Le Denominazioni d’Origine sono state pensate come garanzia rivolta al consumatore europeo, un sigillo che attestava il legame fra un alimento e il luogo in cui nasce, mentre oggi lo stesso sigillo viene trattato come un bene commerciale che si negozia negli accordi internazionali e si difende sui mercati di destinazione.
Il dato più recente che rende visibile questo passaggio arriva dagli Stati Uniti, primo mercato estero dei prodotti italiani certificati, dove l’ufficio statistico del Dipartimento dell’Agricoltura ha pubblicato il 5 ottobre il bollettino sulla produzione casearia di agosto, che registra una crescita del +3,7% dei formaggi di tipo italiano a fronte di un lieve calo di quelli di tipo americano. Nel 2025 le varietà italiane prodotte negli Stati Uniti hanno superato i 2,8 milioni di tonnellate, pari al 42,8% di tutto il formaggio del Paese, e la sola voce parmesan è cresciuta del 17,9% arrivando a circa 239 mila tonnellate.
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Uno strumento per vendere all’estero
Una denominazione funziona come un marchio collettivo che nessuna impresa da sola potrebbe permettersi di costruire, e lo studio della Commissione europea sul valore economico degli schemi di qualità, pubblicato nel 2020 su dati del 2017, stima che le vendite di un prodotto con nome protetto valgano in media il doppio di quelle di un prodotto simile senza certificazione, con un coefficiente di 1,5 per gli alimenti e di 2,85 per il vino. Per l’Italia il peso è evidente nel vino, perché secondo il Rapporto Ismea-Qualivita le etichette DOP e IGP rappresentano l’88% dell’export vinicolo nazionale.
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La tutela si conquista nei trattati
Per portare la protezione oltre i propri confini l’Unione europea inserisce elenchi di denominazioni negli accordi commerciali, e il caso più recente è l’accordo interinale con il Mercosur, applicato in via provvisoria dal 1° maggio 2026, con cui Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay hanno cominciato a tutelare 344 Indicazioni Geografiche europee vietandone le imitazioni e i richiami ingannevoli in etichetta. Secondo il Ministero degli Esteri le denominazioni italiane comprese nell’elenco sono 57, e il risultato dipende quindi dalla capacità di negoziare la presenza di ciascun nome nella lista, perché un prodotto che non vi compare resta, in quei mercati, privo di protezione.
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Dove conviene investire
La crescita del formaggio di tipo italiano negli Stati Uniti indica che la domanda per i nomi italiani è ampia e in espansione, e la partita per le filiere certificate si gioca sulla capacità di intercettarla con il prodotto originale. Per i consorzi del Mezzogiorno la scelta più efficace appare quella di presidiare gli elenchi dei prossimi accordi commerciali e, nei mercati in cui i nomi restano generici, di puntare sulla prova documentata dell’origine, con sistemi di tracciabilità che il compratore estero possa verificare da sé, perché fuori dall’Europa una denominazione che non compare in un trattato e non si distingue sullo scaffale resta un nome come un altro.
Fonte: ildenaro.it


