CONCLUSIONI. Christophe Hansen, Commissario UE Agricoltura e Alimentazione: Le Indicazioni Geografiche sono il punto d’incontro tra politiche europee e cittadini: proteggono l’origine, creano valore economico e trasformano la diversità dei territori nella forza competitiva dell’Europa.
Celebrare la produzione di qualità in Europa non è un esercizio rituale, ma un atto politico nel senso più concreto del termine. Le Indicazioni Geografiche raccontano dove vogliamo andare come Unione: un modello agricolo che tiene insieme identità, valore economico e fiducia dei cittadini.
Non è un caso che lo spazio di confronto del Forum Qualivita sia diventato, nel tempo, un punto di riferimento europeo. Qui si discute di futuro partendo da ciò che già funziona. Da maggio dello scorso anno è in vigore una nuova normativa sulle IG. Non è una rivoluzione, ma un passo deciso nella direzione giusta: procedure più semplici, registrazioni
più rapide, maggiore trasparenza. Meno burocrazia, più accesso. È un segnale chiaro ai produttori europei: questo sistema non è una gabbia, ma uno strumento pensato per accompagnare chi crea valore sui territori.
Le Indicazioni Geografiche sono uno dei pilastri storici della politica agricola europea. Proteggono l’unicità dei prodotti e, nel tempo, hanno conquistato un riconoscimento che va ben oltre i confini dell’Unione. Ma la tutela non si esaurisce nelle regole interne. Gli accordi commerciali sono oggi una delle prime linee di difesa delle IG, perché è lì che si gioca la partita contro le imitazioni e l’uso improprio dei nomi. Basta entrare in un supermercato fuori dall’Europa per rendersene conto. Accanto a un Parmigiano Reggiano autentico, spesso venduto a un prezzo elevato, compaiono prodotti “tipo Parmigiano”. Lo stesso accade con molti formaggi francesi, come il “tipo Roquefort”. Copie che sfruttano la reputazione dell’originale senza averne né la storia né il legame con il territorio. È esattamente contro questa distorsione che esiste il sistema delle Indicazioni Geografiche. Il peso economico di questo modello è tutt’altro che simbolico, le IG generano oltre 80 miliardi di euro l’anno e rappresentano circa il 15,5% del mercato agroalimentare globale. L’Europa esporta molti più prodotti agricoli di quanti ne importi, con un saldo positivo di circa 70 miliardi di euro. Siamo fortemente dipendenti da queste esportazioni e questo rende ancora più evidente quanto sia strategico proteggere ciò che esportiamo. Il vino è l’esempio più chiaro: da solo vale più della metà delle vendite complessive delle IG. Stati Uniti, Cina e Singapore assorbono insieme circa il 50% dell’export europeo di prodotti a Indicazione Geografica. È una dimostrazione della loro qualità e autenticità, ma anche un segnale di fragilità potenziale, se uno di questi mercati dovesse entrare in crisi, l’intero sistema ne risentirebbe.
Diversificare non è una scelta, è una necessità. Per questo l’Unione Europea investe sempre più nelle missioni diplomatiche agroalimentari: Giappone, Brasile, Thailandia non sono semplici vetrine, ma occasioni concrete per aprire mercati, rimuovere barriere non tariffarie e accompagnare le imprese europee fuori dai confini dell’UE. Aprire la porta con un accordo commerciale non basta, bisogna aiutare i produttori ad attraversarla.
La protezione delle Indicazioni Geografiche conviene a tutti: ai produttori, perché garantisce stabilità e riconoscimento; ai consumatori, perché assicura qualità e origine; alla società nel suo insieme, perché crea un legame diretto tra politiche europee e vita quotidiana. È in questo legame – tra territori, filiere e cittadini – che nasce la fiducia verso il progetto europeo. Molte delle scelte politiche più recenti vanno in questa direzione: l’etichettatura d’origine, già obbligatoria per alcuni prodotti come frutta, verdura, miele e olio d’oliva, potrebbe essere estesa a un numero crescente di alimenti; allo stesso tempo, si lavora a una definizione più chiara di “filiera corta”, permettendo ai consumatori di sapere davvero da dove arrivano le materie prime. Dal 2026 il budget europeo aumenterà, con l’obiettivo di rafforzare la presenza dei prodotti agricoli dell’UE sia nei mercati internazionali sia in quello interno. Altri attori globali stanno investendo molto di più e ignorarlo sarebbe un errore. Le campagne future punteranno anche a rafforzare la fiducia nella sicurezza alimentare europea, con un’attenzione particolare alle IG.
In questo quadro si inserisce l’intenzione della Commissione di adottare un Piano d’Azione sulle Indicazioni Geografiche nel 2027. Sarà un momento decisivo per consolidare il sistema e per coinvolgere tutti, inclusi i nuovi Stati membri, che possono trovare nelle IG una grande opportunità di sviluppo. Promuovere e sostenere le Indicazioni Geografiche significa custodire la diversità culturale ed economica dell’Europa. Significa fare in modo che, assaggiando un prodotto, si possa riconoscere il territorio da cui proviene. Tradizioni, paesaggi e patrimonio agricolo non sono un’eredità immobile: sono una risorsa viva, oggi più importante che mai.
Fonte: Consortium 29 / N° 04/2025


