Trump utilizza metodi coercitivi e assecondarlo lo rende solo più sicuro di sé: la minaccia di nuovi dazi è sempre dietro l’angolo e l’assenza di una risposta europea sarebbe una prova di debolezza
Sempre più spesso Donald Trump, che ora minaccia nuovi dazi contro otto Paesi europei, si muove ai confini della pirateria. Prendete la sequenza a partire dal sequestro di Nicolás Maduro a Caracas. Questi era a capo di un regime criminale che falsificava i risultati elettorali per restare al potere. Ma Trump ha deciso di non restituire la sovranità ai venezuelani, bensì di procedere a una pura e semplice cattura di quello stesso regime ai propri fini: l’intera struttura di potere di Caracas al momento resta dov’è, con i metodi brutali di prima, solo che ora asseconda quelli che Trump considera gli interessi economici degli Stati Uniti. Il primo petrolio già estratto è stato trasferito in America e venduto, per mezzo miliardo di dollari. A chi? Il maggiore acquirente è il gruppo dell’energia Vitol e la figura decisiva è un suo manager di nome John Addison — informa il Financial Times — il quale, guarda caso, ha versato sei milioni di dollari alla campagna elettorale di Trump nel 2024.
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Il caso venezuelano ovviamente finirà per costare qualcosa anche a chi paga le tasse in Italia, perché qualcuno dovrà pur compensare per le perdite dell’Eni e di conseguenza per i minori dividendi che l’azienda potrà versare allo Stato. Ma questo è niente, rispetto alla minaccia che l’ultima ritorsione di Trump sui dazi pone al nostro Paese e a tutta l’Europa.
Germania, Francia, Olanda, Svezia, Finlandia e gli altri Paesi sono oggi presi di mira per aver inviato delle truppe a garanzia di un alleato (nel caso dellaDanimarca, per averle mandate sul proprio stesso territorio…). Ma questa è una mina posta sotto l’Unione europea stessa.
Se i dazi differenziali contro alcuni Paesi scattassero davvero — o se l’America catturasse davvero la Groenlandia contro la volontà di tutti — l’esistenza stessa dell’Unione europea nella sua forma attuale sarebbe in pericolo. Per misurare la reazione dei nostri governi a Trump, è dunque importante capire perché sia così e cosa potrebbe accadere adesso.
Se entrassero in vigore dazi imposti per esempio contro la Francia o l’Olanda, ma non contro l’Italia o la Grecia, ad andare in pezzi sarebbe prima di tutto il mercato unico europeo. Le condizioni economiche e commerciali al suo interno sarebbero improvvisamente molto diverse. A quel punto gli esportatori francesi verso gli Stati Uniti potrebbero cercare di triangolare attraverso l’Italia? E Trump potrebbe allora mettere nuovi dazi anche contro di noi, per proteggersi dai prodotti francesi?
La sola lezione chiara di questi mesi è che l’assenza di una risposta europea sarebbe una prova di debolezza destinata ad attirare altre forme di aggressione. L’accordo commerciale di luglio su un campo da golf era iniquo, ma ci è stato detto che andava subìto perché garantiva la pace transatlantica sui dazi e l’impegno di Trump sull’Ucraina al nostro fianco. Subito dopo Trump ha steso un tappeto rosso a Vladimir Putin in Alaska, mentre oggi tutti devono aprire gli occhi su ciò che era chiaro da mesi: la minaccia di nuovi dazi è sempre dietro l’angolo.
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Fonte: Corriere della Sera


