CONCLUSIONI. Francesco Lollobrigida, Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Italia: Le Indicazioni Geografiche non difendono il passato, rendono possibile il futuro; senza tutela non esiste qualità che possa reggere il mercato globale, senza identità non esiste sviluppo che tenga insieme economia, territori e comunità.
Parlare di Indicazioni Geografiche significa parlare di economia reale, di territori vivi, di comunità che resistono e crescono grazie al valore di ciò che producono. Non è un tema ideologico, ma profondamente concreto, le IG esistono perché esiste un valore reale da proteggere: qualità più elevata, costi di produzione più alti, legami profondi con il territorio. Senza tutela, questo valore non sopravviverebbe nella competizione globale. La protezione non è protezionismo: è il riconoscimento di una differenza che genera ricchezza.
Le Indicazioni Geografiche affondano le radici nella storia europea molto prima che esistesse una regolazione formale. Già nella letteratura medievale si indicava la provenienza dei prodotti come elemento distintivo. Oggi quel principio è diventato un sistema giuridico ed economico che tiene insieme agricoltura, trasformazione, paesaggio e identità. In un mondo globalizzato, dove tutto può circolare ovunque, i territori restano presìdi di senso e di qualità.
Questo sistema ha dimostrato di funzionare, ha frenato una deriva che per anni ha suggerito che produrre costas
se troppo e che fosse più conveniente comprare altrove. Le IG hanno rappresentato un atto di coraggio europeo: difendere ciò che esiste, anziché cancellarlo in nome di un progresso astratto. Oggi è evidente che quella scelta era lungimirante, è una speranza concreta per il futuro dell’agricoltura europea.
Ma il sistema è sotto pressione, non tanto per i dazi, quanto per un attacco culturale che tende a considerare le Indicazioni Geografiche come un ostacolo al mercato. È una visione miope: difendere le Indicazioni Geografiche significa promuovere sviluppo anche fuori dall’Europa, offrendo un modello basato sul legame tra prodotto e territorio. Non è una chiusura: è un invito a fare scelte di qualità.
Perché questo modello regga servono regole, ma soprattutto controlli senza i quali le norme restano buone intenzioni. Serve un’Europa più forte nel contrasto alle imitazioni e servono risorse per accompagnare i produttori, soprattutto quelli più piccoli, verso forme di aggregazione efficaci. I Consorzi di tutela dimostrano che è possibile proteggere i piccoli, valorizzare le differenze e allo stesso tempo competere sui mercati internazionali.
L’Italia mostra chiaramente luci e ombre. Al Nord le IG sono un motore economico consolidato; al Sud esistono potenzialità enormi ancora inespresse. Rendere multifunzionali le aziende agricole, integrare turismo e produzione, usare le IG come attrattori territoriali è una priorità strategica.
Innovare non significa cancellare. Come a Siena, dove tradizioni antiche convivono con la capacità di rinnovarsi senza perdere identità, le Indicazioni Geografiche permettono all’Europa di essere moderna senza rinnegare se stessa. Il cibo è un monumento vivo: racconta la nostra storia, modella i paesaggi, definisce le comunità. Per questo va protetto e riconosciuto anche a livello internazionale.
La candidatura della Cucina Italiana a patrimonio immateriale Unesco va in questa direzione: affermare che il valore culturale precede quello produttivo. È un percorso che può rafforzare ulteriormente il sistema delle Indicazioni Geografiche e offrire un modello anche ad altri Paesi, soprattutto a quelli più fragili, aprendo nuovi mercati ai prodotti ad alto valore territoriale.
Fonte: Consortium 29 / N° 04/2025


