Libro Bianco del Mimit sulla politica industriale: 5 milioni le imprese, 1100 miliardi di valore aggiunto, 19 milioni di addetti. Terzi al mondo nell’export di beni ad alta specializzazione. L’agroalimentare supera i 660 miliardi di fatturato con l’aiuto del turismo enogastronomico. I nodi della burocrazia e della fuga di 900mila “cervelli” in 10 anni.
Il made in Italy, con un fatturato da 4.120 miliardi, doppia quasi il Pil. Si poggia su produzioni di eccellenza – pari al 10 per cento del totale manifatturiero – che sul fronte dei volumi di export sono precedute soltanto da Giappone e Cina. Garantisce al sistema Paese alte quote di valore aggiunto e di occupazione. E, se non bastasse ancora, è primo in Europa nell’economia circolare.
Di converso, paga i «limitati investimenti in ricerca» (1,4 per cento del Pil), il nanismo dimensionale, gli alti costi per energia e materie prime, il «deficit di capitale umano e finanziario», il peso degli oneri burocratici pari a 80 miliardi all’anno per le Pmi.
Questa è la fotografia che fa della produzione nazionale – al netto della parte finanziaria, dei servizi o della difesa – il ministero della Imprese del Made in Italy in un Libro Bianco (“Made in Italy 2030”), curato dallo stesso ufficio studi del dicastero guidato da Adolfo Urso dopo una consultazione che ha coinvolto organi istituzionali, associazioni di categoria, sindacati ed economisti.
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Agrifood
Tra le regine delle filiere c’è l’agroalimentare. Settore che comprende produzione di macchinari, trasformazione Industriale, logistica e distribuzione all’ingrosso e al dettaglio, registra – anche grazie alle sinergie con il turismo enogastronomico– un fatturato superiore ai 660 miliardi di euro, prodotto da circa 791 mila imprese attive con oltre 3 milioni di occupati.
«È inoltre uno dei settori di punta del l’export italiano, con 80.7 miliardi di euro di esportazioni nel 2024» e in Europa è primo per valore aggiunto-140,8 miliardi – davanti a Francia e Spagna. Sconta l’elevata frammentazione in alcuni comparti specifici e l’alta incidenza dei costi della logistica.
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Fonte: Il Messaggero


