Il 65% associa l’identità culturale italiana a cucina ed enogastronomia e il 50% a paesaggio e natura. In Umbria il dato incrocia il primato degli spettacoli e una forte vocazione agrituristica, ma una filiera culturale meno pesante della media nazionale.
Un museo resta cultura. Un sito storico anche. Il teatro pure. Ma per una parte crescente degli italiani la parola “cultura” non finisce più davanti a una galleria, un monumento o una sala: entra in un parco naturale, passa per una cucina, attraversa un vigneto, arriva a una conferenza scientifica o a un’esperienza immersiva. È il dato più interessante del nuovo Osservatorio sulle esperienze culturali in Italia realizzato da Impresa Cultura Italia-Confcommercio con SWG: la cultura tradizionale resta, ma i suoi confini si allargano.
La gerarchia classica resiste: museo 7,7, sito storico 7,6, teatro 7 su una scala da 1 a 10. Subito dopo entrano però parchi naturali, conferenze scientifiche, mostre immersive, laboratori creativi ed esperienze enogastronomiche. Sagre e concerti, sport, eventi religiosi e parchi divertimento restano sotto il 6: non tutto il tempo libero viene promosso automaticamente a “cultura”.
Per il 91% un’esperienza culturale deve trasmettere conoscenza e alimentare la curiosità; per l’89% deve generare emozioni; per l’88% deve mettere in rapporto con storia e tradizioni, ma anche intrattenere. E quando la domanda si sposta all’identità nazionale, la graduatoria cambia ancora: cucina ed enogastronomia arrivano al 65%, paesaggio e natura al 50%, patrimonio archeologico al 49%, arte e artisti al 32%, moda e design al 24%.
Questa classifica modifica anche il modo in cui si può leggere l’economia della cultura. Se la cultura coincide soltanto con musei, teatri, biblioteche, cinema, editoria e patrimonio storico, una parte delle esperienze che i cittadini percepiscono come culturali rimane fuori dalla fotografia. Se entrano territorio, cibo, paesaggio e creatività, i confini toccano turismo, agricoltura, ristorazione, artigianato e servizi. Non significa sommare indistintamente ogni euro speso in questi settori alla “cultura”; significa riconoscere che la domanda culturale si forma sempre più spesso dall’incontro tra comparti diversi.
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Fonte: Italia-Informa.com


