Il Consorzio Chianti, in appena sei mesi, trova oltre 2.500 contenuti illeciti. Coldiretti: “Fenomeno in tutto il mondo e rischia di crescere con i dazi”. I magistrati confermano: “Effetti dannosi per i produttori onesti”.
Ci sono uffici legali con professionisti incaricati di una sola missione: dare la caccia ai falsi. Scovano da mattina a sera i finti prodotti Made in Tuscany che pullulano sul web e li segnalano per farli rimuovere. Lo sanno bene ad esempio al Consorzio Vino Chianti, dove in appena sei mesi hanno scovato oltre 2.500 contenuti illeciti tra 411 siti web, e-commerce e social.
Una valanga di merce targata Chianti, ma che con il Chianti non ha nulla che fare, se non il plagio del nome. Come nel caso del “VinClasse Chianti”, un kit per realizzare il fino in casa fai da te. Oppure il “Ragù Chianti” e la “Pasta Chianti” realizzati con chissà quale vino rosso. Ma oltre alle bottiglie, la contraffazione si estende ad ogni prelibatezza regionale, dando vita a improbabili — ma comunque in vendita — imitazioni: il “Finocchiono”, il “Salame Tuscana”, il “Fennel Pollin Saleme”, il “prosciuttino hot” realizzato in Canada, patria anche del “Cacciatora salami”. E poi i plagi sull’olio d’oliva, come sui formaggi, tra i più gettonati e stravolti. Un esempio è il queijo brasiliano etichettato come pecorino toscano.
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Il Consorzio vino Chianti: “Serve più attenzione e controlli”
La lotta alla contraffazione viaggia molto sul web, canale semplice e diretto per gli acquisti di falsi. «Come Consorzio, salvaguardare la denominazione dai prodotti fasulli è un’attività che ci impegna ogni giorno per tutelare il brand e le imprese — spiega Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti, che di recente ha commissionato anche un’indagine specifica sul fenomeno — . Rispetto alla moda, sul cibo c’è meno cultura del falso e spesso difficile da dimostrare, perché manca un riscontro. Per questo occorre ancora più attenzione e controllo. Abbiamo uffici legali che lavorano, assieme al ministero, a tempo pieno per bloccare questi prodotti».
Il vino toscano fa gola alla criminalità, come ricordato anche dalla Procura fiorentina nella sua relazione per l’anno giudiziario. Nel settore del vino ci sono «innumerevoli comportamenti» contro la legge e «tra di essi, la contraffazione assume proporzioni rilevanti. È indubbio — scrive la magistratura fiorentina — che l’industria vitivinicola rappresenti da sempre un terreno fertile per le attività illegali della criminalità comune e organizzata, che investono l’intera filiera […], con effetti dannosi rilevanti nei confronti dei produttori onesti e dei consumatori finali, i quali spesso acquistano prodotti non solo artefatti, ma anche di scarsa qualità e talvolta pericolosi per la salute».
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Fonte: La Repubblica.it


