La produzione di mais arretra in tutta Europa. Con l’Ucraina bloccata, Usa e Brasile la fanno da padroni. Il peso di tecnologie e fertilizzanti

Anche il 2026 si preannuncia un anno negativo per la produzione di mais in Italia. Il caldo estremo raggiunto nei mesi estivi, sommato alla scarsità di precipitazioni, ha messo a dura prova i campi di granturco, con produzioni che Confagricoltura stima in calo fino al 50% nei campi non irrigui, e una qualità della granella non sempre soddisfacente a causa della contaminazione da micotossine.

Ma il 2026 è solo l’ultimo di una lunga serie di anni problematici per la maiscoltura italiana, che ormai da un ventennio non riesce a produrre quanto richiesto dal mercato interno.

Il principale sbocco della granella è la zootecnia: bovini e suini che alimentano le filiere dei formaggi e dei salumi DOP. Su questa commodity agricola si basa dunque una parte importante del Made in Italy agroalimentare, che genera miliardi di fatturato ed è il cuore delle nostre esportazioni food.

«Negli anni abbiamo avuto prezzi del mais talmente bassi da far sparire la redditività per molte aziende», spiega Thurn Valsassina, presidente dei produttori di cereali da foraggio di Confagricoltura. «Nel mio Friuli-Venezia Giulia le superfici sono passate da 100-110 mila ettari dei primi anni Duemila a circa 35 mila. Hanno resistito le zone più vocate, con disponibilità sicura di acqua, e le aziende in grado di assorbire gli elevati costi di produzione».

La stessa fragilità riguarda l’Europa. Secondo Areté, l’Unione nell’ultimo quinquennio ha prodotto mediamente circa 60 milioni di tonnellate di mais, ma ne consuma più di 70. In questa campagna, con la produzione europea ridotta dalla siccità, il fabbisogno di importazioni dovrebbe superare i 23 milioni di tonnellate, contro i 18,5 della precedente. Il continente deve quindi comprare più granella proprio mentre il mercato internazionale diventa più incerto.

Negli ultimi anni il principale fornitore europeo è stata l’Ucraina, favorita dalla vicinanza geografica e da produzioni adatte al mercato comunitario. Ma la guerra ha ridotto l’affidabilità del corridoio del Mar Nero. Kiev ha aumentato il ricorso ai trasporti ferroviari, su strada a via fiume, con il Danubio che però è in sofferenza a causa della siccità. Il risultato sono costi maggiori e capacità inferiori: sul frumento, osserva Areté, la capacità di export è arrivata nel mese di agosto a dimezzarsi.

[…]

Fonte: La Repubblica – Affari&Finanza