Gli incroci Piwi permettono di creare varietà sostenibili che necessitano di pochi trattamenti fungicidi, ma in Italia ad oggi sono autorizzate solo dieci regioni e non è possibile utilizzarle nelle DOP.
Rappresentano una grande opportunità per il futuro del vino, ma l’Italia sembra essere in ritardo nel seguire questa strada. Sono i vitigni Piwi (acronimo del termine tedesco che significa “resistente ai funghi”) ovvero le varietà di vite resistenti ai parassiti, alle patologie o ancora a condizioni climatiche estreme come la siccità. Si tratta di cultivar di vite nate da una selezione di incroci che proprio grazie alle proprie caratteristiche di resistenza garantiscono ai coltivatori una forte riduzione dei trattamenti antiparassitari in vigneto. E in prospettiva una chance di coniugare sostenibilità ambientale e qualità del prodotto.
Ne è convinta la Commissione Europea che già da alcuni anni ha consentito l’impiego delle varietà resistenti anche all’interno delle denominazioni d’origine (Regolamento UE 2021/2117 del 2 dicembre 2021). Un’opportunità che è stata ad esempio colta dalla Francia, ma non dall’Italia, dove invece i vitigni resistenti sono consentiti per i vini da tavola e IGP ma non per le DOP (DOC e DOCG), come previsto dall’articolo 33 comma 6 del Testo Unito del Vino, legge 238/2016. Prescrizioni che ne stanno molto limitando la diffusione in Italia. Basti pensare che nel nostro Paese a fronte di un vigneto nazionale di 680mila ettari, la superficie coltivata con varietà Piwi non supera i 3.600 ettari, pari a circa lo 0,5% del totale.
Diverso invece è lo scenario europeo
La Francia è già oltre lo 0,7 per cento. L’Aoc Champagne ha integrato dal 2022 il vitigno resistente Voltis, consentendone la coltivazione fino al 5% delle superfici e un percorso analogo ha seguito l’Aoc Bordeaux col vitigno Artaban. In Germania e Svizzera le superfici con varietà resistenti superano il 2,5% in Ungheria sono già oltre l’8 per cento.
Altro aspetto che ne limita la diffusione nel nostro Paese è il fatto che al momento le varietà resistenti sono autorizzate solo in dieci regioni su venti. A escluderle sono soprattutto le regioni del Sud dove il clima più caldo limita gli attacchi delle malattie della vite e degli agenti patogeni e quindi rende meno impellente trovare delle contromisure.
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Fonte: Il Sole 24 Ore


