Cucina italiana. Con esportazioni pari a 1 miliardo, il Sol Levante è il dodicesimo Paese nella lista dei mercati food & beverage. Mascarino (Federalimentare): «Completare l’accordo nippo europeo»

Da bambino amavo molto il bonét, dolce tipico piemontese che mi preparava mia nonna. Nessuno in famiglia sapeva farlo come lei. Per molto tempo ne ho assaggiati tanti, ma nessuno che si avvicinasse a quello di mia nonna. Poi improvvisamente, diversi decenni dopo, ne ho trovato uno uguale, identico a quello che faceva mia nonna. E sai dove? In un ristorante di Tokyo». Nell’episodio raccontato qualche tempo fa dal celebre vignaiolo piemontese, Angelo Gaja c’è molto del grande appeal che la cucina italiana ha in Giappone.

Tiramisu e pasta alla carbonara vengono riprodotte sempre più fedelmente mentre a Napoli sono frequenti gli apprendistato di pizzaioli giapponesi per riproporre in patria la vera pizza napoletana.

Tuttavia, tutta questa attenzione, se non vero amore, per la cucina made in Italy non si traduce in una parallela crescita delle esportazioni di prodotti alimentari italiani verso il Sol Levante. Secondo i dati dell’ufficio studi di Federalimentare, l’Italia nel 2025 ha esportato in Giappone food & wine per poco meno di un miliardo di euro (924 milioni) a fronte di importazioni alimentari dal Giappone per 19,6 milioni. Al primo posto nell’export italiano il vino con un giro d’affari di 181 milioni, seguito dalle conserve (137), da oli e grassi (124), formaggi (119) e pasta (87).

Un fatturato che nel complesso è aumentato del 27% rispetto al 2015. Una percentuale che, però, è inferiore alla media dell’export alimentare italiano che nello stesso arco temporale è cresciuto nel mondo del 108%. Per effetto di questi numeri il Giappone rappresenta oggi il dodicesimo sbocco estero per l’alimentare italiano e la sua incidenza sul totale è passata dal 2,4% del 2015 all’1,6% del 2025. E questo nonostante sia in vigore dal 2019 un importante accordo commerciale tra Ue e Giappone.

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L’accordo del 2019 ha abbattuto una parte rilevante delle barriere tariffarie, ma per l’agroalimentare il lavoro non è ancora concluso. Per alcune categorie restano infatti contingenti tariffari e periodi transitori di riduzione dei dazi. A questo si aggiungono barriere tecniche e sanitarie, procedure di accesso complesse e un sistema distributivo articolato e costoso. In più, negli ultimi anni, la forte debolezza dello yen ha reso relativamente più cari i prodotti importati dall’Europa.

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Fonte: Il Sole 24 Ore