Il cambiamento climatico porta l’olivicoltura in Piemonte. Dal 2007 è presente un Consorzio di tutela che ora punta al riconoscimento dell’IGP
Se chiudiamo gli occhi e pensiamo all’olio italiano, ci vengono in mente olivi che degradano verso il mare, sulla costa tirrenica o adriatica, oppure oliveti alternati a cipressi sulle colline toscane. Ma il cambiamento climatico ci spinge verso un altro tipo di paesaggio: alberi all’ombra delle Alpi, sulle sponde del lago Maggiore, lungo il saliscendi delle Langhe, alternati ai vigneti.
Il Piemonte sta conquistando un ruolo di primo piano nella produzione di olio extravergine di alta qualità, artigianale, con prezzi che vanno dai 25 ai 40 euro al litro.
Il cambiamento climatico, con inverni più miti, ha reso possibile ampliare le aree di coltivazione, ma alla crescita contribuiscono anche la ricerca di nuove opportunità agricole e la necessità di diversificare le produzioni. Il risultato è un comparto ancora di nicchia, ma in espansione, che punta su qualità, identità territoriale e piccoli quantitativi.
La presenza dell’olivo in Piemonte, del resto, non è una novità assoluta. «Fino al Cinquecento c’erano più olivi che viti», racconta Antonino De Maria, agronomo pioniere della rinascita olivicola in Piemonte. Le miniglaciazioni dell’epoca, spiega l’esperto, hanno progressivamente favorito la viticoltura, e mentre la Liguria si è specializzata nella produzione di olio, in Piemonte molte piante sono scomparse. A conservare traccia di quella storia restano alcuni toponimi: Olivola, nell’Alessandrino, e Costigliole, alla lettera “costa degli oli”.
Una memoria che oggi torna d’attualità in una produzione che è esplosa negli ultimi 5-10 anni. Oggi nella regione sono 400 gli ettari coltivati a olivo, con una trentina di aziende agricole, 900 proprietari di piante e una produzione stimata di circa 160 mila bottiglie da mezzo litro nel 2026. Il Consorzio per la tutela dell’olio extravergine piemontese, nato nel 2007, conta 14 aziende.
Quest’anno la raccolta è esplosa: si stima un incremento del 40% rispetto al 2025. Stiamo parlando di un settore in evoluzione: in Piemonte si contano 5-6 frantoi e alcune aziende si appoggiano a strutture fuori regione, in primis in Liguria. Ma la “macchia d’olio” si sta allargando.
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L’olio piemontese è un prodotto di qualità, ma deve ancora conquistare i consumatori, compresi quelli locali, abituati ad associare l’olio soprattutto a Liguria, Toscana e regioni del Centro-Sud. La proposta di una legge regionale posta di una legge regionale sull’oleoturismo va in questa direzione. «Per il comparto, il passaggio successivo è il riconoscimento dell’Indicazione geografica protetta», spiega Giachino, presidente del Consorzio di tutela.
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Fonte: La Stampa


