Il Rapporto Valoritalia 2026 evidenzia un’importante concentrazione lungo la filiera vitivinicola: un dato che offre lo spunto per riflettere sul rapporto tra dimensione, rappresentatività e competitività.
Lo scorso 16 giugno è stato presentato l’Annual Report 2026 di Valoritalia, nell’appuntamento annuale con cui l’organismo di controllo e certificazione del vino a denominazione offre una fotografia aggiornata dello stato di salute del settore. Alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, consorzi di tutela, aziende e stampa specializzata, l’incontro ha fornito come di consueto, importanti dati e spunti di riflessione sul comparto.
Tra i dati di Valoritalia che meritano una riflessione più ampia, perché aiutano a leggere una delle caratteristiche più identificative del vino italiano, vi è quello dell’elevato grado di concentrazione del settore: le prime 5 imprese imbottigliatrici realizzano il 18,7% del fatturato, in termini di volumi; le prime 40 aziende raggiungono il 55,5% dei volumi imbottigliati. Sul fronte gestionale la concentrazione genera massa critica, capacità di investimento, maggiore presenza sui mercati e forza contrattuale. È un fenomeno che, come ha sottolineato Francesco Liantonio, presidente di Valoritalia, interessa le imprese, ma anche gli organismi di rappresentanza e le denominazioni.
Per quanto riguarda i Consorzi, i primi 20 per volumi di produzione rappresentano il 78,4% del totale della produzione certificata da Valoritalia; a livello di denominazioni, le prime 20 per volumi di produzione rappresentano l’86% della produzione certificata. Nell’analisi del presidente il grado di concentrazione, e quindi di dimensione, si accompagna a una maggiore rappresentatività e quindi efficacia, delle aggregazioni.
La concentrazione del settore riguarda quindi l’intera filiera, non solo il comparto produttivo, e sembra premiare quei sistemi capaci di raggiungere una dimensione adeguata per affrontare contesti sempre più complessi, competitivi e internazionali. Non è difficile comprenderne le ragioni: più ampia è la base produttiva, maggiori sono le risorse disponibili per attività di promozione, ricerca, organizzazione e presidio dei mercati; la dimensione, in molto casi, è la condizione che permette di generare altro valore aggiunto.
E’ un fenomeno, quello della concentrazione, che può sembrare in contrasto con l’evidenza strutturale del mercato italiano, che, stando al solo sistema Valoritalia, annovera 48 DOCG certificate, 136 DOC, 35 IGT e 89.000 operatori inseriti nel sistema dei controlli, tra viticoltori, vinificatori e imbottigliatori; e che pone una domanda cruciale: come può un sistema, come quello del vino italiano, strutturalmente fondato sulla pluralità delle identità territoriali e sulla parcellizzazione dell’offerta vivere, distinguersi e svilupparsi, se a vivere meglio sono le grandi concentrazioni?
Le piccole e medie aziende rappresentano l’ossatura del sistema, custodiscono territori, tradizioni, vitigni e paesaggi, contribuendo in modo determinante alla reputazione internazionale del Made in Italy; il 75% delle imprese italiane ha una produzione che non supera le 67.000 bottiglie.
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Fonte: Wine Meridian.com


