Un servizio di Report getta ombre su filiera e provenienza del prodotto. La difesa della Fiera di Alba: “Noi garanzia di qualità, non di tracciabilità”
E se il tartufo di Alba non arrivasse da Alba? Se l’oro bianco delle Langhe provenisse dall’Est Europa o addirittura dall’Iran? Un’inchiesta di Report, andata in onda domenica sera su Raitre, ha alzato il velo sul misterioso mondo del tuber magnatum pico, rendendo un po’ più indigesto il suo inebriate profumo.
Truffle Land è il titolo del servizio, con il quale la trasmissione ha voluto indagare «il lato oscuro del tartufo: tra patrimonio Unesco, scarsità e zone d’ombra del mercato».
La tesi iniziale non è una novità: «A causa dei cambiamenti climatici e dell’impoverimento delle tartufaie naturali, la domanda aumenta e l’offerta diminuisce sempre di più». E dimostra quanto sia facile aggirare le norme sulla provenienza del prodotto che poi viene venduto nei negozi e nelle fiere a partire dalla più celebre, quella internazionale di Alba.
«Ho un’azienda agricola che affitta delle tartufaie e si autofattura il prodotto che prende» svela davanti alle telecamere un operatore anonimo. Così, tutto il tartufo che arriva da fuori può diventare prodotto da quella tartufaia.
Dunque, da dove arrivano le trifole che vengono vendute a caro prezzo non solo sui banchi della rinomata Fiera di Alba, ma anche nei mercati del Piemonte e di mezza Italia? E il consumatore è sufficientemente tutelato?
«Domande legittime, ma la risposta è semplice: alla Fiera di Alba si comprano i tartufi migliori, perché sono meticolosamente selezionati e garantiti da una commissione di giudici di analisi sensoriale», dice Mauro Carbone, direttore del Centro Nazionale Studi Tartufo che ha sede proprio nella capitale delle Langhe. «Sono più di vent’anni che nessuno qui fa promozione sostenendo che il tartufo bianco d’Alba è stato raccolto proprio ad Alba». Quindi, la provenienza non conta? «Contano la qualità e la soddisfazione del consumatore».
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Fonte: La Stampa


