Dopo l’articolo-provocazione del giornalista inglese Henry Jeffreys, dal titolo «Siamo onesti, il Prosecco è disgustoso», arriva la replica del Consorzio Prosecco DOP, il presidente Giancarlo Guidolin: «Tutte falsità, così le smontiamo punto per punto. Testo ai limiti della diffamazione, valuteremo conseguenze legali»

Giancarlo Guidolin, il quotidiano inglese Telegraph ha pubblicato un articolo in cui si definisce il Prosecco «revolting», «disgustoso». Qual è il suo primo commento da presidente del Consorzio che tutela la Doc?
«Mi sembra un testo ai limiti della diffamazione, i nostri legali valuteranno il da farsi. Ma non è la prima volta che dalla stampa inglese partono attacchi del genere al Prosecco: ricordo il caso del 2017, quando venne scritto (dal The Sun, ndr) che il Prosecco faceva male ai denti. Nel tempo venne fuori che dietro allo studio c’erano degli investitori. Del resto la stampa inglese è sensibile ad alcune lobby…».

Intende dire quelle della birra?
«Dico solo che è dimostrato che le vendite di Prosecco nel Regno Unito non hanno eroso i consumi di Champagne o di altri spumanti metodo classico, come la Cava spagnola raccomandata nell’articolo, ma se mai i consumi di birra».

Dati dell’export alla mano, però, dal 2022 al 2025 il Prosecco è cresciuto da 128 a 130 milioni di bottiglie in Uk, la Cava è scesa da 15,7 a 12,7 milioni e lo Champagne da 25,6 a 21,6.
«Questi dati dimostrano che il Regno Unito è un mercato maturo per le bollicine. La somma delle tre categorie (Prosecco, Champagne, Cava) negli ultimi tre anni è oscillata tra i 170 e i 165 milioni di bottiglie: è quello che il mercato può assorbire. Il punto è un altro: paragonare il Prosecco allo Champagne e ad altri spumanti lascia il tempo che trova, perché l’unica cosa che hanno in comune sono, appunto, le bollicine. Ma il gusto, la complessità, i vitigni, il metodo di produzione sono completamente diversi».

Il giornalista Henry Jeffreys demolisce il Prosecco sotto ogni profilo: il gusto, «dolce e stucchevole», il metodo di produzione, «simile alla birra», addirittura il nome dell’uva, Glera, «dal suono non molto attraente». Scrive: «un carrozzone che continua a girare ma la cui bolla prima o poi esploderà».
«Un tentativo di delegittimazione di un caso di successo italiano: tutto il testo getta fango contro una denominazione che lavora con risultati eccellenti. Da parte dell’autore mi sembra ci sia, come rilevato anche da alcuni lettori nei commenti, un atteggiamento snobistico. Non voglio metterne in dubbio la professionalità, ma l’articolo è pieno di imprecisioni e falsità».

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Fonte: COOK – Corriere della Sera.it

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