Le imprese toscane hanno 5,6 milioni di ettolitri stoccati, l’equivalente della raccolta di un anno. Dazi, crisi, gusto dei giovani tra le cause del vino invenduto: male i rossi, si tenta la strada degli spumanti. I Consorzi di tutela costretti a tagliare la vendemmia del 20%.
È come se un’intera vendemmia fosse in giacenza, quasi 740 milioni di bottiglie. Sono quasi 5,6 i milioni di ettolitri di vino ‘fermi’ in Toscana a fine giugno 2026, cifra simile a dodici mesi prima, mentre nel novembre 2019, poco prima del Covid, erano 4,4.
Mentre in alcune zone è già partita la vendemmia, per alcuni grandi Consorzi della Toscana la quantità di uva raccolta per ogni ettaro viene ridotta di circa il 20%, come concordato con la Regione Toscana. I numeri sulle bottiglie invendute arrivano da Cantina Italia, portale del Ministero dell’Agricoltura.
Il quadro per i rossi toscani, specie tra Pisa e Firenze, non è molto positivo: tra i vini Dop o Igp italiani in giacenza, la denominazione Toscano o Toscana è terza (4,3% del totale, circa 1,6 milioni di ettolitri) e il Chianti è quarto (3,4% e 1,4 milioni di ettolitri), numeri quasi uguali al 2025 ma in rialzo rispetto al pre-Covid.
Come detto, in vista della vendemmia la giunta toscana ha approvato le deliberazioni dei Consorzi, andando verso una riduzione delle cosiddette ‘rese’ (la quantità di uva raccolta per ettaro di vigneto) del 20% sia per l’Igt che per le produzioni Doc.
Per l’assessore regionale Leonardo Marras, «programmare è più efficace che rincorrere le emergenze».
«Abbiamo chiesto che per la vendemmia 2026 la resa prevista dal disciplinare venisse abbassata del 20%, lo hanno chiesto anche Chianti, Chianti classico, Brunello di Montalcino. Questo è per contenere le disponibilità» sono le parole di Stefano Campatelli, direttore del Consorzio Vino Toscana, che da poco ha ottenuto l’’erga omnes’ per la promozione e la tutela della Toscana Igt. «Ci sono situazioni di giacenze al momento, c’è un po’ di difficoltà sul mercato» continua Campatelli, secondo cui quel che non aiuta le esportazioni «è il momento di incertezza nazionale e globale».
L’incertezza si ripercuote anche sui consumatori «sia per l’inflazione sia per l’aumento dei costi che frenano gli acquisti del vino e lo tolgono dal carrello della spesa». C’è anche un cambio nelle abitudini dei consumi, i giovani bevono meno vino rosso e il calo porta a far calare prezzi «e con l’abbassamento tante aziende soffrono». Per il Consorzio Vino Toscana è la prima volta che si arriva a questo calo, spiega il presidente Cesare Cecchi: «La produzione media rimane sempre minore rispetto al massimale. Più che di invenduto però parlerei di stoccaggio, perché il vino non ha scadenza a breve». La crisi preoccupa ma per Cecchi «sono momenti in cui le aziende riescono a trovare nuove strade» come per esempio gli spumanti.
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Fonte: La Repubblica – Firenze


