In Veneto le superfici a produzione integrata raddoppiano in quattro anni, mentre il bio arretra. Clima, costi e qualità spingono i produttori verso un modello più agile di viticoltura sostenibile. L’analisi del prof Lucio Brancadoro

Negli ultimi anni una parte crescente dei viticoltori sta rivedendo il proprio approccio alla gestione del vigneto. Dopo l’onda lunga del biologico, oggi l’attenzione si sta spostando verso un modello più ampio e integrato: la viticoltura sostenibile.

Le ragioni sono molteplici. Da un lato c’è la necessità di garantire una maggiore stabilità qualitativa delle uve, soprattutto in un contesto climatico sempre più instabile, con meno oscillazioni produttive legate ad annate difficili. Dall’altro c’è una questione economica: le pratiche sostenibili – dalla difesa integrata alla gestione del suolo e dei macchinari – permettono nel medio-lungo periodo un contenimento dei costi e una maggiore prevedibilità dei risultati.

Non solo. La sostenibilità viene percepita da molti produttori come un modello capace di coniugare qualità, redditività e tutela ambientale: meno accumulo di rame e zolfo, minore pressione sui suoli, maggiore controllo delle rese e quindi una stabilità quali-quantitativa che si traduce in una migliore sostenibilità economica dell’azienda. Da qui il fatto che sempre più aziende optano per la certificazione volontaria Sqnpi (Sistema di qualità nazionale di produzione integrata) che valorizza le produzioni agricole vegetali coltivate con metodi sostenibili, allargandosi dalla vigna anche alla cantina.

È quanto accaduto in Valpolcella. “In uno scenario sempre più competitivo, la Valpolicella sta puntando forte sulla sostenibilità – ha detto il presidente del Consorzio, Christian Marchesini – leva di mercato per diverse aree della domanda, dal Nord-Europa al Nord-America, dove è considerata un valore aggiunto. La certificazione volontaria Sqnpi ha trovato terreno fertile tra i nostri produttori, con una crescita del 47% solo nel 2025 e del 110% negli ultimi tre anni”.

Secondo l’analisi del Consorzio, la tutela agro-ambientale certificata insiste oggi su quasi 4.666 ettari rispetto a un totale della denominazione veneta di circa 8.600 ettari. Di questi, 1.100 ettari sono biologici (in contrazione del 9%) e quasi 3.500 certificati con il logo ministeriale della sostenibilità.

Fa scuola il caso del Veneto, regione più significativa nel vino, come emerge dai dati diffusi dell’Osservatorio del vino Uiv/Vinitaly, con dati aggiornati al 2025: nel giro di quattro anni le superfici coltivate a produzione integrata sono più che raddoppiate, passando da 14.000 a 37.000 ettari. L’incidenza sul totale è così salita dal 15% al 38% attuale, segnando un cambio di passo significativo nell’orientamento dei viticoltori.

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Fonte: Il Gusto.it