Dal Food&Science Festival di Mantova, un viaggio tra territorio, produzioni e certificazioni per capire come DOP e IGP contribuiscono a valorizzare e tutelare le eccellenze agroalimentari italiane.

Quando si parla di Made in Italy alimentare, il pensiero corre subito a pasta, olio extravergine di oliva, pizza, vino e a quella straordinaria varietà di prodotti che ha contribuito a costruire nel mondo l’immagine della cucina italiana. Ma che cosa significa davvero “Made in Italy” quando si parla di cibo? E soprattutto, come possiamo riconoscere un prodotto realmente italiano?

La questione è stata al centro della decima edizione del Food&Science Festival, che si è svolto a Mantova lo scorso maggio. Oltre 140 ospiti e un fitto programma con più di 150 appuntamenti tra incontri, laboratori e spettacoli dedicati al rapporto tra scienza, agricoltura, alimentazione e società. Tra i temi affrontati anche il valore del Made in Italy agroalimentare, con l’intervento di Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia – l’associazione che riunisce i consorzi di tutela delle produzioni agroalimentari DOP e IGP a indicazione geografica – che ha raccontato il rapporto tra produzioni, territorio e valorizzazione delle eccellenze italiane, affermando che “non tutto ciò che richiama l’Italia su una confezione è necessariamente Made in Italy”. Vediamo perché.

La dicitura “Made in Italy”, ovvero “fatto in Italia”, non significa necessariamente che le materie prime utilizzate siano di origine italiana. L’origine di un alimento e quella dei suoi ingredienti, infatti, non sempre coincidono e sono soggette a regole specifiche. Per capire da dove provengono il prodotto e, quando previsto, le sue materie prime, occorre quindi andare oltre richiami, immagini e colori presenti sulla confezione e leggere con attenzione l’etichetta, verificando le indicazioni di origine riportate per quella specifica categoria di alimento.

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Dop e Igp, quando il territorio diventa una garanzia

Se l’origine rappresenta uno degli elementi centrali del made in Italy, le denominazioni DOP e IGP offrono un ulteriore livello di tutela e tracciabilità. L’acronimo DOP significa “Denominazione di Origine Protetta”, mentre IGP sta per “Indicazione Geografica Protetta”. Entrambi identificano prodotti legati a una determinata area geografica e sottoposti a regole precise stabilite da un disciplinare. La differenza riguarda soprattutto il rapporto tra prodotto e territorio. Come ha spiegato Baldrighi, “un prodotto, per ottenere riconoscimento IGP o DOP, deve rispettare un disciplinare che varia a seconda dei prodotti ma che deve essere validato da un ente certificatore”.

Per ottenere una certificazione DOP, le fasi di produzione, trasformazione ed elaborazione devono svolgersi nello specifico territorio indicato e le caratteristiche del prodotto devono essere essenzialmente o esclusivamente legate a quel particolare ambiente geografico. . Nel caso delle IGP, invece, è sufficiente che almeno una delle fasi si svolga nell’area geografica di riferimento.

Le due diciture non sono solo marchi utilizzati per valorizzare un alimento, ma sistemi che definiscono regole precise sulla produzione, sulle materie prime, sulle tecniche utilizzate e sui processi di conservazione, con controlli affidati agli organismi di certificazione. È anche attraverso strumenti di questo tipo che il territorio diventa parte integrante dell’identità di un alimento.

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Fonte: Il Giornale del Cibo