Il comparto alimentare vale il 20% del Pil nazionale, preoccupano calo dei consumi e tensioni geopolitiche: fondamentale l’accordo Mercosur e le intese multilaterali con la Cina.

Tra tensioni geopolitiche, crisi energetica e l’impatto dei cambiamenti climatici, il settore agroalimentare italiano naviga in acque piuttosto agitate, ma mostra i segni di una resilienza che fa ben sperare. In uno scenario da “tempesta perfetta” inasprito dal conflitto mediorientale, la competitività di questo asset strategico per il nostro Paese non è diminuita.

Anzi, i dati elaborati dalla Community Food and Beverage di The European House-Ambrosetti confermano la crescita di un comparto che nel 2024 ha raggiunto un fatturato record da 270 miliardi di euro (di cui oltre settanta riconducibili all’ambito agricolo e 193 all’industria) e 18 miliardi in investimenti. Risultati frutto di un’evoluzione costante del mercato nell’ultimo decennio, che neanche i dazi Usa sono riusciti a invertire. Come dimostra l’altro record storico relativo all’export agroalimentare, che nel 2025 ha superato i 70 miliardi.

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Sulle esportazioni, l’impatto dei dazi nel corso dell’ultimo anno non ha impedito risultati positivi ma ha scosso l’Europa, accelerando la chiusura di importanti accordi commerciali oltre al Mercosur e alle intese multilaterali con la Cina su cui si sta discutendo.

Il fronte più critico resta invece quello dei consumi, in grado di influenzare lo sviluppo del comparto ma stagnanti da una decina d’anni per effetto dei salari reali rimasti negativi e di un potere d’acquisto che fatica a recuperare il terreno perso. Il picco inflativo sui beni alimentari è più alto rispetto all’indice generale dei prezzi e a soffrire sono per lo più le famiglie meno abbienti, che si mostrano per questo più attente.

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Fonte: Avvenire