Tra Roero, Monferrato e Langhe, una nuova generazione di vignaioli ribalta i luoghi comuni sui consumi: meno tecnicismi, più storie, persone e visione. Gerbi: “Smettiamo di guardare al passato, la cultura al centro come valori da trasmettere al pubblico”
“I giovani non bevono”. O comunque “bevono poco”. Frasi che nel mondo del vino sono ormai divenute un mantra. Ma è proprio così? Di certo i consumi di vino cambiano e le nuove generazioni sembrano più difficili da intercettare. Ma il dibattito è aperto. E una risposta interessante arriva dagli stessi giovani vignaioli. Non tanto in termini di formule magiche o slogan, quanto di possibilità, analisi e approccio giusto da tenere.
Dai ventidue ai quarant’anni, tra Roero, Monferrato e Langhe, c’è una generazione che indica una strada precisa da intraprendere: un percorso in cui i tecnicismi lasciano il posto al racconto. E i dettagli delle vinificazioni alle persone. Giovani che hanno voglia di svelare una visione oltre che una tecnica. E che oggi rappresentano la prima linea di molte cantine, sia in vigna sia in cantina sia nella comunicazione.
No al racconto autoreferenziale
Per Davide e Matteo Sacchetto di Casa Tallone, nel Roero, il punto di partenza è ribaltare un luogo comune. “I giovani non bevono meno, bevono meglio”, dice Davide Sacchetto. Il nodo non è il prodotto, ma il modo in cui lo si racconta. “Se vuoi coinvolgerli non puoi parlare solo di tannini, esposizioni Nord o Sud e fermentazioni spontanee. Devi parlare di scelte, di persone, del perché uno decide di bere proprio quel vino e di fidarsi di quel vignaiolo. Se succede, c’è sempre un motivo”. È una presa di distanza netta da un racconto tecnico ed autoreferenziale, che privilegia le persone e il territorio rispetto a una narrazione più asettica e pomposa.
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Fonte: La Repubblica – Il Gusto


