneti arrivano fino a circa mille metri di altitudine, l’aumento delle temperature può rendere più adatti alla vite territori oggi troppo freddi. Persino aree oltre i mille metri potrebbero diventare più favorevoli alla coltivazione. Salire, però, non significa trovare nuovo terreno disponibile. «Si crescerà in altitudine, ma lo si dovrà fare in maniera accurata, consapevole, basata su solide informazioni tecniche e non sarà un passaggio a costo zero», puntualizza subito Carlo Andreotti, docente alla Libera Università di Bolzano.

Il problema sono in particolar modo gli eventi estremi. Una gelata primaverile può arrivare proprio nella fase più delicata dello sviluppo della pianta, rendendo rischiosi investimenti importanti. «Se i tempi di ritorno di eventi estremi, come le gelate primaverili appunto, diventano troppo brevi, chi fa un investimento di centinaia di migliaia di euro può trovarsi nella condizione di non poter più considerare quell’investimento possibile o remunerativo», chiarisce ancora. La viticoltura del futuro, dunque, sarà anche una questione di tecnologia: sistemi di protezione, gestione della chioma, irrigazione di soccorso, portinnesti, nuove varietà e capacità di leggere con maggiore precisione il rischio.

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L’olio va verso Nord

Se la vite sale, l’olivo si muove verso Nord e quote maggiori. Il CREA considera l’olivo un importante «bio-indicatore» dell’evoluzione del clima mediterraneo. Proprio secondo le elaborazioni del Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria, negli anni Duemila le aree climaticamente utilizzabili per l’olivicoltura rappresentavano circa il 39 percento dell’area mediterranea; potrebbero arrivare a circa il 50 percento nel 2050. L’espansione interessa soprattutto altitudini maggiori nell’Italia centrale e latitudini più settentrionali, comprese le province di Treviso e Pordenone.

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Spostare il pomodoro? Non è così semplice

Se al Sud farà troppo caldo, coltiveremo il pomodoro più a Nord? «Per le colture annuali il discorso è un po’ diverso», spiega Cammarano che aggiunge: «Si può anticipare la semina o il trapianto, cambiare varietà e utilizzare genotipi più resistenti al caldo o alla siccità. Anche l’agricoltura di precisione può aiutare a distribuire acqua e altri input soltanto dove e quando servono. Sul pomodoro alcune aziende stanno già lavorando per sviluppare genotipi più resistenti alle temperature elevate e alla siccità. La scienza sulla fisiologia delle piante annuali si muove molto velocemente». La genetica può quindi diventare una delle chiavi dell’adattamento, ma non è una bacchetta magica: «Possiamo cambiare la data di semina, per esempio anticipandola. Se, però, le temperature invernali non scendono più sotto a determinate soglie o arrivano ritorni di freddo, quella strategia potrebbe non essere ottimale. Il nostro studio, del resto, fotografava soprattutto cosa potrebbe accadere mantenendo genotipi e tecniche attuali. L’agricoltura del 2050 sarà probabilmente diversa».

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Fonte: Cook – Corriere della Sera