Dazi, guerre, sovrapproduzione. Dopo anni di tumultuosa crescita il Piemonte ora teme la crisi: il mercato del vino è saturo e crolla il prezzo dell’uva. «Ormai lavoriamo in perdita».
Alle sette di venerdì sera Sandro Vico sta ancora trinciando tra i filari nella sua vigna a Castel Boglione, nell’Astigiano. «Ho 66 anni, lavoro questa terra da quando ne avevo 14. Mio padre ci ha passato la vita, mio nonno pure e così il mio bisnonno. Mio figlio ha deciso di fare altro e non lo biasimo: perché mai dovrebbe lavorare in perdita e indebitarsi?». Dopo anni di tumultuosa espansione il vino piemontese – e non solo – arranca.
Sembrava una crescita inarrestabile e illimitata. Ora non sono in pochi a chiedersi se stia per esplodere una bolla. È successo tutto in poco tempo: i dazi americani hanno colpito il primo mercato d’esportazione, con la Russia si lavora sempre meno, chi scommetteva sul Medio Oriente fronteggia un’altra guerra. In generale il mercato è saturo: le cantine sono piene, i magazzini anche. Per chi produce i costi sono lievitati: gasolio, energia, fertilizzanti. Stiamo lavorando in perdita, il 20-30%. Ci stiamo mangiando quanto messo da parte in anni».
Dal suo ufficio di Alba, dove da 25 anni commercia vini, Paolo Repetto si è fatto un’idea piuttosto chiara: «Attraversiamo una fase di forte rallentamento dal punto di vista commerciale. Le cantine – dei bevitori e dei produttori – sono piene. Tanti nodi stanno venendo al pettine a cominciare dall’eccesso di offerta: troppi produttori. E bottiglie vendute a prezzi eccessivi». Una sorta di ingordigia collettiva, spinta dalle moltitudini di visitatori sulle colline Unesco (1,6 milioni lo scorso anno), da un`abile strategia di marketing capace di attrarre turisti ad altissima capacità di spesa su cui edificare un modello di business: resort di lusso, esperienze esclusive, prezzi sostenuti.
Ma ora che il mercato non promette più crescita illimitata tutti tirano il freno. E il sistema si è inceppato. A cominciare dalla base, i prezzi dell’uva, che dovrebbero tenere a galla i 33 mila produttori piemontesi. Tre anni fa un chilo d’uva destinato a diventare barolo veniva pagato fino a 4,30 euro al produttore; l`ultimo dato disponibile dice 2,70 euro al chilo. La barbera d`Alba è passata da 1,72 a 1,18 euro. L`uva da nebbiolo ha dimezzato il proprio valore: da 2,09 a 1,05 euro al chilo. Quella per vini meno pregiati ma molto diffusi, dalla barbera d’Asti al dolcetto al grignolino, non vale quasi più nulla: da 50 a 70 centesimo al chilo; appena tre anni fa veniva pagata intorno all’euro.
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Fonte: La Stampa


