Nel weekend della Liberazione è previsto l’evento: 300 metri di tiramisù per il Guinness. Un’operazione che intende costruire una precisa immagine dell’identità italiana

«Qualcosa di grande Sta per ar rivare a Londra». «Un ambizioso progetto». «Un’iniziativa di respiro internazionale». «È il nostro modo di ringraziare questo paese e di dimostrare cosa la comunità italiana è in grado eli realizzare quando lavora unita».

Così e stato presentato il tiramisù da Guinness dei primati che sarà confezionato nel quartiere di Chelsea il weekend del 25 aprile e il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza. E in effetti sarà lungo. Molto lungo. Oltre trecento metri, per la precisione. L’obiettivo è battere il record del tiramisù più lungo del mondo.

L’impresa, dedicata a re Carlo e alla regina Camilla, si svolgerà sotto l’occhio vigile dei giudici del Guinness world Records e di uno studio notarile incaricato di garantire il «rigoroso rispetto delle regole», come precisano gli organizzatori sul sito ufficiale, longesttiramisu.uk.

Le credenziali non mancano. Gli ideatori del progetto, raccolti attorno a Compilitaly, una testata dedicata alla comunità italiana di Londra, possono già vantare una certa familiarità con record notevoli: profiterole, millefoglie e focaccia «più grandi del mondo» figurano nel loro curriculum. L’iniziativa non poteva quindi non godere del pieno sostegno di autorità e istituzioni. Ambasciata e consolato d’Italia a Londra, Camera di commercio italiana per il Regno Unito, Istituto italiano di cultura, Ice e perfino il consolato della Repubblica di San Marino hanno concesso il patrocinio.

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Costruzione dell’identità

Il tiramisù più lungo del mondo, insomma, si presenta come una forma spettacolare di promozione nazionale, un evento capace di condensare, in 300 metri di savoiardi e mascarpone, una precisa idea di Italia. Da anni, in verità da quando Pellegrino Artusi ha pubblicato La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene nel 1891. la cucina italiana rappresenta uno dei pilastri della proiezione internazionale del paese.

Come tutte le cucine nazionali però, anche quella italiana è un’«invenzione della tradizione». Ciò che oggi consideriamo tradizionale è il risultato di processi relativamente recenti, conseguenza di continui scambi, contaminazioni, adattamenti sociali, anche sfruttamento coloniale, ira cui cultura, economia e rappresentazione pubblica si intrecciano. Molti piatti oggi considerati antichi sono stati infatti codificati solo tra Ottocento e Novecento, quando la costruzione delle identità nazionali eia trasformato pratiche alimentari locali in un racconto unitariri.

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Fonte: Domani