L’intesa firmata da von der Leyen apre alla possibilità di utilizzare i marchi DOP e IGP in via transitoria: I produttori si dividono

Un periodo transitorio di dieci anni per arrivare al divieto di export del prosecco made in Australia, che non potrà più utilizzare questa denominazione. Il compromesso raggiunto nell’accordo di libero scambio con l’Unione europea non ha soddisfatto tutti i produttori.

Anzi, c’è chi, come Giacomo Ponti, presidente di Federvini, parla di «occasione persa» per affermare l’unicità delle nostre IG.

«Le copie basano la loro competitività sul prezzo: quando sullo stesso scaffale sono accanto ai nostri prodotti creano confusione nel consumatore», rileva Ponti. Eppure persino Coldiretti, che da anni periodicamente pubblica dati su quanto il made in Italy perde a causa dell’italian sounding, ha accolto l’intesa Ue-Australia come «una spinta importante per l’export agroalimentare tricolore», pur ribadendo che «occorre rafforzare la tutela delle nostre eccellenze».

In realtà il riconoscimento delle Indicazioni Geografiche, formalizzato a livello europeo solo nel 1990, ma che affonda le sue radici in tradizioni produttive secolari, è un effetto “collaterale” positivo per la Ue dei trattati di libero scambio firmati affannosamente uno dietro l’altro negli ultimi mesi dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, per trovare vie alternative all’export dopo la guerra dei dazi scatenata dal presidente Usa Donald Trump. Il sistema europeo di DOP e IGP, che si calcola valga 75 miliardi di euro in ricavi annuali, ha “copie” in tutti i Paesi d’oltremare dove esistono forti comunità di origine europea.

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Fonte: La Repubblica