Indicazioni Geografiche e Consorzi: il nuovo quadro normativo dopo il Regolamento Ue 2024/1143 e il Decreto MASAF 264637/2026

Le Indicazioni Geografiche e i Consorzi di tutela rappresentano fenomeni di straordinario interesse nel nostro tempo, sia dal punto di vista giuridico che da quello economico e sociale. Si tratta di istituti che recentemente sono stati oggetto di varie e importanti novità di carattere normativo, basti pensare al Regolamento Ue 2024/1143 e al Decreto MASAF 264637/2026.

Nelle ultime settimane, sulla webzine di Eurispes, sono stati pubblicati sul tema gli interventi di due autorevoli studiosi, ai quali mi legano rapporti di stima e di amicizia: Alberto Mattiacci e Alex Giordano.

Il primo – volendo sintetizzarne il brillante contributo – sostanzialmente ritiene che il nuovo quadro normativo sulle Indicazioni Geografiche non vada interpretato in modo limitativo, come un mero aggiornamento delle funzioni attribuite ai Consorzi. Mattiacci, infatti, prefigura la possibilità di un cambiamento più profondo, con un’evoluzione da organismi dediti alla tutela, al controllo e alla promozione delle IG a soggetti strategicamente investiti della gestione di un patrimonio collettivo.

Il secondo, spingendo in avanti il discorso, ritiene che i Consorzi debbano sempre più essere concepiti quali innovative istituzioni preposte ad una effettiva governance economica territoriale. Il territorio, nella prospettiva di Giordano, non rappresenta soltanto lo sfondo narrativo sul quale costruire il racconto del prodotto, ma una fondamentale componente della sua infrastruttura produttiva.

Mi trovo largamente d’accordo con le tesi sopra prospettate, ragion per cui le considerazioni che seguono hanno natura pienamente adesiva e rappresentano un modesto contributo del sottoscritto per calare i principi enunciati nell’operatività.

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“Coopetition”: collaborazione tra imprese concorrenti

Questi discorsi non perdono efficacia se calati nella realtà del nostro Paese, caratterizzato da una peculiare densità di Pmi, e nel campo dell’agricoltura, dove spesso le dimensioni delle aziende diventano minuscole.

Le imprese, soprattutto in una situazione come quella italiana e in particolare in un comparto come quello agroalimentare, per operare in modo pieno e incidere efficacemente sul territorio sono chiamate a fare uno sforzo ulteriore. Le aziende tricolori, più di quelle di altri paesi, hanno la necessità di attenuare lo spirito di individualismo che caratterizza sia l’idea stessa di impresa sia il nostro spirito nazionale, per trovare e realizzare innovative forme di collaborazione.

Il concetto trova una valida sintesi nel termine “coopetition”, che identifica un meccanismo ai sensi del quale più imprese, pur mantenendo le proprie identità e continuando a restare concorrenti, stabiliscono effettive forme di collaborazione.

Alfonso Fuggetta ha autorevolmente affermato che la parola “coopetition” «esprime in modo pieno il concetto di fare sistema», ragion per cui «non si tratta di un generico invito al “mettersi insieme”, né a sviluppare atteggiamenti protezionistici o consociativi. È la vera e propria promozione di una collaborazione sistemica, alta e lungimirante» (www.medium.com, 8 dicembre 2014).

Il sottoscritto, più modestamente, ha scritto: «Il termine “coopetition”, derivante dalla contaminazione tra le parole “cooperation” e “competition”, indica una strategia di tipo competitivo/cooperativo tra imprese concorrenti, che collaborano per realizzare congiuntamente attività nell’interesse comune” (Puntare sulla “coopetition” per far ripartire le aziende nel post pandemia, «Linkiesta», 7 aprile 2021).

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Fonte: L’Eurispes.it