Gli operatori coinvolti nelle filiere certificate DOP e IGP della Sardegna sono 18.757, quasi 16mila nel comparto cibo. È la fotografia di un sistema già importante ma con margini di crescita ancora ampi.

La Sardegna ha prodotti che non hanno bisogno di presentazioni. Il problema, semmai, è riuscire a trasformare notorietà e legame con il territorio in valore economico certificato. E qui che si gioca una delle partite più importanti per l’agroalimentare isolano: passare dalla semplice riconoscibilità alla tutela ufficiale, con regole, controlli, tracciabilità e filiere capaci di stare sul mercato.

Perché una Dopo una Igp non è soltanto un marchio da mettere in etichetta. I dati più aggiornati forniti dal rapporto Ismea-Qualivita 2025 dicono che nell’isola ci sono 42 Indicazioni geografiche tra cibo e vino: 9 denominazioni agroalimentari e 33 vitivinicole.

Nel 2024 il sistema Dop-Igp sardo ha generato 548 milioni di euro, il 18 per cento del valore dell’agroalimentare regionale preso in esame dal rapporto Ismea-Qualivita. Un risultato importante, anche se in calo del 6,5 per cento rispetto all’anno precedente.

Il cibo vale 405 milioni, il vino 143

La Sardegna è undicesima in Italia per impatto economico complessivo delle denominazioni, ma sale al sesto posto nel solo agroalimentare. Poche denominazioni rispetto alle regioni più forti, dunque, ma alcune con un peso economico rilevante. Il valore si concentra soprattutto nel Sassarese, con 193 milioni di euro, seguito dal Sud Sardegna con 138, dal Nuorese con 134 e dall’Oristanese con 77.

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Fonte: La Nuova Sardegna

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