Azzerata la crescita dell’export agroalimentare. Le strade per resistere a guerre e dazi: innovazione e piani strategici UE

C’è un luogo molto vicino a noi per capire quanto la geopolitica sia entrata nelle nostre vite: il carrello della spesa. Trump che impone un dazio dalla Casa Bianca, una nave che evita lo Stretto di Hormuz o un missile che colpisce un porto ucraino non sono solo un fronte della terza guerra mondiale a pezzi. Prima o poi diventano una voce nei costi di un pastificio, di un caseificio, di un allevamento. E da lì arrivano fino al piatto in cui mangiamo.

L’agroalimentare italiano, per ora, resiste.

Nel 2025 l’export ha raggiunto il record di circa 73 miliardi di euro, confermando il settore come primo comparto manifatturiero italiano. Ma il vento sta cambiando. Nel primo semestre 2026 la crescita delle esportazioni agroalimentari si è fermata allo 0,6%, contro il +5% del 2025. Il segno è ancora positivo, ma siamo a uno “zerovirgola”.

A rallentare, inevitabilmente, sono soprattutto gli Stati Uniti, un mercato da 8 miliardi di euro per il cibo italiano. Ma un mercato zavorrato dalla battaglia commerciale di Trump. Vino, formaggi, olio, pasta e salumi hanno un forte valore aggiunto, ma proprio per questo sono più esposti quando il prezzo finale aumenta.

«C’è un’incertezza drammatica che attraversa tutte le imprese», osserva Paolo De Castro, ordinario di Economia e Politica Agraria all’università di Bologna, presidente di Nomisma e una vita all’Europarlamento a occuparsi del settore primario.

L’incertezza ha un effetto immediato: frena gli investimenti proprio nell’era della rivoluzione dell’intelligenza artificiale. I fertilizzanti, dopo gli shock degli ultimi anni, sono arrivati a costare il doppio rispetto ai livelli precedenti. Energia, carburanti, trasporti e materie prime aggiungono pressione sui margini.

Se Hormuz significa soprattutto stangata sui costi di produzione, l’Ucraina ha mostrato l’altra faccia della vulnerabilità: materie prime e rotte commerciali.

La guerra ha costretto l’Europa a riorganizzare i flussi di cereali e altri prodotti agricoli, mentre la dipendenza da fornitori esterni resta significativa per alcuni input essenziali. L’Europa è infatti una grande potenza agroalimentare, ma non è autosufficiente. Nel primo semestre 2026 ha esportato per 117,2 miliardi, mantenendo un surplus commerciale di 23,9 miliardi. Eppure, ad esempio, importa gran parte delle proteine vegetali necessarie alla zootecnia: soia e derivati arrivano soprattutto dalle Americhe.

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Fonte: La Stampa