Le sottozone stanno diventando il nuovo punto di forza del vino italiano. Mentre il mondo chiede semplificazione, i consorzi rispondono con un’ulteriore parcellizzazione del territorio sul modello Borgogna. Dall’Alto Adige al Chianti, ecco chi lo sta facendo e con quali obiettivi
La situazione è semplice: da quando la Borgogna ha rimpiazzato Bordeaux come bussola per gran parte del vino mondiale, la vivisezione di territori anche piccoli in unità ancor più ridotte – a volte singole vigne – è diventata una tendenza quasi inevitabile. Si tratta di una mossa apparentemente in controtendenza rispetto alla richiesta corale di semplificare il linguaggio del vino, dato che per il consumatore medio è già difficile distinguere regioni e denominazioni grandi. Eppure, l’approccio parcellare ha una presa straordinaria su appassionati e curiosi, che amano l’idea di “bere il luogo”.
La mappa delle sottozone italiane
Pensiamo alle contrade dell’Etna, che hanno dato un impulso formidabile a un intero territorio. «Le contrade sono uno strumento di storytelling potentissimo. Chi viene a visitarci e vede i vigneti da cui nascono i vini di contrada, poi vuole comprare solo quelli», spiega Salvino Benanti dell’omonima azienda, tra le realtà che puntano con più convinzione sul sistema, proponendo dieci diverse etichette da singola contrada.
Negli ultimi tempi le denominazioni che hanno introdotto questo modello si sono moltiplicate. Se prima erano quasi esclusivamente l’Etna, il Barolo e il Barbaresco ad avere le Unità Geografiche Aggiuntive – il nome ufficiale dato dalla legge italiana a queste sottozone – in anni recenti si sono aggiunti il Vino Nobile di Montepulciano con le sue Pievi, il Chianti Classico (per ora solo con la tipologia Gran Selezione), il Chianti Docg (che ha appena approvato la sottozona Terre di Vinci), l’Alto Adige e anche il Marsala, con il consorzio di tutela che ha recentemente approvato quattro Uga dello storico vino liquoroso.
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Fonte: Gambero Rosso.it


