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	<title>Ambiente &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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	<description>DOP IGP STG :: Prodotti agroalimentari e vitivinicoli IG</description>
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	<title>Ambiente &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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		<title>Vendemmia 2026: il Consorzio Tutela Vini D’Acqui si prepara a una raccolta anticipata e di alta qualità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marilena]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 07:41:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le previsioni delineano un&#8217;annata caratterizzata da ottimo stato sanitario dei vigneti, buona fertilità e maturazione precoce. L&#8217;evoluzione climatica di agosto sarà determinante per definire i volumi produttivi. Prospettive incoraggianti per la vendemmia 2026 del Brachetto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le previsioni delineano un&#8217;annata caratterizzata da ottimo stato sanitario dei vigneti, buona fertilità e maturazione precoce. L&#8217;evoluzione climatica di agosto sarà determinante per definire i volumi produttivi. Prospettive incoraggianti per la vendemmia 2026 del Brachetto d&#8217;Acqui DOCG che si annuncia in anticipo di circa una settimana rispetto al 2025, e dunque entro la prima metà di agosto. </em></p>
<p>Un&#8217;<strong>annata caratterizzata da un andamento climatico anomalo</strong>, con un risveglio vegetativo precoce, temperature elevate già a partire da aprile e una lunga fase estiva contraddistinta da precipitazioni molto limitate, che ha accelerato lo sviluppo della vite senza compromettere, almeno fino a oggi, il potenziale qualitativo delle uve.</p>
<p>Secondo le rilevazioni dell&#8217;agronomo Daniele Eberle, il ciclo vegetativo è iniziato in anticipo grazie alle elevate somme termiche registrate nel mese di aprile e alle riserve idriche accumulate durante l&#8217;inverno, che hanno favorito una rapida crescita della vegetazione. Il mese di maggio, caratterizzato da temperature più vicine alla norma e da precipitazioni abbondanti, ha garantito un buon equilibrio vegeto produttivo, senza incidere negativamente sullo stato sanitario dei vigneti. &#8220;Le piogge di maggio hanno determinato soltanto sporadiche infezioni primarie di peronospora e non hanno avuto effetti significativi sulla produzione. L&#8217;allegagione è avvenuta in anticipo e in condizioni ottimali, mentre la fioritura si è svolta rapidamente e in maniera regolare, grazie alle temperature elevate&#8221;, spiega Daniele Eberle.</p>
<p>Le condizioni climatiche dei mesi di giugno e luglio, caldo persistente e scarse precipitazioni, hanno inoltre limitato lo sviluppo dei principali patogeni della vite. Gli attacchi di oidio sui grappoli si sono rivelati trascurabili e anche la tignoletta della vite, che nella scorsa stagione aveva creato criticità in alcune aree, ha avuto un&#8217;incidenza estremamente contenuta. &#8220;Lo stato fitosanitario dei vigneti è molto buono. Oidio e tignoletta hanno avuto un impatto minimo e oggi possiamo osservare grappoli sani e ben formati. I sintomi di stress idrico risultano limitati ai terreni più superficiali e ai vigneti più giovani, nonostante l&#8217;assenza di piogge significative da inizio giugno&#8221;, sottolinea Eberle.</p>
<p>L&#8217;invaiatura è già in corso e procede rapidamente, favorita dalle elevate temperature diurne e dalle escursioni termiche notturne. Un quadro che lascia prevedere una raccolta anticipata rispetto alla media storica. &#8220;L&#8217;inizio dell&#8217;invaiatura è in anticipo anche rispetto alle annate precoci. Se le condizioni climatiche resteranno favorevoli, la vendemmia inizierà circa una settimana prima rispetto al 2025. Al momento ci aspettiamo una produzione di buona qualità, con un buon livello di fertilità e allegagione. Resta tuttavia fondamentale osservare l&#8217;evoluzione del mese di agosto: eventuali ondate di calore potrebbero ridurre il volume finale dei grappoli&#8221;, conclude Eberle.</p>
<p>Anche il presidente del <strong>Consorzio Tutela Vini d&#8217;Acqui</strong>, Paolo Ricagno, invita a guardare con attenzione alle prossime settimane e commenta: &#8220;l&#8217;annata 2026 conferma come il cambiamento climatico rappresenti una delle principali sfide per la viticoltura del Monferrato. Al momento i vigneti presentano uno stato fitosanitario generalmente buono, ma sarà l&#8217;andamento climatico tra luglio e agosto a definire il potenziale produttivo e qualitativo della vendemmia. La resilienza delle varietà del territorio e il lavoro quotidiano dei produttori saranno ancora una volta determinanti.&#8221; La zona di produzione del Brachetto d&#8217;Acqui DOCG, che si estende tra le province di Alessandria e Asti, nel cuore dell&#8217;Alto Monferrato, beneficia di un patrimonio pedoclimatico unico, fatto di suoli calcarei di origine marina, dolci colline ben ventilate ed escursioni termiche che favoriscono lo sviluppo del corredo aromatico tipico del vitigno. Anche in un&#8217;annata complessa come quella in corso, queste caratteristiche territoriali, unite all&#8217;esperienza dei viticoltori, stanno contribuendo a preservare l&#8217;equilibrio della produzione.</p>
<p>Fonte: <strong>Consorzio Tutela Vini d&#8217;Acqui</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/07/jRIUDFOA.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA IL COMUNICATO COMPLETO</a></p>
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		<title>&#8220;Suini di Cinta Senese trasferiti a Pianosa”, l’idea arca di Noè per salvarli dalla peste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 07:20:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[benessere animale]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si moltiplicano i casi di contagi di peste suina in Toscana, centinaia di esemplari soppressi e ora la razza rischia di sparire. Ma tecnici e ambientalisti si oppongono: &#8220;Rischio per la biodiversità&#8221; Trasferire i maialini, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si moltiplicano i casi di contagi di peste suina in Toscana, centinaia di esemplari soppressi e ora la razza rischia di sparire. Ma tecnici e ambientalisti si oppongono: &#8220;Rischio per la biodiversità&#8221;</em></p>
<p>Trasferire i maialini, con l&#8217;operazione Arca di Noè, dall&#8217;inferno al paradiso. Negli ultimi mesi in Toscana si stanno moltiplicando i casi di peste suina: dopo i contagi fra i cinghiali la malattia si è diffusa, da giugno in poi, anche in alcuni allevamenti della regione costringendo alla soppressione di centinaia di esemplari.</p>
<p>Fra questi, anche i maiali neri con la classica fascia più chiara: quelli della razza suina Cinta Senese che dal 2012 è riconosciuta a livello europeo come marchio Dop, denominazione di origine protetta riservata alle carni di questi animali che devono essere nati, allevati e macellati in Toscana secondo la tradizione e le regole del Consorzio di tutela.</p>
<p>Il problema è che di esemplari <strong>di questa razza ne restano pochissimi: circa 3000 disseminati fra i vari allevamenti toscani</strong>, soprattutto nella provincia di Siena. Di recente, dopo i casi di contagi, <strong>sono stati soppressi 300 esemplari per sicurezza</strong>. Se la peste suina dovesse diffondersi anche fra la Cinta, si teme dunque la possibile scomparsa di questa razza Dop così pregiata.</p>
<h4>Peste suina africana, la Regione Toscana nomina un commissario straordinario</h4>
<p><strong>L&#8217;operazione Arca di Noè</strong>.<br />
Da qui, nelle ultime ore sta nascendo l&#8217;idea di una sorta di operazione &#8220;Arca di Noè&#8221;: portare 9 esemplari di Cinta Senese sull&#8217;isola di Pianosa, in modo da preservarne il patrimonio genetico per il futuro.<br />
Una sorta di mossa di sicurezza &#8211; da attuare nel paradiso della piccola isola di Pianosa (10 chilometri quadrati preservati dalle riserve istituite dal Parco dell&#8217;arcipelago toscano) &#8211; per salvare la razza dall&#8217;inferno della peste.<br />
L&#8217;idea, per ora solo come ipotesi, è stata esposta dal presidente della Regione Eugenio Giani che in un recente incontro con sindaci dell&#8217;Isola d&#8217;Elba ha prospettato il trasferimento, parlando solo di pochi esemplari da custodire a Pianosa.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>In attesa di capire se l&#8217;arca &#8220;salperà&#8221; o meno, <strong>restano però le fondate paure del Consorzio di tutela della Cinta senese</strong> che parla di &#8220;seria sopravvivenza a rischio della Cinta, una delle razze suine autoctone più antiche e rappresentative del patrimonio agroalimentare italiano&#8221;, spiegano ricordando i focolai di Comano, in provincia di Massa Carrara, e i casi si suini morti in un allevamento di San Marcello Piteglio (Pistoia), poi risultati positivi al virus.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <strong><a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2026/07/24/news/suini_cinta_senese_pianosa_peste_trasferimento-425489949/" target="_blank" rel="noopener">La Repubblica.it</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cinta Senese DOP: trema un sistema che vale 5,5 milioni di euro</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/cinta-senese-dop-trema-un-sistema-che-vale-55-milioni-di-euro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 07:48:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cinta senese, un tesoro a rischio. La peste suina mette i brividi, il Consorzio di tutela: «Il rischio è reale, non più un&#8217;ipotesi lontana». E la Regione nomina un commissario speciale per gestire l&#8217;emergenza A [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Cinta senese, un tesoro a rischio. La peste suina mette i brividi, il Consorzio di tutela: «Il rischio è reale, non più un&#8217;ipotesi lontana». E la Regione nomina un commissario speciale per gestire l&#8217;emergenza</em></p>
<p>A rischio una filiera da cinque milioni e mezzo di euro, quello della cinta senese dop, un maiale parte della tradizione toscana e della storia di Siena nel tempo diventato simbolo del made in Italy. A lanciare l&#8217;allarme è il Consorzio di Tutela dopo i nuovi focolai in Toscana di peste suina, un&#8217;emergenza sanitaria che rischia di travolgere gli allevamenti allo stato brado e semi brado e di cancellare un patrimonio genetico costruito in decenni.</p>
<p><strong>I numeri parlano di 79 allevatori, 6 macelli e 18 imprese di trasformazione</strong> compongono l&#8217;intero sistema produttivo della razza suina autoctona toscana. <strong>Nel corso del 2025 sono stati certificati 3.135 capi macellati, per un totale di 617.423 chilogrammi di mezzene</strong>, oltre 617 tonnellate. Un dato che assume particolare rilievo se rapportato alla distribuzione territoriale degli allevamenti: su settanta aziende riconosciute dal sistema di controllo, ben 52 sono concentrate tre province, Siena (24), Firenze e Grosseto (14 ciascuna). Una concentrazione che, in caso di focolaio in una di queste aree, potrebbe avere effetti sproporzionati sull&#8217;intero comparto.</p>
<p><strong> Dopo i casi recenti</strong>, che non hanno riguardato solo cinghiali selvatici che abitano nei boschi ma anche maiali di allevamento, con un aggravarsi ella situazione, il presidente della Toscana Eugenio Giani ha deciso di <strong>nominare un commissario straordinario per gestire l&#8217;emergenza della peste suina africana</strong>: sarà il medico veterinario dell&#8217;Asl Toscana Sud Est Giorgio Briganti, direttore del dipartimento di prevenzione territoriale.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>«Siamo davanti a un pericolo reale, non più a un&#8217;ipotesi lontana», <a href="https://www.qualivita.it/news/peste-suina-africana-lallarme-del-consorzio-la-cinta-senese-rischia-di-scomparire/" target="_blank" rel="noopener">dichiara il presidente del Consorzio Nicolò Savigni</a>, ricordando che dall&#8217;agosto 2024 è al vaglio delle istituzioni un progetto per costituire, in un sito isolato e ad alta biosicurezza, un nucleo di riserva genetica composto da 12-15 femmine e 3 maschi riproduttori. A quasi due anni dal primo sopralluogo, però, il sito non è stato individuato, l&#8217;istruttoria sanitaria non è completa e il nucleo non è stato costituito.</p>
<p>Per <strong>Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia</strong>, la posta in gioco supera i confini toscani: «La Cinta Senese è un patrimonio storico, genetico, culturale ed economico dell&#8217;intero Paese. Perderla significherebbe un danno irreversibile».</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <strong>La Nazione &#8211; Pisa</strong></p>
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		<title>Scatta l&#8217;allarme per la cinta senese: &#8220;Così la razza rischia l&#8217;estinzione&#8221;</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/scatta-lallarme-per-la-cinta-senese-cosi-la-razza-rischia-lestinzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 07:43:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le preoccupazioni del presidente del Consorzio di tutela Savigni e del direttore generale di Qualivita Rosati. «Da due anni aspettiamo di poter definire un progetto per la messa in sicurezza della specie» L&#8217;allarme, scattato già [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le preoccupazioni del presidente del Consorzio di tutela Savigni e del direttore generale di Qualivita Rosati. «Da due anni aspettiamo di poter definire un progetto per la messa in sicurezza della specie»</em></p>
<p>L&#8217;allarme, scattato già da un paio di anni, è ora ai massimi livelli: la diffusione del<a href="https://www.qualivita.it/news/peste-suina-africana-lallarme-del-consorzio-la-cinta-senese-rischia-di-scomparire/" target="_blank" rel="noopener">l&#8217;epidemia di peste suina rischia di mettere a rischio gli allevamenti di cinta senese</a>.</p>
<p>«Rischiamo l&#8217;estinzione della razza», dice senza tanti giri di parole <strong>Nicolò Savigni, presidente del Consorzio di tutela della cinta senese Dop</strong>. Quella dei suini neri con la striscia bianca dalla carne pregiata, allevati in stato brado o semibrado.</p>
<p>«Stiamo lavorando da tempo a un progetto di salvaguardia della specie, ora che la situazione è così allarmante spero che si riesca ad accelerare», <strong>aggiunge Mauro Rosati, direttore generale di Qualivita</strong>.</p>
<p>Per capire i timori, bisogna partire dai numeri: il Consorzio raduna in tutta la regione 79 allevatori, 6 macelli, 18 imprese di trasformazione.</p>
<p>La stima è di circa 3.300 capi. «<strong>Sotto la soglia di tremila si rischia l&#8217;estinzione &#8211; sottolinea Savigni</strong> &#8211; e con la diffusione della peste suina il rischio è che qualcuno sia tentato di bloccare la riproduzione e vendere i capi. Spero che ora il commissario superi lentezze burocratiche e rimpalli di responsabilità che stanno bloccando i nostri progetti di tutela».</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <b>La Nazione &#8211; Siena</b></p>
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		<title>Peste suina, a rischio il Maialino di Cinta Senese</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/peste-suina-a-rischio-il-maialino-di-cinta-senese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 07:12:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I primi casi di peste suina rinvenuti in Toscana hanno spinto all’abbattimento di 300 capi di Cinta Senese DOP, il 10% del patrimonio totale. L’allevamento allo stato brado espone gli animali al contagio Maialino di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/peste-suina-a-rischio-il-maialino-di-cinta-senese/">Peste suina, a rischio il Maialino di Cinta Senese</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>I primi casi di peste suina rinvenuti in Toscana hanno spinto all’abbattimento di 300 capi di Cinta Senese DOP, il 10% del patrimonio totale. L’allevamento allo stato brado espone gli animali al contagio</em></p>
<p>Maialino di Cinta Senese a rischio estinzione a causa della Peste suina africana. A dare l’<a href="https://www.qualivita.it/news/peste-suina-africana-lallarme-del-consorzio-la-cinta-senese-rischia-di-scomparire/" target="_blank" rel="noopener">allarme è lo stesso <strong>Consorzio di tutela della Cinta Senese DOP</strong></a> dopo i primi abbattimenti di capi avvenuti nei giorni scorsi. Il primo focolaio in un allevamento toscano è stato individuato a Comano, in provincia di Massa-Carrara, mentre nei giorni scorsi due suini rinvenuti morti in un allevamento di San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia, sono risultati positivi al virus.</p>
<h4>Abbattuto il 10% dell’intero patrimonio di 3mila capi</h4>
<p>Nei giorni scorsi sono stati abbattuti 300 capi circa il 10% di un patrimonio che è di circa 3mila capi in tutto.</p>
<p>Il maialino di Cinta Senese è <strong>allevato soprattutto allo stato brado o semibrado</strong> caratteristica fondamentale per la qualità delle sue carni ma che rende però i capi particolarmente esposti al contagio il cui veicolo principale è rappresentato dai cinghiali selvatici.</p>
<h4>Consorzio Dop: siamo davanti a un pericolo reale</h4>
<p>«Siamo davanti a un pericolo reale – ha commentato il <strong>presidente del Consorzio della Cinta Senese Dop,</strong> <strong>Nicolò Savigni</strong> -. Gli allevatori hanno rafforzato la biosicurezza interna, anche grazie ai contributi ricevuti, ma fuori dai confini aziendali il rischio resta al di fuori del loro controllo. Non possono essere lasciati soli: ogni allevamento di Cinta Senese deve essere considerato un presidio da difendere».</p>
<p>[…]</p>
<h4>Istituire un incubatore per preservare il patrimonio genetico</h4>
<p>«La principale ipotesi allo studio con il Commissario e le istituzioni – ha spiegato il <strong>direttore della Fondazione Qualivita</strong>, <strong>Mauro Rosati</strong> – è creare una sorta di incubatore nel quale inserire 12 verri e 12 scrofe in modo da assicurarsi un presidio di conservazione del patrimonio genetico. Con la peste suina alle porte il rischio estinzione è davvero reale».</p>
<p>[…]</p>
<p>Fonte: <strong><a href="https://www.ilsole24ore.com/art/per-peste-suina-rischio-estinzione-maialino-cinta-senese-AJvfd2M" target="_blank" rel="noopener">Il Sole 24 Ore.it</a></strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/peste-suina-a-rischio-il-maialino-di-cinta-senese/">Peste suina, a rischio il Maialino di Cinta Senese</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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		<title>Cinta senese di nuovo a rischio, allarme del Consorzio: “La peste suina africana può distruggere gli allevamenti”</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/cinta-senese-di-nuovo-a-rischio-allarme-del-consorzio-la-peste-suina-africana-puo-distruggere-gli-allevamenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 07:28:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Peste suina, l&#8217;allarme del Consorzio di tutela della Cinta Senese DOP, una delle razze autoctone più antiche e rappresentative del patrimonio agroalimentare italiano. Entrando in contatto con cinghiali o altri animali i capi possono essere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Peste suina, l&#8217;allarme del Consorzio di tutela della Cinta Senese DOP, una delle razze autoctone più antiche e rappresentative del patrimonio agroalimentare italiano. Entrando in contatto con cinghiali o altri animali i capi possono essere contagiati</em></p>
<p>Un maiale dal mantello scuro, spezzato da una caratteristica fascia bianca che gli cinge il torace, ritratto persino negli affreschi del Trecento nel Palazzo Pubblico di Siena. La Cinta Senese è una razza suina ricominciata ad essere allevata negli anni Ottanta e costituisce un pezzo di storia vivente della Toscana, un miracolo di biodiversità salvato dall&#8217;estinzione grazie a decenni di lavoro e diventato uno dei simboli più esclusivi della Toscana gastronomica. È stata la razza con la quale le persone hanno ricominciato a mangiare carni ricche di lardo senza paura, sia in cottura che stagionate: il prosciutto ne è un esempio. Oggi però, questo ecosistema perfetto rischia di frantumarsi.</p>
<p>Il <strong>nemico si chiama Peste suina africana (Psa)</strong>. Non è una novità: l&#8217;allarme si ripresenta con una regolarità ciclica che ricalca i peggiori incubi degli allevatori, ma questa volta la minaccia ha cambiato marcia. Il virus sta sviluppandosi in maniera violenta, stringendo la Toscana in una morsa e minaccia di spingersi verso il cuore produttivo della regione. Per una filiera d&#8217;eccellenza che conta meno di ottanta allevatori e poco più di 3000 capi certificati all&#8217;anno, un solo focolaio significherebbe l&#8217;abbattimento totale degli animali e la fine di un sogno biologico ed economico da 5,5 milioni di euro.</p>
<p>La vulnerabilità della Cinta sta paradossalmente in ciò che la rende unica: il fatto di vivere libera, allo stato brado o semibrado tra i boschi e i pascoli collinari. Blindare gli animali in capannoni asettici, per evitare per esempio il contatto con i cinghiali, significherebbe snaturarli e violare lo stesso disciplinare Dop. Per questo il Consorzio di Tutela chiede da quasi due anni di mettere in sicurezza il patrimonio genetico della razza, isolando un nucleo protetto di riproduttori prima che sia troppo tardi. Per capire l&#8217;effettiva gravità della situazione e come si sia arrivati a questo punto di non ritorno, abbiamo <a href="https://www.qualivita.it/news/peste-suina-africana-lallarme-del-consorzio-la-cinta-senese-rischia-di-scomparire/" target="_blank" rel="noopener">intervistato Nicolò Savigni, presidente del Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop</a>.</p>
<h4>Quali sono le differenze di questa peste rispetto agli anni scorsi visto che questo allarme si ripete in maniera ciclica?</h4>
<p>“Le differenze rispetto il passato che la Psa sta avanzando in maniera forte sulla dorsale appenninica e da Massa Carrara, adesso è scesa a Lucca a Pistoia e avanza verso Prato, Firenze e Arezzo. L’allarme del consorzio è che questa pandemia rischia di far scendere i capi di Cinta Senese sotto i 3000 esemplari sul territorio toscano; quindi, il rischio di andare verso l’estinzione della specie per problemi di consanguineità è del tutto reale”.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.repubblica.it/il-gusto/2026/07/17/news/cinta_senese_di_nuovo_a_rischio_la_peste_suina_africana_puo_distruggere_gli_allevamenti-425476593/" target="_blank" rel="noopener">Repubblica.it</a></p>
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		<title>Baldrighi: allarme su Cinta Senese, un simbolo del made in italy</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/baldrighi-allarme-su-cinta-senese-un-simbolo-del-made-in-italy/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 07:16:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[filiere produttive]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente di Origin Italia, Cesare Baldrighi, sulla Cinta Senese DOP colpita dalla peste suina: È un patrimonio storico, genetico, culturale “La Cinta Senese non è soltanto una razza autoctona della Toscana: è un patrimonio storico, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il presidente di Origin Italia, Cesare Baldrighi, sulla Cinta Senese DOP colpita dalla peste suina: È un patrimonio storico, genetico, culturale<br />
</em></p>
<p>“La <a href="https://www.qualivita.it/news/peste-suina-africana-lallarme-del-consorzio-la-cinta-senese-rischia-di-scomparire/" target="_blank" rel="noopener">Cinta Senese non è soltanto una razza autoctona della Toscana</a>: è un patrimonio storico, genetico, culturale ed economico dell’intero Paese”. Così <strong>Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia</strong>. “La sua filiera è alla base di una produzione tutelata a livello europeo con la Denominazione di Origine Protetta e rappresenta uno dei simboli più autentici del Made in Italy agroalimentare.</p>
<p>La perdita di questo patrimonio – prosegue Baldrighi – provocherebbe un danno irreversibile non soltanto agli allevatori e al territorio toscano, ma anche all’immagine e alla credibilità dell’intero sistema italiano delle DOP e IGP. Per questo è indispensabile che le istituzioni intervengano con la massima urgenza”.</p>
<p>[…]</p>
<p>Fonte: <a href="https://askanews.it/2026/07/17/baldrighi-allarme-su-cinta-senese-un-simbolo-del-made-in-italy/" target="_blank" rel="noopener">AskaNews.it</a></p>
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		<title>La nuova geografia climatica del vino italiano</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/la-nuova-geografia-climatica-del-vino-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 06:04:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[Produzione vitivinicola]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il cambiamento climatico segna una nuova geografia climatica del vino italiano e i dati suggeriscono che non sarà una semplice migrazione verso Nord. Quando pensiamo agli effetti del cambiamento climatico sul vino italiano, la rappresentazione più immediata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il cambiamento climatico segna una nuova geografia climatica del vino italiano e i dati suggeriscono che non sarà una semplice migrazione verso Nord.</em></p>
<p>Quando pensiamo agli effetti del <strong>cambiamento climatico</strong> sul vino italiano, la rappresentazione più immediata sembra quasi ovvia: il Sud diventerà progressivamente troppo caldo, mentre il Nord potrà beneficiare di temperature più favorevoli alla maturazione dell’uva.</p>
<p>Per molto tempo abbiamo immaginato il cambiamento climatico del vino come uno spostamento ordinato lungo la carta geografica: il Sud destinato a diventare troppo caldo, il Nord progressivamente favorito da temperature più miti, le coltivazioni in risalita verso quote e latitudini superiori. Una rappresentazione semplice, quasi geometrica, che i dati climatici del 2026 contribuiscono però a mettere in discussione, suggerendo una <strong>geografia assai meno lineare</strong>.</p>
<p>Utilizzando l’<a href="https://www.ilpost.it/2026/06/24/temperature-caldo-comuni-italiani/">infografica realizzata dal <strong><em>Post</em></strong></a> sulla base dei dati <a href="https://cds.climate.copernicus.eu/datasets/reanalysis-era5-single-levels?tab=overview"><strong>ERA5-Land</strong></a> del programma europeo <strong>Copernicus</strong>, abbiamo confrontato le <strong>anomalie delle temperature medie mensili del 2026 in alcuni tra i principali comuni vitivinicoli italiani</strong>.</p>
<p>I valori, stimati su una griglia di circa 11 chilometri, sono rapportati alla <strong>media climatica del periodo 1961–1990</strong>. Per giugno 2026 il dato è parziale e aggiornato al 18 giugno. Il confronto ha pertanto un valore esplorativo e territoriale: il campione non è statisticamente rappresentativo dell’intera viticoltura italiana e la risoluzione spaziale dei dati non consente di distinguere i microclimi dei singoli vigneti.</p>
<p>Nel campione analizzato, <strong>tutti i comuni vitivinicoli registrano, tra gennaio e giugno 2026, temperature superiori alla media 1961–1990, con uno scarto medio complessivo di circa +2,4 °C</strong>. Il dato più evidente è una marcata differenziazione geografica: raggruppando i comuni in modo puramente descrittivo, <strong>lo scarto medio passa da circa +1,9 °C nel Sud e nelle Isole a +2,5 °C nell’Italia centrale, fino a +2,8 °C nel Nord</strong>.</p>
<p>Le anomalie più elevate interessano soprattutto territori settentrionali e continentali. <strong>Berbenno di Valtellina</strong> raggiunge +3,2 °C, mentre <strong>Barbaresco</strong>, <strong>Erbusco</strong> e <strong>Terlano</strong> registrano +3,1 °C. Seguono <strong>Montalcino</strong>, con +2,7 °C, e diversi comuni del Centro-Nord, compresi tra +2,4 e +2,5 °C. Al contrario, gli scarti più contenuti emergono a <strong>Marsala</strong>, con +1,6 °C, a <strong>Milo</strong> e <strong>Manduria</strong>, con +1,7 °C, a <strong>Tramonti</strong>, con +1,8 °C, e a <strong>Cirò</strong>, con +2,0 °C.</p>
<p>Ancora più significativi sono i picchi mensili. <strong>Berbenno</strong> raggiunge un’anomalia di +5,1 °C in aprile, <strong>Terlano</strong> +4,6 °C, <strong>Erbusco</strong> +4,1 °C e <strong>Barbaresco</strong> +4,1 °C in febbraio. Nei territori meridionali, invece, il massimo scarto si concentra prevalentemente in febbraio e rimane generalmente compreso tra +2,2 e +2,6 °C, con l’eccezione di Taurasi, che arriva a +3,5 °C.</p>
<p><strong>Barolo</strong>, <strong>Barbaresco</strong>, <strong>Valdobbiadene</strong>, <strong>Erbusco</strong> e <strong>Montalcino</strong> mostrano dunque anomalie termiche particolarmente elevate rispetto alla media climatica del periodo 1961–1990. In diversi casi, lo scostamento dalla norma storica risulta più marcato di quello rilevato a <strong>Marsala</strong>, <strong>Milo</strong>, <strong>Manduria</strong> e in altri importanti territori vinicoli meridionali.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<h4>Non sarà una semplice migrazione verso Nord</h4>
<p>I dati del 2026 mettono in crisi l’idea che il futuro del vino possa essere descritto come un semplice spostamento delle coltivazioni dalle regioni meridionali verso quelle settentrionali.</p>
<p>La <strong>nuova geografia climatica del vino italiano</strong> sarà probabilmente molto più <strong>frammentata</strong> e assumerà la forma di una <strong>riorganizzazione</strong> interna dei territori: dai fondovalle ai versanti, dalle esposizioni meridionali a quelle settentrionali, dalle quote inferiori a quelle più elevate, dai suoli meno profondi a quelli capaci di conservare maggiore umidità, dalle aree interne a quelle maggiormente ventilate.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte:<a href="https://www.intravino.com/primo-piano/la-nuova-geografia-climatica-del-vino-italiano-spoiler-non-sara-una-semplice-migrazione-verso-nord/?fbclid=IwZnRzaATFioNwZG9mA2ZkaWQWUKoXR3ezTYsJlblvxjiSBPv5hKxhVGV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkCjY2Mjg1NjgzNzkAAR4Rr_uve6syLRUUAMpyRXyuDQn2RH4psYFcNHhlInjtGSsNVzQ-q4HXW8xLAA_aem_yVR6rotzdYvblouGyJNe5g" target="_blank" rel="noopener"> Intravino.com</a></p>
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		<title>Peste suina africana, l’allarme del Consorzio: «La Cinta Senese rischia di scomparire»</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/peste-suina-africana-lallarme-del-consorzio-la-cinta-senese-rischia-di-scomparire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 11:08:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[benessere animale]]></category>
		<category><![CDATA[Carni fresche]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[filiera agroalimentare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente Nicolò Savigni: «Dal 2024 chiediamo alle istituzioni di costituire un nucleo di riproduttori in un luogo isolato e protetto. Il tempo dei rinvii è finito: servono decisioni immediate per salvare la razza e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il presidente <strong>Nicolò Savigni</strong>: «Dal 2024 chiediamo alle istituzioni di costituire un nucleo di riproduttori in un luogo isolato e protetto. Il tempo dei rinvii è finito: servono decisioni immediate per salvare la razza e le aziende della filiera». <strong>Cesare Baldrighi, </strong>Origin Italia: «Non possiamo perdere un simbolo del Made in Italy»</em></p>
<p>La diffusione della Peste Suina Africana in Toscana mette seriamente a rischio la sopravvivenza della Cinta Senese, una delle razze suine autoctone più antiche e rappresentative del patrimonio agroalimentare italiano.</p>
<p>A lanciare l’allarme è il Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP, dopo i recenti casi di positività riscontrati anche negli allevamenti suini della regione. Il primo focolaio in un allevamento toscano è stato individuato a Comano, in provincia di Massa-Carrara, mentre nei giorni scorsi due suini rinvenuti morti in un allevamento di San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia, sono risultati positivi al virus.</p>
<p>Una situazione che conferma l’avanzamento dell’emergenza e rende sempre più concreto il pericolo per gli allevamenti di Cinta Senese. La Peste Suina Africana non è trasmissibile all’uomo, ma colpisce i suini domestici e i cinghiali e, in caso di focolaio, può comportare l’adozione di misure sanitarie particolarmente severe, fino all’abbattimento di tutti gli animali presenti nell’allevamento.</p>
<h4>Una razza particolarmente esposta</h4>
<p>La Cinta Senese viene allevata prevalentemente allo stato brado o semibrado, secondo un modello produttivo strettamente legato ai boschi, ai pascoli e alle aree rurali della Toscana. Gli animali vivono quotidianamente all’aperto e si alimentano principalmente attraverso il pascolamento.</p>
<p>Questa caratteristica, fondamentale per la qualità e l’identità della produzione, rende tuttavia molto più complesso garantire una separazione completa dalla fauna selvatica e, in particolare, dai cinghiali.</p>
<p>Molti allevamenti sono inoltre localizzati in territori collinari, montani e marginali, spesso caratterizzati da un’elevata densità di fauna selvatica. In queste condizioni, anche applicando rigorosamente le misure di biosicurezza all’interno delle aziende, risulta estremamente difficile eliminare ogni possibile rischio di contatto, diretto o indiretto, con il virus.</p>
<p>Fino a oggi sono stati messi a disposizione contributi per rafforzare la biosicurezza all’interno degli allevamenti, sostenendo interventi sulle recinzioni, sugli accessi, sulle strutture e sulle procedure aziendali. Si tratta di misure necessarie, ma non sufficienti: al di fuori dei perimetri aziendali il contenimento del rischio resta una vera e propria emergenza, legata soprattutto alla presenza e agli spostamenti della fauna selvatica.</p>
<p>Ad oggi, tuttavia, le aziende allevatrici di Cinta Senese non sono trattate dalle istituzioni come presìdi strategici da difendere, nonostante custodiscano un patrimonio genetico e produttivo di interesse collettivo. Occorrono quindi interventi coordinati anche sul territorio esterno agli allevamenti, attraverso una maggiore sorveglianza, il contenimento del rischio e misure specifiche di protezione delle aziende.</p>
<p>«Siamo davanti a un pericolo reale, non più a un’ipotesi lontana», dichiara <strong>Nicolò Savigni, presidente del Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP</strong>. «La Cinta Senese vive all’aperto, nei boschi e nei territori rurali della Toscana. È proprio questo legame con l’ambiente a renderla unica, ma oggi rappresenta anche un elemento di forte vulnerabilità. Un solo focolaio in uno degli allevamenti più importanti potrebbe compromettere irreversibilmente il patrimonio genetico della razza. Gli allevatori hanno rafforzato la biosicurezza interna, anche grazie ai contributi ricevuti, ma fuori dai confini aziendali il rischio resta al di fuori del loro controllo. Non possono essere lasciati soli: ogni allevamento di Cinta Senese deve essere considerato un presidio da difendere».</p>
<h4>Dal 2024 il progetto per salvaguardare il patrimonio genetico</h4>
<p>Il Consorzio si è attivato fin dall’agosto 2024, coinvolgendo le istituzioni regionali e nazionali nella definizione di un progetto finalizzato alla costituzione di una riserva genetica della Cinta Senese in un luogo isolato, protetto e sottoposto a misure di biosicurezza rafforzata.</p>
<p>Il progetto prevede la creazione di un nucleo composto indicativamente da <strong>12-15 femmine e 3 maschi riproduttori</strong>, da trasferire in un sito caratterizzato da un rischio epidemiologico minimo.</p>
<p>Dal primo sopralluogo effettuato nell’agosto 2024 sono state esaminate, insieme ad ANAS e agli altri soggetti coinvolti, diverse possibili soluzioni localizzative in aree isolate e protette, potenzialmente idonee a ospitare il nucleo in condizioni di elevata biosicurezza.</p>
<p>L’obiettivo è mettere in sicurezza un nucleo essenziale di riproduttori, capace di assicurare la conservazione della razza e di consentirne, in caso di emergenza, la futura ricostituzione.</p>
<p>Nonostante il lavoro svolto, la disponibilità manifestata da più soggetti e il riconoscimento della validità tecnica dell’iniziativa, a distanza di quasi due anni non è stata ancora assunta una decisione operativa definitiva. Non è stato formalmente individuato il sito, non è stata completata l’istruttoria sanitaria e non è stato costituito il nucleo di riproduttori.</p>
<h4>A rischio anche la sopravvivenza economica delle aziende</h4>
<p>L’emergenza non riguarda soltanto la conservazione della razza. Gli allevatori della filiera sono fortemente preoccupati per il futuro delle proprie imprese, molte delle quali hanno costruito l’intera attività economica sull’allevamento e sulla valorizzazione della Cinta Senese.</p>
<p>Si tratta spesso di aziende familiari situate nelle aree interne della Toscana, nelle quali l’allevamento contribuisce alla manutenzione dei boschi, al presidio del territorio, alla tutela della biodiversità e al mantenimento di attività economiche e occupazionali.</p>
<h4>Baldrighi, Origin Italia: «Non possiamo perdere un simbolo del Made in Italy»</h4>
<p>«La Cinta Senese non è soltanto una razza autoctona della Toscana: è un patrimonio storico, genetico, culturale ed economico dell’intero Paese», dichiara <strong>Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia</strong>.</p>
<p>«La sua filiera è alla base di una produzione tutelata a livello europeo con la Denominazione di Origine Protetta e rappresenta uno dei simboli più autentici del Made in Italy agroalimentare. La perdita di questo patrimonio provocherebbe un danno irreversibile non soltanto agli allevatori e al territorio toscano, ma anche all’immagine e alla credibilità dell’intero sistema italiano delle DOP e IGP. Per questo è indispensabile che le istituzioni intervengano con la massima urgenza».</p>
<h4>Le richieste alle istituzioni del Presidente Nicolò Savigni</h4>
<p>Il Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP chiede alla <strong>Regione Toscana</strong>, al <strong>Ministero della Salute</strong>, al <strong>Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste</strong> e al <strong>Commissario straordinario alla Peste Suina Africana</strong> di intervenire con azioni concrete e immediate e, in particolare.</p>
<p>«Non chiediamo nuove dichiarazioni di intenti, ma atti concreti», conclude il presidente Nicolò Savigni. «Il tempo delle valutazioni e dei rimpalli amministrativi è terminato. Chiediamo alle istituzioni nazionali e regionali di intervenire immediatamente, perché oggi possiamo ancora salvare la Cinta Senese. Domani potrebbe essere troppo tardi».</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.cintasenesedop.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP</strong></a></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/07/COMUNICATO-CINTA-SENESE-1.pdf">SCARICA COMUNICATO STAMPA</a></p>
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		<title>Cozza di Scardovari DOP produzione azzerata e cresce l&#8217;allarme</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/cozza-di-scardovari-dop-produzione-azzerata-e-cresce-lallarme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 07:34:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[pesci e molluschi]]></category>
		<category><![CDATA[volumi produttivi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Disastro cozze. Per il Consorzio tutela Cozza di Scardovari DOP &#8220;perso il 99% della produzione estiva&#8221;. Cia lancia l&#8217;allarme per l&#8217;anossia e chiede dragaggi costanti. Il settore invoca interventi strutturali mentre la Regione avvia la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/cozza-di-scardovari-dop-produzione-azzerata-e-cresce-lallarme/">Cozza di Scardovari DOP produzione azzerata e cresce l&#8217;allarme</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Disastro cozze. Per il Consorzio tutela Cozza di Scardovari DOP &#8220;perso il 99% della produzione estiva&#8221;. Cia lancia l&#8217;allarme per l&#8217;anossia e chiede dragaggi costanti. Il settore invoca interventi strutturali mentre la Regione avvia la vivificazione delle lagune</em></p>
<p><strong>La crisi dell&#8217;acquacoltura nel Delta è drammatica</strong> e il settore chiede interventi immediati. Dopo la <strong>moria di mitili registrata nelle scorse settimane nella Sacca di Scardovari</strong>, Cia Rovigo toma a suonare la sirena d&#8217;emergenza, parlando di un disastro che rischia di compromettere definitivamente il futuro del comparto.</p>
<p>I numeri diffusi da Cia fotografano un vero e proprio tracollo, con <strong>una perdita che sfiora il 99 % della Cozza di Scardovari DOP nell&#8217;ultimo periodo di caldo estremo</strong>: dei circa 13mila quintali prodotti quest&#8217;anno, gli ultimi mille erano ancora immersi in acqua e pronti per essere immessi sul mercato, ma sono andati completamente distrutti, traducendosi in una perdita totale sul prodotto invenduto. Secondo il presidente provinciale dell&#8217;associazione Erri Faccini si tratta a tutti gli effetti di &#8220;<strong>un&#8217;annata nera per l&#8217;acquacoltura polesana</strong>&#8220;.</p>
<p><strong>A mettere ko gli allevamenti è stato il fenomeno dell&#8217;anossia</strong>, una piaga che per Faccini ha cause precise, legate alla carenza di manutenzione. Il presidente di Cia evidenzia infatti come negli anni scorsi siano mancati &#8220;quei necessari lavori strutturali nei fondali finalizzati a garantire un corretto ricircolo dell&#8217;acqua, e oggi il territorio ne paga fatalmente le conseguenze&#8221;. Da qui la richiesta perentoria di dragaggi costanti e &#8220;non a spot&#8221;, e dell&#8217;acquisto di battellidraga da parte della Regione Veneto per assicurare una manutenzione continua.</p>
<p>Una ricostruzione drammatica che sposa quanto già denunciato dal <strong>presidente del Consorzio Paolo Mancin</strong>, il quale ha confermato la perdita di circa mille quintali di Cozza Dop, sottolineando la beffa di una raccolta che, se fosse durata appena una settimana in più, avrebbe evitato gran parte del danno.</p>
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<p>Fonte: <strong>La Voce di Rovigo</strong></p>
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