Può essere un`opportunità di sviluppo «Però serve una strategia nazionale». Rosati Qualivita: «Educhiamo i giovani all’agroalimentare»
Dal Prosecco superiore di Valdobbiadene ai pizzaioli napoletani. La cucina italiana, da Nord a Sud, è intessuta di ricette, prodotti e saperi che non sono solo una dote culturale. Ma anche, e forse soprattutto, economica.
Stamani questa eredità è stata riconosciuta come patrimonio culturale immateriale da parte di Unesco, che ha espresso il suo parere positivo a Nuova Delhi con il voto della maggioranza dei delegati di 24 Stati riuniti in India.
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Ma per quanto riguarda la filiera alimentare, secondo gli esperti, il marchio delle Nazioni unite “non produce effetti da solo”: “È un’occasione di aggregazione culturale da non sprecare – commenta Mauro Rosati, direttore Fondazione Qualivita per la valorizzazione dei prodotti Dop e Igp – ma serve una strategia coordinata tra Governo, Regioni e altri Enti. Dobbiamo progettare azioni di lungo periodo, educando i giovani all`agroalimentare e riavvicinandoli a consumare i prodotti italiani”.
Il modello, per il direttore di Qualivita, è la cucina francese, già insignita dello stesso riconoscimento nel 2010: “Hanno sviluppato una campagna lunga due o tre anni in grado di individuare i propri obiettivi in Paesi esteri, attirati dai loro prodotti nazionali. Anche noi non dovremmo far cadere questo riconoscimento nel vuoto”.
A queste condizioni, la filiera agroalimentare italiana potrà resistere anche alla minaccia dei dazi: “La nostra cucina – ragiona Rosati – è assolutamente in grado di superare le resistenze delle tariffe doganali, che negli ultimi 8 anni sono state 55mila. Ma serve una comunicazione che vada oltre la celebrazione dell`Italia”. Nelle intenzioni dei promotori della candidatura, però, il riconoscimento Unesco è anche l`occasione per accendere una luce sulla condizione delle persone che vivono in condizioni di povertà alimentare, circa il 10% della popolazione italiana.
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Fonte: Avvenire


