Il Senato americano torna a sostenere l’uso dei cosiddetti “nomi comuni” per i formaggi, riaprendo lo scontro con l’Europa sulle denominazioni d’origine. Al centro, il valore delle DOP italiane e la tutela della loro identità
La sfida tra formaggi italiani e statunitensi non si gioca più soltanto sui tavoli di assaggio, ma anche sul terreno, molto più delicato, della politica commerciale internazionale. Dopo il confronto agli International Cheese & Dairy Awards di Stafford, dove la Nazionale italiana Formaggi di CheeseItaly ha ottenuto un risultato significativo nel rapporto tra prodotti iscritti e premiati, il dibattito si è spostato negli Stati Uniti, dove torna centrale il tema dei cosiddetti “common names”, i nomi ritenuti generici dall’industria americana e invece legati, per l’Unione europea, a precise identità territoriali e produttive. L’edizione 2026 dell’ICDA si è svolta a Stafford dal 24 al 26 giugno.
Al centro della discussione c’è l’iniziativa legislativa statunitense nota nel dibattito di settore come prosecuzione della battaglia avviata con il SAVE Act e rilanciata nel 2025 con il SAFETY Act – Safeguarding American Food and Export Trade Yields Act. Il testo, introdotto al Senato il 1° aprile 2025, punta a preservare i mercati esteri per i prodotti commercializzati con “common names” e affida al Governo statunitense il compito di difendere questo diritto nei negoziati commerciali internazionali.
La portata del provvedimento è rilevante per il settore lattiero-caseario europeo e in particolare per quello italiano. Tra i nomi che il testo considera utilizzabili come “comuni” compaiono infatti Asiago, Fontina, Gorgonzola, Grana, Parmigiano, Pecorino, Ricotta e Romano, accanto ad altri termini legati all’agroalimentare come Bologna, Mortadella, Prosciutto e Salami. Il disegno di legge prevede inoltre che il Segretario all’Agricoltura coordini le proprie azioni con lo USTR, il rappresentante statunitense per il commercio, per assicurare ai produttori americani la possibilità di usare tali denominazioni sui mercati esteri.
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La questione non è soltanto giuridica. È economica e riguarda direttamente la tenuta delle filiere certificate. Secondo il XXIII Rapporto Ismea-Qualivita, la Dop economy italiana ha raggiunto nel 2024 un valore alla produzione di 20,7 miliardi di euro, con un peso pari al 19% del fatturato agroalimentare nazionale. Il comparto dei formaggi DOP e IGP è uno degli assi portanti di questo sistema: nel 2024 ha registrato una crescita del +10,5%, mentre l’export dei prodotti DOP IGP ha raggiunto 12,3 miliardi di euro, con gli Stati Uniti primo mercato di destinazione per le esportazioni italiane certificate.
Fonte: Ruminantia.it


