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	<title>CONSORTIUM 2020_04 &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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	<description>DOP IGP STG :: Prodotti agroalimentari e vitivinicoli IG</description>
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	<title>CONSORTIUM 2020_04 &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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		<title>Da nord a sud, il patrimonio delle patate DOP IGP italiane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Matteo Burroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jan 2023 11:58:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_04]]></category>
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		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con una produzione mondiale di circa <strong>400 miliardi di chili all’anno</strong> la patata è il prodotto ortofrutticolo non cereale numero uno nel mondo, al quarto posto tra gli alimenti agricoli più coltivati sul pianeta dopo mais, riso e frumento (Sandro Fuoco, patatem.it). La facilità della sua coltivazione e il suo grande contenuto energetico l’hanno resa un valido prodotto commerciale per milioni di agricoltori. Fino all’85% della pianta è commestibile per l’uomo, contro il 50% dei cereali.</p>
<p>Originaria dell’America meridionale e centrale, oggi è diffusa ovunque. In Italia, la patata, grazie alla notevole capacità di adattamento agli elementi del clima, può essere coltivata da nord a sud, in diversi periodi dell’anno e a diverse altitudini. Le particolari condizioni climatiche di alcune aree e l’adattabilità della coltura ai cicli extra-stagionali consentono di avere inoltre un calendario di produzione di patate quasi continuo, fino a coprire praticamente tutto l’anno.</p>
<p>I <strong>cambiamenti climatici</strong> in corso e il previsto calo delle risorse idriche dei prossimi anni, pongono le patate in una <strong>posizione vantaggiosa rispetto ad altre colture</strong> alimentari perché grazie alle numerose qualità specifiche, possono crescere nelle più svariate condizioni climatiche. A differenza dei principali cereali, solo una parte della produzione di patate entra nel commercio internazionale e i prezzi, in generale, sono determinati dai costi locali di produzione, e non dalla fluttuazione del mercato mondiale. Questo rende la loro coltivazione indicata per la sicurezza alimentare, in quanto può aiutare gli agricoltori a basso reddito e i consumatori vulnerabili, ad attraversare l’attuale momento di instabilità tra l’offerta e la domanda di prodotti alimentari.</p>
<p>La <strong>produzione italiana</strong> di patate comuni negli ultimi anni varia <strong>dai 13 ai 15 milioni di quintali</strong> tra patate novelle, da consumo fresco e tuberi destinati all’industria. Un dato in forte calo rispetto a 20 anni fa, quando se ne producevano 20 milioni di quintali. Il trend negativo registrato da alcuni anni nel consumo di patate è imputabile a diversi fattori, fra cui abitudini alimentari che portano a scegliere prodotti considerati più dietetici. Oggi l’escalation dei costi delle materie prime mette a ulteriore rischio il settore delle patate made in Italy e dal comparto viene segnalata la necessità di trovare un punto di equilibrio con i rappresentanti delle catene della grande distribuzione per un approccio condiviso. Il settore risente dell’aumento generalizzato dei costi di energia, trasporti e materiali di imballaggio, nonché dei rincari dei concimi e dell’acqua. Inoltre, la mancanza di risorse idriche durante la torrida estate 2022, abbinata agli effetti delle alte temperature, sta comportando una significativa diminuzione delle rese produttive di oltre il -15%. Anche la guerra in Ucraina, per diversi motivi, avrà molto probabilmente un notevole impatto sul mercato delle patate.</p>
<p>La produzione pataticola nazionale non è sufficiente rispetto ai consumi interni e <strong>l’Italia importa dai 5 ai 7 milioni di quintali all’anno di patate</strong> provenienti principalmente da Francia e Germania. Le superfici complessive destinate alla pataticoltura sono calate negli ultimi due decenni, passando da 70 a 50mila ettari (fonte quotidiano.net/economia).</p>
<p>Il trend attuale per la produzione di patate in Italia sembra puntare più sull’eccellenza che sulla quantità e, a fronte di minori consumi, le persone scelgono la qualità. Fra le 319 IG italiane del cibo, la patata, ha ben sei DOP IGP, legate ai territori più vocati per la coltivazione. Nel dicembre 2021 la <strong>Borsa Patate felsinea</strong> (produttori e commercianti), ha aggiornato il prezzo delle patate destinate allo stoccaggio, fissando per il secondo anno consecutivo, il valore più elevato mai raggiunto (0,32 euro al kg per il prodotto di prima qualità).</p>
<p>“Un riconoscimento che premia la valorizzazione fatta nell’ambito del contratto quadro con le produzioni di elevata qualità presenti sul mercato e riconosciuti ormai come top di gamma per le patate fresche” come cita una nota della Borsa.</p>
<p>La <strong>sostenibilità ambientale</strong> è uno degli aspetti produttivi che rappresenta anche una leva di marketing tra le più importanti per le patate di eccellenza DOP e IGP italiane. È il caso di numerose aziende impegnate nella costante e concreta attenzione all’impatto ambientale, ad esempio attraverso impianti a biomasse per la produzione di energia rinnovabile dal biogas, alimentati dagli scarti della lavorazione delle patate, per limitare l’impatto della produzione sugli ecosistemi e sulle risorse naturali, cercando un impegno green in tutti i livelli della filiera: dal campo, allo stabilimento, fino agli imballaggi dei prodotti. Tra il 2010 e il 2016 <strong>due nuove DOP e quattro nuove IGP</strong> di patate hanno coinvolto più regioni italiane: la Calabria, l’Emilia-Romagna, il Lazio, la Puglia, l’Umbria, le Marche e l’Abruzzo, tracciando un ideale percorso del gusto da nord a sud.</p>
<p>Dal 2010 la <strong>Patata della Sila</strong> ha ottenuto il marchio IGP ed è coltivata nell’altopiano calabrese all’interno di un territorio piuttosto ristretto. Ha ottime caratteristiche culinarie ed è ideale per essere fritta, grazie alla forte presenza di sostanza secca. Sempre del 2010 è la certificazione DOP della <strong>Patata di Bologna</strong>, dal sapore delicato e particolarmente versatile. È una produzione economicamente molto interessante sul territorio al punto che esiste una Borsa Patate di Bologna. Nel 2014 viene registrata l’IGP della <strong>Patata dell’Alto Viterbese</strong>, prodotta dagli anni ’70 nell’area intorno al Lago di Bolsena, su terreni vulcanici ricchi di potassio. La Patata Novella di Galatina in Puglia, coltivata nel Salento e sulle coste ioniche, è DOP dal 2015. L’80% dei tuberi della <strong>Patata Novella di Galatina DOP</strong> è destinato al mercato nord-europeo, in particolare quello tedesco, dove raggiunge le maggiori quotazioni rispetto ad altre varietà di patate novelle e nel quale si posiziona bene nel periodo fra aprile e giugno, quando le scorte di patate del vecchio raccolto locale sono esaurite o in via di esaurimento e non è ancora disponibile il nuovo prodotto. Lo stesso anno ottiene l’IGP la <strong>Patata Rossa di Colfiorito</strong> coltivata nell’area montana dell’Appennino Umbro-Marchigiano. Con buccia rossa e polpa gialla è una patata coltivata a partire dai 470 metri di altitudine e su terreni silicei. È nota per la compattezza e la tenuta della cottura, adatta per ogni tipo di preparazione. Nel 2016 arriva l’IGP per la <strong>Patata del Fucino</strong>, in Abruzzo, apprezzata per la sua sapidità e la capacità di conservazione. Si coltiva in diverse varietà, sia a buccia gialla che rossa, sopra i 600 metri di altitudine in 9 comuni della provincia dell’Aquila.</p>
<h4>Patata del Fucino IGP</h4>
<p>Il Consorzio di Tutela Patata del Fucino IGP è stato costituito nel 2016, riconosciuto nel 2017, e rappresenta oltre l’80% della produzione certificata IGP. I produttori sono riuniti nel Consorzio per la valorizzazione di questo tubero, che in Abruzzo era originariamente conosciuto come ‘Patata di Avezzano’, poi registrata nel 2016 con il nome di Patata del Fucino IGP. Il prosciugamento e la bonifica del lago Fucino – voluto nella seconda metà del XIX secolo da Alessandro Torlonia – permise la coltivazione di patate, cereali, barbabietole da zucchero e altri prodotti orticoli come la Carota dell’Altopiano del Fucino, registrata IGP nel 2007, su una superficie iniziale di circa 15.000 ettari. La trasformazione lago-pianura ebbe nel territorio marsicano delle forti ripercussioni di carattere sociale, culturale ed economico. A cominciare dagli anni ’60 l’avvento dell’imprenditoria, affiancata all’agricoltura di tipo tradizionale, trasformò l’economia della zona, grazie anche al miglioramento delle infrastrutture. <strong>Mario Nucci</strong> è il direttore del Consorzio di Tutela Patata del Fucino IGP.</p>
<p><strong>Direttore, c’è stato incremento di associati negli anni?</strong><br />
Direi proprio di sì, attualmente contiamo 238 associati. Nel 2017 abbiamo iniziato su una coltivazione di 135 ettari, attualmente, nel 2022, siamo arrivati a coltivare un superficie registrata di 780 ettari.<br />
<strong>Gli agricoltori sono favorevoli alla certificazione?</strong><br />
Certamente, in considerazione del notevole impegno nella coltivazione. Il Consorzio associa produttori e confezionatori iscritti al piano dei controlli, uniti per tutelare la qualità, la storicità, l’appartenenza al territorio di provenienza.<br />
<strong>Quanto è impegnato il vostro Consorzio nell’attenzione alla sostenibilità ambientale?<br />
</strong>Il sistema di contratto adottato dal Consorzio garantisce sia il prodotto che l’ambiente. La sostenibilità costituisce un obiettivo irrinunciabile, con l’applicazione di tecniche di coltivazione e confezionamento a basso impatto ambientale. L’obbligo della rotazione quadriennale è un impegno concreto sulla sostenibilità ambientale.<br />
<strong>Qual è la posizione del vostro Consorzio verso gli impianti a biomasse per la produzione di energia rinnovabile dal biogas alimentato dagli scarti della lavorazione delle patate?</strong><br />
Nulla quaestio sull’utilizzo di piccoli impianti limitati al fabbisogno energetico delle aziende confezionatrici. Non siamo favorevoli invece a grandi impianti che hanno bisogno di grossi quantitativi e di conseguenza vengono utilizzati anche da altri “scarti”, tipo rifiuti urbani, che arrivano da città non vicine alla zona agricola di produzione, con un traffico di mezzi che causerebbe inquinamento<br />
<strong>Sono remunerative per i coltivatori le pratiche agronomiche definite “naturali” o “a basso impatto”, sia nella concimazione sia nella difesa da insetti e malattie?</strong><br />
A livello economico incidono sicuramente, ma ci si augura una maggiore remunerazione da un prodotto di qualità come la Patata del Fucino IGP.<br />
<strong>Avete collaborazioni con centri di ricerca e Università per la sperimentazione e lo sviluppo di nuove tecnologie, con l’obiettivo di definire tecniche colturali sempre più efficienti e sostenibili?</strong><br />
Abbiamo un’ottima collaborazione con la Facoltà di Microbiologia dell’Università dell’Aquila con progetti di ricerca innovativi, tra cui il deposito di un brevetto con un nuovo metodo di tecnica colturale, con l’utilizzo di prodotti solubilizzatori di macro e micro elementi.<br />
<strong>La siccità e l’attuale situazione di cambiamento climatico influiscono molto anche sulla coltivazione delle patate?<br />
</strong>Per adesso non è un problema, perché il territorio di produzione è in una zona a 800 metri sul livello del mare e nell’alveo di un lago – prosciugato grazie a una soluzione ingegneristica straordinaria – in cui è stata effettuata una canalizzazione non finalizzata a far defluire le acque, ma studiata per farle rimanere nei canali, creando una continua umidità nel sottosuolo. Per la coltivazione delle patate, sono sufficienti solo due irrigazioni, che da sole garantiscono un ottimo prodotto come le Patate del Fucino IGP.</p>
<h4>Patata dell’Alto Viterbese IGP</h4>
<p>Nei campi che circondano il lago di Bolsena e sulle colline circostanti, la patata è stata coltivata per centinaia di anni. Un prodotto che si è subito adattato a un territorio di origine vulcanica, ricco di potassio e di elementi chimici di primaria importanza per la produzione di tuberi di qualità. Lo speciale microclima dovuto al bacino lacustre e le componenti minerali del terreno conferiscono al prodotto specificità che lo contraddistinguono sui mercati nazionali. Dal 2014 la Patata dell’Alto Viterbese ha ottenuto la denominazione IGP. Il COPAVIT (Consorzio della Patata Alto Viterbese) oggi rappresenta un’importante realtà del comparto agroalimentare della Tuscia, con 5 cooperative e circa 150 aziende associate che operano nei comuni di San Lorenzo Nuovo, Bolsena, Grotte di Castro, Gradoli, Acquapendente e Latera. Consortium ha intervistato <strong>Stefano Broccatelli</strong>, presidente del Consorzio Patata dell’Alto Viterbese IGP.</p>
<p><strong>Presidente Broccatelli, gli agricoltori sono favorevoli alla certificazione?</strong><br />
Sinceramente vivono ancora la certificazione come un peso, a causa dei troppi adempimenti burocratici; il problema non è adeguarsi al disciplinare per la produzione – anche il prodotto non IGP di fatto viene coltivato allo stesso modo – il problema è la burocrazia necessaria per ottenere la certificazione che scoraggia molti dei nostri produttori.<br />
<strong>Quanto è impegnato il vostro Consorzio nell’attenzione alla sostenibilità ambientale?</strong><br />
La sensibilità ambientale c’è per quello che è possibile: tutte le nostre cooperative fanno la lotta integrata e come Consorzio siamo certificati per lavorare il biologico. Seguiamo le linee nazionali, cerchiamo di stare attenti. Quest’anno sono stati necessari pochi trattamenti, niente insetti e niente malattie fungine, forse anche perché non ha piovuto. Sono stati necessari solo trattamenti di copertura.<br />
<strong>Che posizione avete verso gli impianti a biomasse per la produzione di energia rinnovabile dal biogas alimentato dagli scarti della lavorazione delle patate?</strong><br />
Come Consorzio avevamo il progetto di realizzare un impianto, ma non abbiamo ancora trovato i finanziamenti. Per adesso ci stiamo appoggiando a impianti esterni dove smaltiamo gratuitamente i nostri rifiuti, ma abbiamo il costo del trasporto. Realizzarne uno nostro è un progetto che è sempre nelle nostre ambizioni, diventerebbe un guadagno, avremmo energia per autoconsumo.<br />
<strong>Collaborate con centri di ricerca e Università per la sperimentazione e lo sviluppo di nuove tecnologie, con l’obiettivo di definire tecniche colturali sempre più efficienti e sostenibili?</strong><br />
Collaboriamo da anni con la facoltà di Agraria dell’Università della Tuscia, adesso è in corso un progetto sul prodotto semi disidratato che sarà finito nel 2023; sempre con l’Università della Tuscia siamo riusciti a mettere a punto le patate di IV gamma, destinate al canale Horeca con conservazione naturale: fresche, lavate, asciugate, tagliate e confezionate, pronte per essere cucinate. Questo tipo di lavorazione sta funzionando molto bene per mense, ospedali e ristorazione. Lavoriamo molto su Roma e siamo davvero soddisfatti.<br />
<strong>La siccità influisce molto anche sulla coltivazione delle patate? Quanto incide l’attuale situazione di cambiamento climatico sul vostro settore?</strong><br />
La siccità influisce moltissimo, avremo produzione bassissima con solo patate piccole. Per noi il problema non è l’acqua, c’è il Consorzio di bonifica, i terreni sono tutti irrigui, ma con queste temperature le piante sono dormienti, anche se irrigate stanno ferme a causa del forte caldo durante il giorno. Sono bloccate tutto il giorno, riprendono un pochino solo all’ alba e al tramonto quando si abbassano le temperature. Anche se annaffiamo si è bloccata la crescita, non facendo la fotosintesi, la pianta non metabolizza. Siamo stati per un mese su una media di 35 gradi, ma abbiamo toccato anche 39 gradi.<br />
<strong>Quanta parte della vostra produzione è destinata all’export? Come sono stati gli ultimi anni?</strong><br />
Noi abbiamo un mercato esclusivamente italiano, il Covid ci ha danneggiati tantissimo perché lavoriamo prevalentemente con il canale Horeca e con la pandemia le mense hanno chiuso, molti lavoratori sono ancora in smart working. Da 650 quintali di patate al mese pre Covid, adesso siamo scesi sui 350 quintali; stiamo cercando altri mercati Horeca privati, gruppi di acquisto, abbiamo una proposta in Svizzera, ma è difficile. Per noi la contrazione delle vendite non è stata causata da un diffuso stile di vita wellness, su di noi hanno pesato le chiusure delle aziende che fornivano mense.</p>
<h4>Patata della Sila IGP</h4>
<p>Il Consorzio di tutela della Patata della Sila IGP si è costituito nel maggio 2012. I soci iscritti sono 27 e rappresentano il 66% della produzione. Nel 2021 la produzione valorizzata sui mercati è stata di circa 13.000 tonnellate con un valore alla produzione di circa 4,2 milioni di euro e 19 milioni al consumo finale. Il 90% della produzione è distribuito dalla GDO e la totalità del prodotto è venduta in Italia. <strong>Pietro Tarasi</strong> è presidente del Consorzio di tutela Patata della Sila IGP.</p>
<p><strong>Presidente Tarasi, avete quote di mercato destinate all’export?</strong><br />
No, nulla è destinato all’export. La produzione della Sila è autunnale e quindi in linea con le produzioni Nord Europee che rendono difficile la penetrazione del nostro prodotto nei mercati stranieri.<br />
<strong>Quanto prodotto certificate?<br />
</strong>La certificazione ha avuto notevoli incrementi negli ultimi anni, investendo circa 650 ettari dell’areale, pari al 50% della superficie coltivata a patate sull’altopiano della Sila.<br />
<strong>Qual è l’atteggiamento del vostro Consorzio nei confronti della sostenibilità ambientale?</strong><br />
Il Consorzio ha investito molto nella sostenibilità ambientale, promuovendo una serie di collaborazioni con l’ente Parco Nazionale della Sila e l’Università della Calabria, costruendo una rete di monitoraggio ambientale allo scopo di ridurre l’uso di fitofarmaci e razionalizzare l’utilizzo dell’acqua di irrigazione. Sempre con il Parco, l’Arsac e l’Università, si sono sviluppate ricerche su alcuni indicatori ambientali, quali la presenza di coleotteri nei coltivi o di impollinatori. Si stanno monitorando le patologie fungine e sperimentando tecniche di cover crop. Tutto ciò nell’ottica di ridurre gli impatti ambientali locali e per un più razionale utilizzo dei fitofarmaci e dei concimi che seguono un disciplinare di produzione volto alla gestione dei materiali al minimo, sia per alleviare i costi, sia per ridurre la pressione sui territori. Del resto la nostra patata è coltivata in un ambiente di pregio come il parco nazionale della Sila, che conferisce al prodotto le caratteristiche organolettiche che lo rendono particolarmente distinto nel panorama delle produzioni nazionali e, pur coprendo solo il 2% della superficie coltivata dell’areale, richiede particolare cura e attenzione.<br />
<strong>Quanto influiscono sulla vostra produzione i cambiamenti climatici?<br />
</strong>L’aumentata incidenza dei cambiamenti climatici e le ripetute siccità che hanno caratterizzato le ultime estati, iniziano a destare preoccupazione e spesso rischiano di generare conflitti tra gli agricoltori. Per questo motivo è posta la massima attenzione sullo studio degli andamenti climatici e sul monitoraggio delle acque di superficie. Per quanto riguarda gli scarti di lavorazione, inviamo tutto il prodotto a impianti di biomasse dislocati nelle vicinanze della zona di produzione. Ultimamente, vista la concentrazione della produzione, si sta valutando la possibilità di un impianto di biomasse in loco. Inoltre, le aziende investono molto nell’utilizzo di pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni.</p>
<h4>Patata Novella di Galatina DOP</h4>
<p>La Patata Novella di Galatina, iscritta nel registro europeo delle DOP dal 2014, oltre che a Galatina, viene prodotta anche in altri comuni del Salento, dove la varietà Sieglinde salentina può esprimere le sue potenzialità di sviluppo per le caratteristiche dei terreni e la natura sabbiosa delle terre di coltivazione. La Patata Novella di Galatina DOP si presenta a buccia gialla o bruno-rossastra e a pasta giallognola, ha una forma allungata o ovale, di grandezza media, con buccia uniforme, facile allo sfaldamento ma priva di screpolature e, a causa della presenza di residui terrosi derivanti dalla coltivazione nelle terre rosse, può assumere un colore ruggine-cioccolato. La polpa è di colore giallognolo e ha una consistenza soda. L’intuizione di dedicarsi alla coltivazione della Patata Novella di Galatina risale al secondo dopoguerra e, all’inizio, la coltivazione interessava esclusivamente il comune salentino di Galatina, per poi estendersi anche ai comuni limitrofi, fino a diffondersi dalla costa adriatica a quella ionica. Interessante notare come lo sbocco commerciale principale della Patata Novella di Galatina DOP sia all’estero, in particolare nel Nord Europa, con più dell’80% dell’esportazione riservata ai mercati tedeschi, mentre la quota di mercato nazionale è quasi trascurabile. In Germania, la Patata Novella di Galatina DOP raggiunge quotazioni maggiori rispetto ad altre varietà di patate novelle prodotte in diverse zone dell’Italia meridionale e si posiziona particolarmente bene nel periodo di tempo fra aprile e giugno, quando le scorte di patate del vecchio raccolto tedesco sono esaurite o in via di esaurimento e non è ancora disponibile il nuovo prodotto locale. L’80% di export è un dato che pone la Patata Novella di Galatina DOP al primo posto per le esportazioni ortofrutticole della provincia di Lecce. La DOP costituisce un elemento di preferenza per il consumatore, per il richiamo alla cultura e alla tradizione e per la visibilità di tutto il settore. Il consumatore cerca sempre più sicurezza nelle sue scelte e la tracciabilità dal campo alla tavola esercita un elevato potere di rassicurazione. Per la filiera sarebbe importante costituire un Consorzio di tutela per regolamentare la produzione, mantenere una migliore remunerazione del produttore e informare meglio il consumatore sulle caratteristiche organolettiche e qualitative della Sieglinde salentina.<br />
Come dichiara <strong>Enzo Manni</strong>, presidente dell’Associazione Produttori Patate Novelle di Galatina: “La DOP per la Patata Novella di Galatina è una straordinaria opportunità di sviluppo per il territorio”.</p>
<h4>Patata Rossa di Colfiorito IGP</h4>
<p>La Patata Rossa di Colfiorito IGP si riferisce al tubero maturo, a buccia rossa e polpa giallo-chiara, della specie Solanum Tuberosum. La zona di produzione ricade nell’area montana dell’Appennino Umbro-Marchigiano e comprende alcuni comuni delle province di Perugia, nella regione Umbria, e di Macerata, nella regione Marche. La Patata Rossa di Colfiorito IGP è caratterizzata da buccia rossa, opaca, sottile e ruvida, con polpa consistente giallo paglierino. Le prime testimonianze della coltivazione della patata rossa nella zona degli altipiani di Colfiorito e di Casenove risalgono alla seconda metà del XVIII secolo, quando la zona era una tappa obbligatoria per gli eserciti che dovevano raggiungere le Marche, e probabilmente la patata venne portata proprio dalle truppe imperiali durante il loro passaggio nello Stato Pontificio e nella successiva occupazione francese nel periodo napoleonico. Gli eserciti infatti facevano largo consumo della patata a livello alimentare. Per mantenere intatte le sue caratteristiche, la Patata Rossa di Colfiorito IGP deve essere conservata al riparo dalla luce e a bassa temperatura. Dal 1978, annualmente, nel mese di agosto, si svolge la sagra della Patata Rossa di Colfiorito IGP, che è la migliore occasione per gustare le moltissime preparazioni possibili. La stretta collaborazione con l’Ente Parco di Colfiorito (un parco regionale che è nato intorno a una palude, oggi di importanza internazionale sia dal punto di vista botanico che zoologico), ha fatto riscoprire il fascino di queste terre. La Patata Rossa di Colfiorito IGP ha contribuito in maniera sostanziale allo sviluppo della zona degli altopiani. Coltivata più intensivamente dal 1963, nel giro di pochi anni la patata a pasta rossa ha sostituito completamente la coltivazione della patata a pasta bianca che era tradizionale di quest’area geografica, qualità oggi preferita da tutti gli agricoltori della zona, perché molto più adatta alle condizioni climatiche e ambientali degli altipiani, con zone piovose, terreni sabbiosi e temperature basse; ha inoltre un’ottima resistenza ai parassiti e alle malattie. Da disciplinare, la Patata Rossa di Colfiorito IGP deve essere coltivata a un’altitudine uguale o maggiore di 470 metri, nell’area montana dell’Appennino Umbro-Marchigiano, tra l’area est della provincia di Perugia e l’area ovest della provincia di Macerata.</p>
<p><em>A cura della redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2023/01/Consortium212204_Patate.pdf">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Editoriale &#8211; 2021 ANNO DI SVOLTA PER LE IG</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/editoriale-2021-anno-di-svolta-per-le-ig/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 17:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Accordi bilaterali]]></category>
		<category><![CDATA[Accordi Internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_04]]></category>
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		<category><![CDATA[EUGreenDeal]]></category>
		<category><![CDATA[Farm to Fork]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Rosati]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia è chiamata a fare la sua parte Si è conclusa a fine novembre 2020 la conferenza internazionale sulle Indicazioni Geografiche organizzata dalla DG Agri in collaborazione con la EUIPO della Commissione Europea (a fianco [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h5>L’Italia è chiamata a fare la sua parte</h5>
<p>Si è conclusa a fine novembre 2020 la conferenza internazionale sulle Indicazioni Geografiche organizzata dalla DG Agri in collaborazione con la EUIPO della Commissione Europea (a fianco le infografiche riassuntive dell’evento). Esperti, decisori politici, funzionari della PA, operatori ed organizzazioni hanno dato vita ad un confronto di alto livello che ha confermato come oggi il settore agroalimentare di qualità si trovi al centro di un forte dibattito politico e normativo internazionale e in particolare come le Indicazioni Geografiche rappresentino il nucleo di questa discussione.</p>
<p>In questo contesto l’Italia, in quanto leader mondiale dei prodotti DOP e IGP, ha la responsabilità – politica ed economica – di far sentire la propria voce al fine di incidere significativamente sulle riforme in atto che segneranno il decennio a venire. Il momento di fare sistema è arrivato e l’Italia deve farsi trovare preparata.</p>
<p>Sul <strong>piano internazionale</strong> la Commissione Europea, con il prezioso supporto di oriGIn, sta lavorando alla negoziazione e ratifica di numerosi <em><strong>accordi internazionali</strong> </em>e bilaterali sul riconoscimento reciproco e la tutela delle IG. Intensi negoziati si stanno svolgendo con partner potenzialmente strategici come Australia, Nuova Zelanda, Indonesia e Cile mentre sono in fase di ratifica accordi con partner economici strategici quali la Cina, il Canada, il Messico e il Mercosur. Desta particolare preoccupazione la guerra commerciale dei <em><strong>dazi</strong> </em>fra Unione Europea verso Stati Uniti e Russia, nonché il destino ancora incerto legato all’esito dei negoziati sulla <em><strong>Brexit</strong></em>. Temi internazionali questi molto delicati in quanto i paesi interessati rappresentano i mercati principali dell’export italiano.</p>
<p>Sul <strong>fronte europeo</strong>, se possibile, le sfide e le opportunità sono ancora maggiori. Il complesso impianto architettonico messo in piedi dalla Commissione Europea con il cosiddetto <em><strong>Green Deal</strong> </em>avrà, infatti, notevoli ricadute anche sulle IG. Si tratta di un programma di rilancio dell’economia europea in chiave sostenibile. Non a caso, il patto mira a raggiungere la neutralità climatica dell’UE entro il 2050. In linea con lo spirito che ispira gli <em><strong>Obiettivi di Sviluppo Sostenibile</strong> </em>delle Nazioni Unite, il Green Deal traccia la via da seguire per il conseguimento di un’economia circolare, efficiente e sostenibile, senza trascurare il rafforzamento dei meccanismi che garantiscano a tutti i cittadini europei di vivere in una società inclusiva, giusta e prospera.</p>
<p>In questo contesto si inserisce la strategia “<em><strong>Farm to Fork</strong></em>” (“Dal produttore al consumatore”, F2F) che costituisce, assieme alla Strategia sulla Biodiversità, una delle colonne portanti su cui si regge la “Green Architecture” europea. Il programma ha l’obiettivo di rendere, entro il 2030, il sistema alimentare dell’UE – già all’avanguardia dal punto di vista della sicurezza alimentare e della qualità – uno standard a livello globale anche in termini di sostenibilità. Per far ciò, il piano decennale si servirà di un approccio inclusivo, integrato e olistico che abbracci tutta la filiera alimentare, dall’agricoltore (o pescatore) fino alla tavola dei consumatori. Numerose sono le sfide che la strategia pone all’intero sistema delle IG, a partire dall’etichettatura semplificata del cd. <em><strong>Nutriscore</strong> </em>per finire ai nuovi standard di sostenibilità ambientale, economica e sociale.</p>
<p>A fungere da collante fra la struttura portante e i due pilastri vi è la <em><strong>riforma della nuova Politica Agricola Comune</strong> </em>(PAC) per il periodo 2021-2027, presentata dalla CE nel 2018. Seppur con un budget ancora da approvare (ma attualmente inferiore rispetto a quello precedente), la futura PAC si pone come volano per l’implementazione delle misure previste dalla strategia F2F ed il conseguimento degli obiettivi posti dal Green Deal, grazie ai suoi nuovi nove obiettivi che dovranno essere implementati a livello nazionale attraverso i Piani Strategici (cosiddetti Delivery Model) in cui sarà necessario inserire misure strategiche atte a potenziare ed innovare il comparto delle DOP IGP italiane.</p>
<p>Ma non finisce qui. In questo momento a Bruxelles si sta discutendo anche della <em><strong>riforma sull’intero sistema IG</strong> </em>europeo, abbracciando una nuova frontiera: quella delle <em><strong>IG non-agroalimentari</strong></em>. Appare chiaro che le ricadute sull’intero comparto sono enormi. Ma enormi sono anche le possibilità di consolidare ed affermare i prodotti italiani DOP e IGP in nuovi contesti, come, ad esempio, quello della sostenibilità anche ambientale e nutrizionale dei prodotti o di una tutela più incisiva per il commercio online delle Indicazioni Geografiche.</p>
<p>Alla luce di quanto detto, a <em><strong>livello nazionale</strong> </em>è necessario intraprendere nuove attività, a partire proprio dalla ripartenza postpandemica, per passare dal <em><strong>Testo Unico</strong> </em>sui Consorzi di tutela, dal <em><strong>rilancio del</strong> <strong>made in Italy</strong></em>, dalla diffusione e la conoscenza dei prodotti DOP IGP, (nonché dei loro pregi e qualità) presso una fetta più ampia di consumatori, senza dimenticare lo sviluppo di <em><strong>accordi di filiera</strong> </em>che coinvolgano strategicamente la GDO. Servono anche attività di formazione dei produttori e supporto alle IG del Meridione in modo che i Consorzi di tutela possano strutturarsi in un modo più efficace ed ottenere maggiore visibilità e peso specifico nei mercati.</p>
<p>L’orizzonte verso nuove frontiere è già tracciato e costituisce un treno che né l’Italia né il comparto delle eccellenze agroalimentari italiane possono perdere. Insomma, il futuro è già qui. Siamo pronti ad assumercene la responsabilità?</p>
<p><strong>Mauro Rosati</strong></p>
<p><em>Direttore Editoriale di Consortium</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Editoriale-Mauro-Rosati.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Il futuro dell’agricoltura calabrese passa dalle IG e dal Bio</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/il-futuro-dellagricoltura-calabrese-passa-dalle-ig-e-dal-bio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 16:45:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[BIOLOGICO]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_04]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Gianluca Gallo, Assessore all’Agricoltura e Risorse agroalimentari della Regione Calabria, sull’impegno di un territorio che crede nell’agricoltura di qualità, bio e sostenibile e dice no al glifosato La Calabria possiede un ricchissimo e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Intervista a Gianluca Gallo, Assessore all’Agricoltura e Risorse agroalimentari della Regione Calabria, sull’impegno di un territorio che crede nell’agricoltura di qualità, bio e sostenibile e dice no al glifosato</em></p>
<p>La <a href="https://portale.regione.calabria.it/website/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Calabria</strong> </a>possiede un ricchissimo e prezioso patrimonio di biodiversità e uno straordinario paniere composto da 38 prodotti agroalimentari e vitivinicoli registrati, a cui si sommano le 3 STG nazionali e 2 registrazioni Spirits. Di questi, 19 prodotti appartengono al comparto Food e altrettanti a quello Wine. La particolarità del clima e del terreno, danno vita in Calabria, a una varietà di prodotti, alcuni unici al mondo, che pongono la regione come uno dei grandi simboli del ricco patrimonio agroalimentare nazionale.</p>
<p><strong>Assessore Gallo, come hanno reagito i settori agroalimentare e vitivinicolo calabresi alla pandemia? Quali sono stati i comparti più colpiti? Quali non hanno sofferto?</strong><br />
Su indicazione delle associazioni agricole, abbiamo dichiarato lo stato di crisi per 4 comparti: florovivaistico, agriturismo, vitivinicolo e lattiero caseario. I primi di ottobre abbiamo attivato il bando della Misura 21, detta Misura Covid che dovrà ristorare le perdite di questo settore, aziende e imprenditori. La Calabria, stanziando 21 milioni di euro, è la seconda regione in Italia come impegno di risorse nel settore; è questa la nostra risposta. Abbiamo avuto critiche dai comparti olivicolo e agrumicolo che si sono sentiti esclusi dai provvedimenti, ma durante il fermo del lockdown questi settori non erano in produzione. La risposta della regione ha voluto aiutare chi in quella fase ha subito gli effetti della chiusura.</p>
<p><strong>Il paniere agroalimentare e vitivinicolo DOP IGP calabrese conta 38 prodotti registrati, solo 1700 operatori, è la sedicesima regione per impatto economico a livello nazionale. Quale sarà la sua politica per sviluppare il settore delle Indicazioni Geografiche?</strong><br />
Il Covid è una grande tragedia ancora non quantificabile. Nella prima fase post lockdown, durante la stagione estiva, quando la situazione appariva più tranquilla, la Calabria è stata fra le Regioni preferite come meta turistica degli italiani, siamo saliti al 5° posto come gradimento; l’enogastronomia, in quel periodo ha avuto un buon recupero. I prodotti DOP e IGP negli ultimi anni, hanno avuto un aumento di gradimento da parte del consumatore. La Calabria, grazie a scelte fatte da anni, oggi è la terra con maggior superficie agricola a biologico d’Italia e la sesta in Europa; questa è una caratteristica importante che dobbiamo rilanciare. Anche le DOP IGP possono essere bio, i produttori dicono che le produzioni bio non sono abbastanza remunerative, i ricavi non sono pari ai costi e i nostri aiuti non sono sufficienti a far recuperare gli spazi economici perduti. Ma noi ci crediamo, miglioreremo l’offerta e cercheremo mercati più attenti ai prodotti biologici.</p>
<p><strong>Quanto è curato l’aspetto della comunicazione dalle produzioni certificate calabresi? Esiste un brand per l’agroalimentare calabrese?</strong><br />
C’è chi lavora bene e chi deve ancora fare molto, purtroppo la Calabria non ha ancora un brand che travalichi il nostro confine. Il Consorzio Patata della Sila è un esempio positivo; sono per lo più giovani imprenditori con un approccio moderno, tecnologico e molta attenzione verso la comunicazione. Sono in continua espansione e rappresentano un esempio di buona comunicazione. Partendo dal riconoscimento IGP, hanno sviluppato un percorso che prevede anche la produzione biologica. Un forte marcatore identitario della nostra Regione è la scelta di proibire l’uso del glifosato1, il dannosissimo diserbante della Bayer, catalogato dalla Iarc – l’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’OMS- tra le sostanze potenzialmente cancerogene.</p>
<p><strong>Assessore, lei recentemente ha partecipato alla presentazione del Consorzio di tutela dei Fichi di Cosenza DOP. Quali saranno le linee guida dei nuovi PSR per costruire una rete solida di consorzi di tutela che abbiano la possibilità concreta di sostenere le imprese del settore?</strong><br />
Nei prossimi anni il PSR andrà semplificato, 20 misure sono troppe. Dovremo puntare su bandi settoriali e sulla cooperazione. I costi di promozione e di studio sono elevati per i singoli, ma possibili per i Consorzi. Vogliamo essere una regione green, diversa dal passato, con attenzione per la tutela del proprio ambiente e accogliente.</p>
<p><strong>Quale sarà la sua politica a sostegno delle denominazioni del vino?</strong><br />
Continueremo a investire. Nei mesi del lockdown abbiamo cercato di tutelare le nostre aziende e le cantine, abbiamo autorizzato la vendemmia verde selettiva2. Noi, come la Sicilia, abbiamo scelto di tutelare i vini IGP, più che le DOP. Siamo consapevoli che serva una maggiore organizzazione, anche qui è strategica la promozione; nei prossimi mesi inizierà una politica di promozione condivisa da tre Consorzi calabresi, che punterà sui nostri rossi, forti e corposi.</p>
<p><strong>In Calabria ci sono prodotti unici e riconosciuti nel mondo che non riescono a trovare una collocazione adeguata sul mercato internazionale come la Liquirizia di Calabria DOP, il Bergamotto di Reggio Calabria &#8211; Olio Essenziale DOP e altri come la Nduja che ancora deve essere registrata. Come sviluppare questi prodotti con potenziale inespresso?</strong><br />
Per sostenerli serve un PSR semplificato: siamo convinti che la promozione del territorio passi attraverso la promozione dei prodotti. Per questo, secondo linee guida ben presenti nel programma della compianta Presidente Santelli, proprio alla promozione di marchi e prodotti erano riservati un’attenzione, uno spazio e investimenti rilevanti. Perseguiremo questi obiettivi a partire dalle eccellenze del territorio. Ne cito alcune, solo come esempio: le Clementine di Calabria IGP, il Bergamotto di Reggio Calabria &#8211; Olio Essenziale DOP, il Fichi di Cosenza DOP.</p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Speciale-Regione-Calabria.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Lo Speck Alto Adige IGP sempre più presente sulle tavole italiane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 16:30:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente del Consorzio Windegger: “La comunicazione è importante, lavoriamo con radio e social” È dal 1992 che il Consorzio Tutela Speck Alto Adige, riunisce produttori grandi e piccoli, con l’obiettivo di proteggere e promuovere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il presidente del Consorzio Windegger: “La comunicazione è importante, lavoriamo con radio e social”</em></p>
<p>È dal 1992 che il <a href="https://www.speck.it/it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Consorzio Tutela Speck Alto Adige</a>, riunisce produttori grandi e piccoli, con l’obiettivo di proteggere e promuovere la qualità del prodotto IGP. Nel 1996 lo Speck Alto Adige ottenne dall’UE il riconoscimento della denominazione a “Indicazione Geografica Protetta” e nel 2003, il Consorzio Tutela venne autorizzato ufficialmente dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali a rappresentare gli interessi dei produttori di Speck Alto Adige IGP. Tra le attività di competenza del Consorzio rientrano la definizione dei criteri di qualità per l’intero processo produttivo; la salvaguardia del marchio attraverso un attento monitoraggio del mercato; la gestione di tutta l’attività di comunicazione e promozione per raccontare il valore aggiunto e promuovere gli elementi di differenziazione dello Speck Alto Adige IGP. Il Consorzio attualmente riunisce 27 soci selezionati che si sentono una famiglia e si dedicano con grande serietà alla ricerca di continue migliorie negli ingredienti, mantenendo sempre il rispetto per l’antica ricetta, tramandata di generazione in generazione, da oltre cento anni.</p>
<p>Consortium ha incontrato i nuovi vertici del Consorzio di tutela: il nuovo presidente Günter Windegger &#8211; subentrato ad Andrea Moser &#8211; e Martin Knoll, membro della direzione del Consorzio.</p>
<p><strong>Martin Knoll, quali sono le principali strategie di comunicazione per promuovere lo Speck Alto Adige IGP?</strong><br />
Per tutto il 2020, lo Speck Alto Adige è stato protagonista della campagna nazionale radiofonica e online “In realtà è Speck Alto Adige IGP”. Obiettivo della campagna era far conoscere questa eccellenza ai consumatori di tutta Italia, posizionando lo Speck Alto Adige IGP come prodotto pregiato di qualità, con tutte le sue caratteristiche distintive. Quest’anno la campagna radiofonica è stata supportata da ampie attività digital per assicurare al prodotto Speck Alto Adige visibilità verso il nostro consumatore.</p>
<p><strong>Quali misure possono sostenere il mondo dei salumi italiani certificati e dello Speck Alto Adige IGP?</strong><br />
Servono delle misure di promozione di tutti prodotti DOP e IGP, sia in Italia che all’estero. Queste misure devono includere la promozione del turismo enogastronomico che rappresenta un pilastro forte del nostro sistema. A breve termine ci auguriamo di poter stabilizzare i mercati con misure come il fondo indigenti.</p>
<p><strong>Presidente Windegger, qual è stato l’andamento recente del prodotto in GDO?</strong><br />
Lo Speck Alto Adige IGP è disponibile in vari formati: intero, tranci, affettato, sticks, cubetti, ecc. Questa versatilità è particolarmente apprezzata dal consumatore e dalla GDO perché propone un’ampia scelta di prodotto; è interessante sottolineare il fatto che alcuni formati hanno raggiunto performance più soddisfacenti di altri anche nei tempi del Covid-19. Naturalmente, abbiamo notato un calo drammatico nei canali gastronomia e dettaglio, che abbiamo affrontato e cercato di compensare con la stretta collaborazione della GDO che, tranne il banco taglio, ha lavorato bene con lo Speck Alto Adige IGP. Nel nostro mercato principale per l’export, la Germania, le vendite dell’ultimo periodo sono molto simili a quelle italiane.</p>
<p><strong>In generale, quali sono i piani di sviluppo del Consorzio?</strong><br />
L’obiettivo che ci poniamo è di portare la qualità dello Speck Alto Adige IGP sulle tavole di tutti gli italiani, facendolo diventare un prodotto di consumo quotidiano adatto a ogni occasione: dalla merenda altoatesina all’aperitivo con gli amici, dalle ricette tradizionali a quelle pensate per gli sportivi e per tutte le persone attente alla salute. Proprio in questa direzione si inseriscono i nostri progetti di sviluppo e le prossime attività di comunicazione. Saranno questi interventi ad affiancarsi alla storica mission che da sempre contraddistingue il Consorzio: valorizzare lo Speck Alto Adige IGP mantenendo una crescita sostenibile del prodotto e aumentare la visibilità dell’Indicazione Geografica Protetta riconosciuta dalla UE nel 1996.</p>
<p><em>A cura della redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Consorzio-Tutela-Speck-Alto-Adige.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Brunello di Montalcino DOP: il Consorzio riparte dal suo vino simbolo</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/brunello-di-montalcino-dop-il-consorzio-riparte-dal-suo-vino-simbolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 16:15:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
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		<category><![CDATA[PROMOZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente Bindocci: “Piegati ma non sconfitti dal Covid, grazie a una grande annata” Oltre 200 soci, per più di 4.300 ettari di vigneto e un anniversario importante da festeggiare, quello del Brunello di Montalcino, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il presidente Bindocci: “Piegati ma non sconfitti dal Covid, grazie a una grande annata”</em></p>
<p>Oltre 200 soci, per più di 4.300 ettari di vigneto e un anniversario importante da festeggiare, quello del Brunello di Montalcino, vino icona del made in Italy nel mondo, che quest’anno compie 40 anni dall’approvazione della DOCG. È l’istantanea del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, nato nel 1967 e che oggi tutela quattro dei sette vini DOP del territorio, primo tra tutti il Brunello di Montalcino DOP (di cui il Consorzio rappresenta il 98,2% della produzione), seguito dalle DOP Rosso di Montalcino, Moscadello di Montalcino e Sant’Antimo. Da giugno 2019 la presidenza dell’ente consortile è affidata a Fabrizio Bindocci, oggi affiancato da Michele Fontana alla direzione e da un Consiglio di Amministrazione composto da 15 membri in rappresentanza di viticoltori, vinificatori e imbottigliatori.</p>
<p><strong>Presidente Bindocci, al suo ultimo mandato si è trovato a fare i conti con una delle situazioni più critiche mai attraversate dal settore dal secondo dopoguerra a oggi. Come avete affrontato il periodo del lockdown?</strong><br />
Con le maniche rimboccate e senza lasciarsi prendere dallo sconforto. Del resto, la campagna non si ferma e le vigne hanno bisogno di continue cure, per cui anche in lockdown abbiamo continuato a lavorare, seppur con le dovute misure di sicurezza, sia nei campi che in cantina. Il blocco dell’Horeca ha messo tutti in difficoltà e a pesare è stato soprattutto quello degli Stati Uniti, nostro principale mercato di sbocco con un’incidenza del 30% sulle esportazioni globali, anche se in parte abbiamo avuto fortuna. Infatti, quando Trump ha iniziato a minacciare dazi tra dicembre 2019 e gennaio 2020 c’è stato un aumento degli ordini. A favorirlo anche le qualità dell’annata 2015, appena uscita sul mercato con giudizi eccellenti da parte della critica di settore nazionale e internazionale.</p>
<p><strong>Come si è mosso il Consorzio sul fronte della promozione?</strong><br />
Dal punto di vista della promozione abbiamo cercato innanzitutto di mantenere alto il brand del Brunello e di Montalcino e di rimodulare i nostri investimenti in comunicazione e pubblicità in base alla situazione. In particolare ci siamo concentrati sui canali digitali, sia nazionali che internazionali, per arrivare dove non possiamo approdare con gli eventi come di consueto. All’estero poi si sono mossi anche i nostri importatori e distributori con campagne online rivolte ai clienti. È chiaro che nel prossimo futuro ci sarà bisogno di campagne istituzionali forti, legate al brand enologico italiano e toscano, per riprendere il cammino sui mercati internazionali.</p>
<p><strong>E per quanto riguarda il turismo, com’è andata la stagione estiva?</strong><br />
Quest’anno sono stati tantissimi gli italiani che hanno scelto Montalcino come meta per le loro vacanze mentre, come ci si aspettava, sono mancate la maggior parte delle presenze estere, e questo ha rappresentato indubbiamente una difficoltà in un territorio che ogni anno conta ospiti stranieri nei 2/3 dei casi. Le strutture ricettive si sono così trovate costrette a modificare in breve tempo i propri target e a ridurre i propri numeri, nonostante il boom agostano in uno degli epicentri enoturistici italiani. La leva di un brand globale come il Brunello è fondamentale e, unita al Patrimonio dell’umanità della Val d’Orcia e ai siti di interesse storico, ha determinato nel tempo una crescita esponenziale degli arrivi, che, secondo le rilevazioni della Regione Toscana, è stata del +132% nell’ultimo decennio.</p>
<p><strong>Parliamo di vendemmia, com’è andata quest’anno la stagione?</strong><br />
Quella del 2020 per noi si preannuncia una raccolta di qualità eccellente: le piogge di fine estate hanno reidratato le vigne e i grappoli di Sangiovese sono maturati nei tempi giusti. In termini di quantità, i volumi sono più contenuti rispetto allo scorso anno, ma questo dipende anche dalla scelta dei viticoltori che, come abitualmente avviene, in luglio hanno fatto la vendemmia verde alleggerendo il carico delle viti. Mentre però il clima ci ha favoriti, sul fronte del lavoro le limitazioni dovute all’emergenza sanitaria ci hanno messo a dura prova, con molti dei nostri collaboratori stranieri che hanno dovuto fare la quarantena prima di iniziare la raccolta. Con i voucher sarebbe stato più semplice assumere mano d’opera e dare l’opportunità di lavorare anche a giovani e disoccupati. Bisogna tener conto che Montalcino è una comunità agricola tra le più ricche al mondo e tra le più virtuose a livello nazionale. La nostra economia è fondata per la metà delle proprie imprese da aziende agricole e il tasso di disoccupazione non arriva al 2%, con una capacità di assorbire anche gran parte della manodopera dai comuni limitrofi, raggiungendo circa 4.000 addetti nei periodi di punta.</p>
<p><em>A cura della redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Consorzio-Vino-Brunello-di-Montalcino.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/brunello-di-montalcino-dop-il-consorzio-riparte-dal-suo-vino-simbolo/">Brunello di Montalcino DOP: il Consorzio riparte dal suo vino simbolo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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		<title>Pesci in cerca di un riconoscimento</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/pesci-in-cerca-di-un-riconoscimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 16:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_04]]></category>
		<category><![CDATA[MADE IN ITALY]]></category>
		<category><![CDATA[pesci e molluschi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tante le eccellenze nazionali che potrebbero essere valorizzate In Italia vengono settimanalmente commercializzate nei banchi pescheria del fresco, del congelato e nei reparti del trasformato, oltre milleduecento specie ittiche differenti per un numero di referenze [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/pesci-in-cerca-di-un-riconoscimento/">Pesci in cerca di un riconoscimento</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Tante le eccellenze nazionali che potrebbero essere valorizzate</em></p>
<p>In Italia vengono settimanalmente commercializzate nei <strong>banchi pescheria</strong> del fresco, del congelato e nei reparti del trasformato, oltre milleduecento specie ittiche differenti per un numero di referenze che supera le dieci migliaia. Eppure, a differenza di altri settori relativi agli alimenti di origine animale, i prodotti ittici continuano a non avere un loro riconoscimento per quanto riguarda marche o marchi particolari. Anche considerando i prodotti ittici nazionali, che oggi rappresentano circa un terzo rispetto a quelli di importazione, non ci sono ancora specie o produzioni riconosciute e riconoscibili al grande pubblico come “eccellenze” in questo settore. In effetti mancano per il prodotto ittico nazionale, e non solo, esempi come nel campo dei formaggi sono rappresentati dal Parmigiano Reggiano DOP o dal Pecorino Romano DOP o, nel campo dei prodotti a base di carne, il Culatello di Zibello DOP e la Coppa di Parma IGP.</p>
<p>Questo non vuole dire che nel pesce manchino DOP e IGP, anche se attualmente sono soltanto sei in tutta Italia, ma significa soprattutto che, a mio parere, non si sta ancora puntando, per i prodotti ittici, a un mercato di “qualità”. E ho indicato il termine qualità tra virgolette per dire che per me quest’ultima dovrebbe rappresentare un valore aggiunto che ha un determinato prodotto rispetto al convenzionale. Questo valore aggiunto chiaramente dovrebbe essere reale e facilmente comunicabile al consumatore. L’ideale sarebbe che fosse conforme a una linea guida o a un disciplinare delineato da un comitato tecnico-scientifico, possibilmente disciplinato da una normativa e comunque controllato e dunque verificabile da organi ufficiali competenti. In pratica sarebbe utile che il prima possibile, nell’interesse della correttezza del mercato e della tutela del consumatore, si cominciasse anche per il settore ittico, a delineare un sistema di norme utili a garantire non soltanto la qualità igienico sanitaria e una corretta tracciabilità come già oggi avviene, ma anche una qualità relativa ad aspetti ulteriori e definita da “capitolati o linee guida istituzionali” che chiariscano in modo più oggettivo il reale valore aggiunto di un determinato prodotto.</p>
<p>Sarebbe auspicabile, a mio parere, che in futuro diventi un modello ciò che si fa in linea di massima per i “Sistemi europei di Qualità”, istituiti infatti per identificare con chiarezza, autorevolezza e trasparenza prodotti che contengono qualità specifiche rispetto ad altri prodotti della medesima categoria. Non tutti i prodotti ittici e le rispettive loro produzioni sicuramente possono ambire o ha senso che diventino DOP o IGP ma è anche vero che è alquanto sconcertante nel 2020 avere soltanto sei prodotti ittici riconosciuti come tali in tutta Italia: tre IGP ( <strong>Acciughe sotto sale del Mar Ligure</strong>, <strong>Salmerino del Trentino</strong>, <strong>Trote del Trentino</strong>) e tre DOP (<strong>Cozza di Scardovari</strong>, <strong>Tinca Gobba Dorata del Pianalto di Poirino</strong>, <strong>Colatura di Alici di Cetara</strong>).</p>
<p>Una certificazione di questo tipo, se compresa correttamente dal produttore e comunicata altrettanto bene sul mercato, diventa una chiave per creare un enorme valore aggiunto al prodotto in termini di marginalità ma anche di riconoscibilità dentro e fuori i confini italiani, oltre che di tutela rispetto ad eventuali concorrenze sleali da parte di prodotti proposti come simili. Gli aspetti positivi dunque per investire in questa direzione sono numerosi e comunque, anche la recente e non conclusa pandemia determinata dal Covid-19, ha fatto da acceleratore in merito ad una ormai necessaria svolta del settore ittico per quanto riguarda l’importanza di una “qualità” più autorevole e più oggettiva. Oggi, anche non parlando di Indicazioni Geografiche, se non si fornisce al prodotto ittico italiano un valore aggiunto di qualsiasi tipo, non si riuscirà secondo me a competere in modo importante sul mercato nazionale ed internazionale. Di sicuro l’Italia, sia per l’acquacoltura che per la pesca, dovrà mirare a costruire dei capitolati utili a dare una nuova consistenza alla parola qualità e anche a garantirla meglio e a renderla nazionale al fine che si possa davvero parlare in futuro del “made in Italy” come di qualità comprovata per quanto riguarda determinate produzioni ittiche. L’Italia infatti, non potendo competere né per quantità di prodotti ittici né per costi di produzioni con la maggioranza degli altri Paesi potrà valorizzare il proprio patrimonio ittico e convincere anche le nuove generazioni di imprenditori a scommettere su questo settore, puntando su una produzione di qualità concreta e garantita. Poi sarà dunque possibile promuovere, valorizzare e difendere con maggiore facilità anche il nostro “made in Italy” ittico.</p>
<p><em>A cura di Valentina Tepedino</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Focus-Settore-Ittico-DOP-IGP.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Certificare la qualità delle produzioni ittiche italiane</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/certificare-la-qualita-delle-produzioni-ittiche-italiane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 15:45:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_04]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[pesci e molluschi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono pochi i prodotti ittici certificati, per un Paese come l’Italia, praticamente circondato dal mare, mentre l’IG potrebbe essere la chiave per creare un enorme valore aggiunto al prodotto in termini di riconoscibilità dentro e fuori i confini italiani, e di tutela rispetto a eventuali concorrenze sleali da parte di prodotti proposti come simili. Molto diverse le esperienze e le problematiche delle sei produzioni ittiche certificate in Italia, dalle Acciughe sotto Sale del Mar Ligure IGP che a 13 anni dalla registrazione del marchio europeo, continuano a essere quasi introvabili, una sorta di marchio fantasma nonostante l’entusiasmo e l’impegno iniziale per ottenere la certificazione, alla recentissima registrazione della Colatura di Alici di Cetara DOP, specialità della nota località della Costiera Amalfitana, che nei prossimi mesi, come ha annunciato Lucia Di Mauro, presidente dell’Associazione per valorizzazione della Colatura di Alici di Cetara, avvierà la produzione, che porterà la DOP sugli scaffali già nel 2021. Poi ci sono realtà come la Cozza di Scardovari DOP, il Salmerino del Trentino IGP, la Tinca Gobba Dorata del Pianalto del Poirino DOP e le Trote del Trentino IGP che Consortium ha contattato per fare un’istantanea del comparto ittico certificato italiano.</p>
<h4>Cozza di Scardovari DOP</h4>
<p>La pregiata Cozza di Scardovari DOP è destinata a scomparire se non saranno fatti al più presto degli interventi nella Sacca di Scardovari. Servono urgentemente lavori di vivificazione in Sacca altrimenti il mestiere del vivaista di mitili sparirà con tutto ciò che ne consegue. “<em>Purtroppo se ne parla da anni</em> &#8211; afferma <strong>Paolo Mancin</strong> presidente del <a href="https://www.scardovari.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Consorzio tutela della Cozza di Scardovari DOP</a> &#8211; <em>ma non è stata ancora trovata una soluzione adeguata. Stiamo seriamente rischiando di perdere non soltanto la nostra attività ma anche il futuro dei nostri giovani che qui potrebbero trovare uno sbocco lavorativo, grazie a un prodotto pregiato e rinomato per storia e caratteristiche</em>”.</p>
<p>La Cozza di Scardovari DOP è un mitilo dalla conchiglia liscia e allungata, che può raggiungere i 110 mm di lunghezza. L’allevamento è svolto dal 1970 dalle famiglie del Polesine, con diversi passaggi manuali. Questo, unitamente alle caratteristiche dell’acqua, dà vita a un prodotto diverso dagli altri, con carni particolarmente gustose e apprezzate durante il periodo primaverile-estivo quando l’animale è più grasso.</p>
<p><strong>Presidente Mancin, quest’anno è stato particolarmente difficile per il settore, quasi completamente bloccato dal Coronavirus mentre ancora c’era da lavorare. Come è la situazione adesso?</strong><br />
Quest’anno, nonostante il blocco del Coronavirus, grazie all’apertura estiva del settore turistico e della ristorazione, siamo riusciti a vendere totalmente il nostro prodotto. Abbiamo avuto la fortuna che le temperature dell’acqua all’interno della laguna di inizio estate fossero davvero perfette, pertanto la commercializzazione della Cozza di Scardovari DOP si è prolungata fino a fine luglio. Tuttora stiamo seminando i nostri impianti per la produzione 2021.</p>
<p><strong>La Cozza di Scardovari è il primo mollusco italiano ad aver ottenuto la certificazione DOP nel 2013. Da allora c’è stato un incremento di produzione grazie alla denominazione?</strong><br />
Diciamo che un incremento c’è stato grazie al marchio, ma purtroppo oltre a dover combattere la concorrenza sul mercato, la nostra produzione dipende tantissimo dagli eventi climatici. Sicuramente la qualità e la promozione sono le uniche strade percorribili per competere nel mercato globale.</p>
<p><strong>Secondo voi è sufficientemente promosso, valorizzato e difeso il nostro “made in Italy” ittico?</strong><br />
Qualcosa è stato fatto ma purtroppo i nostri prodotti sono sempre più contraffatti e poco valorizzati, soprattutto all’interno del mercato italiano. Bisogna quindi che gli enti interessati si impegnino a promuovere sempre più i prodotti italiani.</p>
<h4><strong>Colatura di Alici di Cetara DOP</strong></h4>
<p>La Colatura di Alici di Cetara DOP è un liquido ambrato ottenuto dal processo di maturazione delle alici (Engraulis encrasicolus L.) sotto sale e ha un preciso riferimento geografico a Cetara, piccolo comune della Costiera Amalfitana, una comunità indissolubilmente legata all’attività della pesca. Il 21 ottobre 2020 la Colatura di Alici di Cetara, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (L 349/3), è diventato il primo prodotto DOP trasformato di mare. L’Associazione per la valorizzazione della Colatura di Alici di Cetara è l’organismo promotore che insieme al Comune di Cetara ha seguito l’iter per il riconoscimento DOP, iniziato ufficialmente il 28 ottobre 2015, con la costituzione dell’Associazione alla quale aderiscono 4 produttori, 3 ristoratori e 2 pescatori cetaresi. Fondamentale per il riconoscimento è stato il supporto di un comitato tecnico scientifico, composto dal coordinatore Secondo Squizzato, dall’agronomo Ettore Guerrera e dal prof. Vincenzo Peretti del dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzione Animale della Federico II. <strong>Lucia Di Mauro</strong> guida questa associazione.</p>
<p><strong>Presidente Di Mauro, come si ottiene questo prezioso e antico condimento noto nel mondo?</strong><br />
Le alici appena pescate, vengono eviscerate a mano e sistemate in un apposito contenitore in legno (terzigno o botte). Completati gli strati, il contenitore viene coperto con un disco in legno (detto tompagno), sul quale si collocano dei pesi. Al termine della maturazione delle alici (minimo 9 mesi), tutto è pronto per la “spillatura”. Un apposito foro praticato sul fondo del contenitore, con un attrezzo detto “vriale”, permette al liquido di “colare” goccia a goccia. Alla maturazione può seguire la fase di affinamento, che può durare anni.</p>
<p><strong>E dopo questo procedimento cosa si ottiene?</strong><br />
Il risultato finale della maturazione/affinamento è un liquido limpido, di colore ambrato, carico, dal sapore deciso e corposo, un’eccezionale riserva di sapidità, pronto per condire primi piatti, pesce e verdure. Lo spaghetto con la colatura è una delle ricette più buone e semplici che si possano immaginare. Il disciplinare di produzione prevede l’utilizzo esclusivo di alici pescate nel mare antistante la provincia di Salerno.</p>
<p><strong>Di che cifre di produzione e di quale valore stiamo parlando?</strong><br />
Se si ipotizza l’utilizzo di circa il 50% delle quantità di alici pescate in questa zona e in base ai possibili rapporti di produzione, si possono stimare livelli di produzione di colatura di alici di Cetara DOP oscillanti tra 80.000 e 100.000 litri. Il volume di affari, considerando il prezzo minimo di 10 euro per una bottiglia di 100 ml, è stimato tra 8 e gli 10 milioni di euro. Fatturato che può arrivare e superare i 15 milioni di euro annui, nel caso in cui una parte del prodotto venga venduta con un periodo di affinamento superiore ai 9 mesi.</p>
<p><strong>Stiamo parlando di un prodotto di origini antichissime, molto conosciuto a livello locale, ma che recentemente sta riscuotendo un’enorme popolarità. Cosa è cambiato?</strong><br />
Per secoli la Colatura di Alici di Cetara ha trovato una limitata diffusione, esclusivamente nel territorio della Costiera Amalfitana e, soprattutto, a Cetara. Oggi, grazie all’attenzione dei mezzi di comunicazione e la notorietà ottenuta con interventi in numerose trasmissioni televisive, il prodotto è molto apprezzato in tutta Italia e ha varcato i confini nazionali.</p>
<h4>Salmerino del Trentino IGP e Trote del Trentino IGP</h4>
<p>Dai ghiacciai dolomitici sgorgano sorgenti di acqua purissima che permettono al Trentino di essere uno dei luoghi ideali per la troticoltura italiana. In un ecosistema pressoché perfetto come questo, le trote impiegano fino a 24 mesi per raggiungere la dimensione stabilita: quasi il doppio della pianura. Una crescita molto lenta che regala alle trote e ai salmerini trentini caratteristiche organolettiche uniche. Le trote e i salmerini allevati in Trentino hanno in più il pregio di svilupparsi consumando acque di scorrimento su fondali rocciosi, per questo hanno un sapore privo del caratteristico retrogusto terroso, dovuto agli allevamenti con fondi fangosi, e arrivano alla maturazione non prima di 18-24 mesi, con netto miglioramento del sapore delle carni. Consortium ha intervistato <strong>Diego Coller</strong> direttore generale ASTRO &#8211; Associazione Troticoltori Trentini &#8211; e del Consorzio Trote e Salmerino del Trentino. Le trote Astro sono le uniche trote IGP d’Italia, hanno il marchio Qualità Trentino perché sono allevate e lavorate secondo i più alti standard di qualità e la loro origine è 100% trentina.</p>
<p><strong>Direttore Coller, nel 1988 è nata la cooperativa Astro, nel 2013 si è ottenuta la certificazione IGP per Trote e Salmerino del Trentino, nel 2015 è arrivato anche il Consorzio. C’è stato un aumento di produzione dopo aver ottenuto la certificazione?</strong><br />
Inizialmente con l’applicazione del disciplinare abbiamo avuto una riduzione del prodotto Trote del Trentino IGP, in quanto lo stesso prevede una quantificazione di trote prodotte per metro quadrato in base ai ricambi idrici. Successivamente la produzione delle Trote del Trentino IGP è incrementata grazie all’aumento della domanda del mercato di prodotti a Indicazione Geografica Protetta e alla richiesta dei nostri soci di ottenere la certificazione IGP nei loro impianti. L’Italia non può competere né per quantità di prodotti ittici né per costi di produzioni con la maggioranza degli altri Paesi, ma deve puntare sulla qualità. Questa è la strada da percorrere, soprattutto per il nostro Consorzio visto che in Trentino si pratica un’acquacoltura di montagna dove per ottenere un prodotto di eccellenza come la trota e il salmerino i costi di produzione sono molto più elevati rispetto ad altri areali.</p>
<p><strong>Quanto è importante il prodotto ittico per una dieta sana? Questo aspetto viene comunicato adeguatamente ai consumatori?</strong><br />
Il nostro prodotto ittico è ideale per una dieta sana per il rapporto calorico e per il contenuto di Omega3. Purtroppo negli ultimi anni, anche se c’è stato un miglioramento nella comunicazione, riteniamo che non sia ancora esaustiva sui benefici che la trota può portare a livello salutistico.</p>
<p><strong>Secondo voi è sufficientemente promosso, valorizzato e difeso il nostro “made in Italy” ittico?</strong><br />
A nostro modo di vedere crediamo che la valorizzazione e la difesa dei nostri prodotti ittici sia ancora troppo debole visto che, sia nell’Horeca e sia nella GDO, ci troviamo a concorrere con prodotti che arrivano dall’estero primo fra tutti il salmone che ha una presenza importante in tutte le strutture di vendita, molto più forte rispetto alla nostra trota.</p>
<h4>Tinca Gobba Dorata del Pianalto del Poirino DOP</h4>
<p>La Tinca Gobba Dorata del Pianalto del Poirino DOP somiglia al pesce gatto o alla carpa ma le sue carni sono molto più delicate perché non hanno un sapore forte di pesce e possiedono caratteristiche organolettiche particolari senza il tipico odore di fango delle altre tinche che si pescano nei laghi del Nord Italia. La pelle è commestibile e gustosa, la carne è ricca di Omega3 e povera di grassi cattivi con una buona percentuale proteica. L’origine di tutte le tinche europee è la stessa: inizialmente pescate nei torrenti sono poi state introdotte negli stagni dove hanno trovato un ambiente ideale, acque basse e abbondanza di cibo. Questo pesce d’acqua dolce si è sviluppato sull’Altopiano del Poirino in una sorta di isolamento geografico. In queste argille, che risalgono al periodo Pleistocenico, la tinca sopporta sia il freddo invernale che le calure estive. Leonardo Azzi, professore di Scienze all’Istituto Norberto Bobbio di Carignano è presidente dell’Associazione produttori della Tinca Gobba Dorata del Pianalto di Poirino, ente che si occupa della DOP in assenza di un Consorzio.</p>
<p><strong>Presidente Azzi, il boom sul mercato per la Tinca Gobba Dorata si è avuto solo nei primi anni della DOP. In seguito una serie di problemi ha compromesso e compromette la sua produzione. Cosa sta succedendo?</strong><br />
Nonostante l’interesse dimostrato dal Comune di Poirino, non c’è stato un supporto da parte delle istituzioni per cercare di risolvere i problemi principali. Cercando di dare un ordine al quadro, direi che il problema maggiore, che ha funzionato come deterrente per l’attuazione e il proseguimento dell’attività di allevamento, sia la periodica invasione dei cormorani. Questi uccelli ittiofagi distruggono la popolazione ittica delle peschiere, e non solo, stazionando per circa 8 mesi (da settembre ad aprile) nella zona e mangiando circa 0,5 kg di pesce/individuo/giorno; si consideri che in zona il censimento effettuato dall’Associazione dei Produttori della Tinca Gobba Dorata ha stimato la presenza stabile di circa 350/400 individui negli ultimi 10 anni.</p>
<p><strong>Ma non è stato fatto niente?</strong><br />
Deterrenti e ostacoli si sono dimostrati costosi, inefficaci e spesso dannosi (reti di copertura) per il normale svolgimento dell’attività di allevamento. L’abbattimento selettivo avviato alcuni anni addietro dalla provincia di Torino è stato abbandonato dopo 2 anni e si è rivelato inutile. Infatti con l’abbattimento dichiarato, del solo 10% (90 esemplari) del totale censito dai funzionari addetti, rispetto ai circa 900 su tutta la provincia, in ogni comune si sono abbattuti solo pochi esemplari, senza la minima ricaduta sugli effetti predatori.</p>
<p><strong>Quindi non sono state prese in considerazione le segnalazioni dell’Associazione?</strong><br />
No e non solo, in entrambi gli anni l’abbattimento venne programmato in marzo, quando il danno era già stato fatto da 7 mesi. Provvedimenti che paiono una presa in giro. Tutto ciò ha scoraggiato i vecchi allevatori e non ha favorito l’ingresso dei giovani, di conseguenza anche a causa dei precedenti motivi il prezzo/Kg è salito a circa 18 euro, scoraggiando una parte di acquirenti. Inoltre la moda e la cultura gastronomica cambiano con il mutare della popolazione e del substrato sociale: ad esempio il fritto e il carpione sono modalità di preparazione del pesce praticate sempre meno nelle abitazioni domestiche. Il consumo della tinca si è ridotto anche nelle campagne ed è rimasto circoscritto a una clientela di età avanzata (ultracinquantenni) che va naturalmente riducendosi, così come lentamente si riduce il numero di agricoltori e appassionati che allevano la tinca.</p>
<p><strong>Quanti sono attualmente i produttori e che quantità vengono prodotte?</strong><br />
I produttori ancora iscritti all’Associazione sono 8. Attualmente la produttività maggiore è espressa a livello amatoriale, in totale nel 2020 non si sono superati i 30 quintali complessivi nell’areale di Poirino che sommati a quelli delle zone limitrofe potrebbero arrivare a circa 80/100 quintali.</p>
<p><strong>L’acquacoltura è una pratica sostenibile?</strong><br />
Deve essere primaria la consapevolezza che l’acquacoltura si impegni a diventare una pratica sostenibile. Purtroppo il nostro “made in Italy” ittico di qualità non è sufficientemente promosso, valorizzato e difeso, in particolare per quanto concerne le produzioni dulcacquicole, che potrebbero veramente dimostrarsi una valida alternativa ad alcune produzioni agricole o in alternativa con esse.</p>
<p><em>A cura della redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Produzioni-Ittiche-Italiane.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Comando Carabinieri per la Tutela Agroalimentare, a supporto delle IG</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/comando-carabinieri-per-la-tutela-agroalimentare-a-supporto-delle-ig/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 15:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’azione di tutela dell’agroalimentare dal campo allo scaffale, per garantire sicurezza, genuinità e origine Fondato nel 1982, inizialmente denominato Reparto Carabinieri presso il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, successivamente Comando Carabinieri Politiche Agricole e Agroalimentari, con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’azione di tutela dell’agroalimentare dal campo allo scaffale, per garantire sicurezza, genuinità e origine</em></p>
<p>Fondato nel 1982, inizialmente denominato Reparto Carabinieri presso il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, successivamente Comando Carabinieri Politiche Agricole e Agroalimentari, con D.L. 12 dicembre 2017 n. 228 ha assunto la nuova denominazione di “Comando Carabinieri per la Tutela Agroalimentare”. La riorganizzazione ha determinato l’ampliamento dei Presidi territoriali che da 3 (Parma, Roma e Salerno) sono passati a 5, con l’aggiunta dei neo nati Reparti di Torino e Messina oggi, non più definiti NAC (Nuclei Antifrodi Carabinieri) ma RAC (Reparto Agroalimentare Carabinieri).<br />
È il Reparto dell’Arma specializzato nel contrasto alle frodi nel settore agroalimentare che attua, su tutto il territorio nazionale, lungo due direttrici:<br />
• in materia di indebito percepimento di fondi comunitari e nazionali erogati a sostegno del comparto agricolo dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA) del Mipaaf e dagli altri Organismi Pagatori regionali, attraverso controlli straordinari volti ad accertare la corretta erogazione dei finanziamenti della Politica Agricola Comune (P.A.C.);<br />
• in materia di sicurezza agroalimentare, attraverso verifiche sul rispetto, da parte di tutti gli operatori di filiera (di produzione, trasformazione e commercializzazione), della normativa europea e nazionale di settore.</p>
<p>Se nel primo ambito la linea di indirizzo è netta, sebbene complessa, nel secondo la missione istituzionale è di più ampio respiro. Tutelare il patrimonio agroalimentare italiano significa salvaguardare l’economia pubblica e la libera concorrenza del mercato ma anche proteggere il consumatore, affinché acquisti prodotti non solo sicuri per la salute ma anche conformi alle aspettative. In questo alveo, l’attività operativa è rivolta al comparto agroalimentare nella sua interezza, per garantire che la filiera produttiva, dal campo allo scaffale, sia sicura e genuina quanto a origine, qualità, quantità, tipologia di lavorazione e trasformazione, corrispondenza delle materie prime impiegate con quelle dichiarate. I controlli su etichettatura e tracciabilità sono diretti ad accertare il rispetto dei canoni di legge, dei disciplinari, se trattasi di prodotti a marchi tutelati, delle certificazioni ove siano biologici, la veridicità di attestazioni quali “made in Italy” , anche sul piano internazionale, ed a perseguire frodi, contraffazioni, false evocazioni, usurpazioni di DOP IGP STG.<br />
Quello dei marchi di tutela, è un settore di eccellenza del nostro Paese, che vanta il 70% del totale europeo dei prodotti riconosciuti. Le produzioni di qualità sono state il volano che ha trasformato “il tipico” da settore di nicchia a comparto di innovazione dell’agricoltura. Il Comando, che in ragione delle sue attribuzioni tutela il complesso sistema dell’agricoltura, del territorio, della produzione, rivolge particolare attenzione a questo mondo.</p>
<h4><strong>Intervista con il Colonnello Luigi Cortellessa, Comandante del <a href="https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/4905" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comando Carabinieri per la Tutela Agroalimentare</a></strong></h4>
<p><strong>Con questa pandemia il cibo ha trovato centralità nel dibattito politico e sociale. Come Comandante del Comando Carabinieri per la Tutela Agroalimentare qual è e quale sarà il ruolo del cibo, in questo contesto, nei prossimi anni ?</strong><br />
Ieri al Tg2 ho appreso la notizia che 5 milioni di italiani, in questo drammatico momento storico, hanno difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena, per sé e per la propria famiglia. Viviamo uno stato emergenziale unico dal dopoguerra a oggi, il mondo non era preparato a questa pandemia. La centralità del cibo assume un rilievo oltre che materiale anche etico; attraverso il cibo tutti noi, oggi, abbiamo il dovere di esprimere quella che la Costituzione chiama solidarietà sociale, politica ed economica. Chi ha del cibo deve dare a chi non ne ha. Centralità del cibo è un’interpretazione larga, coinvolge il settore agroalimentare nei tratti di produzione, trasformazione e distribuzione. Nella prima fase dell’emergenza abbiamo visto che le imprese agroalimentari hanno tenuto il passo, garantendo la commercializzazione in tutto il Paese. A fianco si è sviluppato un amplissimo e nobile fermento solidaristico, che ha fatto giungere cibo nelle latitudini più disagiate. Siamo in un’emergenza che mette in discussione tantissimi posti di lavoro, pensiamo alla ristorazione, agli alberghi, al turismo, ai luoghi della cultura. Nell’intero settore c’è stato un evidente calo che ancora dura.<br />
<strong>Dal suo osservatorio territoriale, entrando nei luoghi di produzione, cosa è stato possibile verificare?</strong><br />
Sono andato personalmente a visitare le aziende in crisi del Nord, del Centro e del Sud Italia, per esprimere la mia vicinanza e ho visto un’imprenditoria agroalimentare che ha voglia di riaffermazione. Noi Carabinieri abbiamo rimodulato il nostro ruolo, il Comando si chiama “tutela” agroalimentare non solo per controllo di illeciti, ma anche perché è presidio in favore di un settore così strategico per l’economia e la vita nazionale, e ho ritenuto importante parlare con tutti i rappresentati associativi italiani.<br />
<strong>Quali sono le principali attività messe in atto su tema sicurezza e controlli?</strong><br />
Noi verifichiamo dove ci siano emergenze e criticità attraverso attività investigative, che seguono il normale flusso, ma le attività di controllo del settore vengono pianificate anche a seconda della stagionalità della produzione. In questo periodo abbiamo eseguito dei controlli del settore avicolo, biologico e della produzione della carne.<br />
<strong>In questo periodo si parla spesso delle molte autorità che controllano il sistema alimentare. In questi anni le aziende si sono anche lamentate per l’eccesso di controlli dalle varie autorità; voi collaborate con l’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi (ICQRF), come gestite gli interventi?</strong><br />
La legge di riferimento evoca la parola “in concorso” con ICQRF. È una collaborazione stabile ed efficace, pur tra organismi diversi. Noi siamo un organo militare e di polizia che svolge attività di indagine a tutto tondo, abbiamo compiti di polizia giudiziaria e di polizia di prevenzione, che hanno una maggiore circolarità rispetto a un organo civile amministrativo. L’ICQRF è un’Autorità sanzionatoria. Duplicazioni di ruolo non ne colgo. L’Arma dei Carabinieri si avvale anche del supporto dell’Arma territoriale, che ha di fronte a sé le realtà locali. Noi non abbiamo mai ricevuto lamentele, questo deriva anche dal fatto che noi Carabinieri siamo abituati a pianificare e quindi i controlli avvengono secondo criteri prestabiliti, che prevedono una fase di analisi; ciò non toglie che in fase esecutiva si possano rivelare delle sovrapposizioni sulle quali noi siamo sempre disponibili a fare un passo indietro. Ma finora non è mai successo.<br />
<strong>Quale è il ruolo del Comando verso prodotti DOP IGP e Consorzi di tutela?</strong><br />
I Consorzi di tutela e gli 837 prodotti agroalimentari e vitivinicoli DOP IGP rappresentano un patrimonio nazionale, uno strumento di strategia del Paese, sono un’eccellenza ineguagliabile, che gli altri Paesi non hanno. DOP IGP accompagnano, con l’esportazione, la Bandiera Italiana nel mondo. C’è una battuta che mi diverte molto, che dice che l’Italia è conosciuta “per la Ferrari, per il cibo e per i Carabinieri”. Ecco, a me piace dire che sono alla guida di una Ferrari che protegge il cibo!<br />
<strong>Comandante, mi sembra che nel suo modo di esprimersi ci sia spesso un’analogia fra beni alimentari e artistici, dovuta anche alla precedente esperienza di Vice Comandante dei Carabinieri della tutela del Patrimonio culturale.</strong><br />
È vero perché sul territorio nazionale, accanto ai campanili, scorgiamo sempre un opificio di prodotti DOP IGP. È questa la realtà del nostro Paese. Posso portare esempi come la Val d’Orcia, dove c’è arte, c’è cibo, con gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti del Palazzo Comunale di Siena, che mostrano la campagna, il cibo e il presidio del territorio.<br />
<strong>Oggi si parla di scorte alimentari da prevedere per periodi di pandemia, i mercati hanno comportamenti instabili, ci sono reali difficoltà di reperimento di materie prime. Cosa succederà per l’Italia, che dipende molto dalle importazioni?</strong><br />
Parlare di scorte alimentari è difficile perché l’alimento per sua natura ha un periodo di scadenza, ma l’emergenza pandemica ci trasmette delle esperienze che nel futuro dovremo seguire, e mi sono chiesto se possiamo immaginare delle aree di stoccaggio e di riserve alimentari. Credo di sì, ipotizzo la creazione di un tavolo ove si valutino le precauzioni che nel futuro potremmo adottare, ovviamente con prodotti conservabili. Penso ad aree di accumulo di scorte, da rinnovare periodicamente, che potrebbero costituire un fattore di sicurezza in situazioni di crisi.</p>
<p><em>A cura della Redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Comando-Carabinieri-per-la-Tutela-Agroalimentare.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Effetto Barbera d’Asti DOCG: vino come progetto territoriale</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 15:15:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[#ValoreBarbera]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_04]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una ricerca Qualivita fotografa il valore della DOP piemontese, le azioni promotrici del Consorzio e l’impatto sul territorio Da cosa deriva il valore di una Denominazione? Sicuramente dalla qualità del suo prodotto che sfocia in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una ricerca Qualivita fotografa il valore della DOP piemontese, le azioni promotrici del Consorzio e l’impatto sul territorio</em></p>
<p>Da cosa deriva il valore di una Denominazione? Sicuramente dalla qualità del suo prodotto che sfocia in valori produttivi e di mercato. Ma non solo: le azioni attuate dai Consorzi di tutela sono infatti essenziali per la promozione, la tutela e la diffusione di valore sul territorio di una Denominazione. Per valutare il valore della <strong><a href="https://www.viniastimonferrato.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Barbera d’Asti DOCG</a> e il suo impatto sul territorio</strong>, la Fondazione Qualivita – partendo dalla costruzione di un modello che valuta alcune componenti e azioni che permettono la creazione di valore per un Denominazione – ha realizzato uno studio basato su dati primari e secondari. Vi daremo qui un accenno dei principali risultati. Partiamo dalla fotografia attuale dei valori produttivi ed economici della Barbera d’Asti DOCG, realtà produttiva unica con una storia antichissima che affonda le radici nel mito, che oggi si presenta con una carta d’identità strutturale con numeri importanti e in evoluzione. Come indicatore di crescita di valore della Barbera d’Asti DOCG, citiamo in questa sede il dato relativo al prezzo di vendita: considerando la media dei prezzi 2010-2014 e la media dei prezzi 2015-2019, a fronte di un incremento dei prezzi dei vini DOC-DOCG del +27%, la Barbera d’Asti DOCG ha registrato un +44%. I numeri rilevati dalla ricerca mostrano infatti una Barbera d’Asti DOCG con: ranking favorevole su tutti gli aspetti produttivi ed economici considerati, valori stabili e senza oscillazioni preoccupanti, volumi gestibili per un efficiente piano di promozione collettivo e uno storytelling interessante da implementare.</p>
<p>Uno degli attori principali di questo sistema di creazione di valore e capitale sociale è il Consorzio di tutela di una Denominazione d’Origine. Ma qual è stato e qual è il ruolo del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato ai fini della creazione di questo valore per il vino e per il territorio? Per valutarlo sono state analizzate in profondità le azioni del Consorzio volte a creare: comunità, cioè capitale sociale produttivo; valore, cioè capitale sociale di mercato; futuro, che è una sintesi prospettica del capitale sociale produttivo e di mercato; identità, attraverso la condivisione di valore, cioè capitale sociale ambientale. Per valutare quest’ultimo aspetto, è stata svolta anche una survey online per mettere in luce il rapporto tra la Barbera d’Asti DOCG, il Consorzio di tutela e i Comuni del territorio.<br />
Rispetto alla costruzione di comunità, in oltre 70 anni di attività il Consorzio ha sviluppato attorno a sé una rete di oltre 360 aziende. Ciò a livello strategico, combinando risorse e competenze, permette di raggiungere in maniera più efficace e efficiente: co-produzione di valore, vantaggio competitivo sostenibile, percorso di sviluppo comune tra le imprese, conoscenza condivisa (Fait, 2012).</p>
<p>Considerando le azioni svolte per creare valore di mercato, le azioni del Consorzio di tutela sono state analizzate rispetto a quattro tipologie: investimenti sul brand, sulla promozione, sulla comunicazione online e sulla ricerca scientifica. In questa sede riteniamo interessante sintetizzare alcuni punti.<br />
Il primo riguarda gli investimenti sul brand. Il 2015 è stato un anno molto importante in quanto si è definito il nuovo Brand System del Consorzio di tutela: nuovo nome, scelto per dare risalto alla Barbera d’Asti DOCG, e nuovo logo raffigurante un’impronta digitale a forma di calice.<br />
Il secondo riguarda, la comunicazione online: è infatti da citare l’utilizzo del Brand Journalism, strumento di comunicazione sempre più importante, da parte del Consorzio rispetto alla creazione del blog “mynameisbarbera”, in lingua italiana e inglese.</p>
<p>Nella costruzione del modello, la Fondazione Qualivita ha deciso di inserire in questo pilastro della creazione di valore economico anche la ricerca scientifica che permette di garantire e di ampliare gli standard qualitativi del prodotto stesso, ma non solo. Tra le varie attività di ricerca a cui ha partecipato il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, è interessante citare il progetto Barbera 2.0, condotto con l’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari. Il progetto ha creato una mappa sensoriale della Barbera d’Asti DOCG attraverso uno studio approfondito delle aree di produzione e delle caratteristiche chimico-fisiche e sensoriali della Barbera d’Asti DOCG, al fine di rendere più mirata l’azione commerciale in base ai target di consumatori.<br />
E ancora: come costruire il futuro di un vino e della sua comunità? Attraverso azioni che tutelino il prodotto e il consumatore, tengano conto dell’ambiente e consentano la crescita formativa. In tutti questi campi il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato si è molto impegnato. Per esempio, nel 2017 è stato promotore di un’iniziativa conclusasi in maniera positiva verso la Cina per la registrazione di una Barbera d’Asti nel loro mercato. Vogliamo però soffermarci, sul tema ambientale, aspetto molto importante sia se si guarda il futuro della produzione vitivinicola sia se si guarda alle generazioni future. Anche su questo fronte il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato è impegnato attraverso azioni per il miglioramento della sostenibilità ambientale in tutte le fasi della filiera di prodotto. Ma non solo, il Consorzio è anche promotore di dibattito tra tutti gli stakeholder interessati al legame tra ambiente, cambiamenti climatici e produzione: lo dimostrano i diversi convegni organizzati su questi argomenti.</p>
<p>Ultimo pilastro di attività – solo da un punto di vista dell’ordine di analisi – che svolge un Consorzio di tutela è quello di costruire un’identità e condividere valore all’interno del territorio, creando così capitale sociale ambientale. La Fondazione Qualivita ha definito un sistema che attraverso 11 tipi di attività di un Consorzio di tutela valuta il valore, appunto non solo economico, indotto da una Denominazione sul territorio. Oltre ad applicare questo modello, la Fondazione Qualivita ha voluto misurare quanto di questo valore viene percepito dagli stakeholder del territorio. Lo ha fatto attraverso una survey online ai referenti dei Comuni dell’areale considerato. I rispondenti sono stati 105. Il primo risultato è la conferma della Barbera d’Asti DOCG come simbolo del territorio: infatti ben il 46% dei rispondenti trova che vi sia una relazione molto forte tra la Barbera d’Asti DOCG e il territorio riconosciuta anche dal turista (58%).</p>
<p>Un dato su cui riflettere per le azioni future è quello relativo alle azioni promozionali dei Comuni che, per il 38% dei rispondenti, valorizzano poco o niente la Barbera D’Asti DOCG nell’ambito delle attività del Comune stesso. Un rapporto forte quindi ma che potrebbe essere maggiormente sinergico.<br />
Ciò risulta ancora più vero se si considera che il 58% dei rispondenti, potendo selezionare due alternative di risposta tra cinque, ha scelto come impatto della Barbera d’Asti DOCG l’aumento dei flussi turistici. Seguono come impatti prevalenti: la crescita delle attività legate al settore enologico (41%), l’aumento del valore dei terreni o degli immobili (20%), l’incremento delle opportunità lavorative (17%) e la crescita delle attività di servizi (16%).</p>
<p><em>A cura di Chiara Fisichella</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Ricerca-Barbera.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Consorzi di tutela e GDO insieme al tavolo del Mipaaf</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 15:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>ORIGIN ITALIA &#8211; ASSEMBLEA 2020: RIPARTIRE DALL’ORIGINE. I Consorzi di tutela dei prodotti agroalimentari DOP IGP per il rilancio del Paese “Patti di filiera per valorizzazione prodotti di eccellenza”, la proposta della Ministra Bellanova all’assemblea [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4><a href="https://www.origin-italia.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ORIGIN ITALIA</a> &#8211; ASSEMBLEA 2020: RIPARTIRE DALL’ORIGINE. I Consorzi di tutela dei prodotti agroalimentari DOP IGP per il rilancio del Paese</h4>
<p><em>“Patti di filiera per valorizzazione prodotti di eccellenza”, la proposta della Ministra Bellanova all’assemblea Origin Italia</em></p>
<p>Un potenziamento dell’organico del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali e una revisione della normativa sui Consorzi di tutela delle produzioni agroalimentari. Un messaggio importante quello della Ministra delle politiche agricole Teresa Bellanova, che è intervenuta all’assemblea 2020 di Origin Italia, e contemporaneamente un riconoscimento importante per le Indicazioni Geografiche italiane e per Origin Italia. Assemblea che ha visto la partecipazione di 70 Consorzi di tutela in rappresentanza di 80mila imprese del comparto DOP IGP, e gli interventi dei decisori politici, istituzioni e stakeholder nazionali, per confrontarsi e parlare di strategie e di politiche di rilancio del settore agroalimentare.</p>
<p>“Per valorizzare i prodotti agroalimentari di qualità – ha sottolineato la Ministra <strong>Teresa Bellanova</strong> – è nostra intenzione promuovere tavoli di confronto tra i Consorzi di tutela e la GDO per favorire il potenziamento della comunicazione ai cittadini in merito al valore aggiunto che hanno i prodotti a Denominazione di Origine. Dovranno essere trovati punti di equilibrio con la grande distribuzione, dovranno essere introdotti patti di filiera per la crescita e la valorizzazione dei nostri prodotti di eccellenza. Origin Italia, quale organizzazione dei Consorzi italiani, sarà chiamata ai tavoli in cui saranno assunte decisioni operative per la crescita del sistema delle Indicazioni Geografiche”. Un intervento molto apprezzato che consolida ancora una volta il ruolo di Origin Italia.</p>
<p>“La riorganizzazione che noi stiamo affrontando – ha sottolineato <strong>Cesare Baldrighi</strong>, presidente di Origin Italia – va esattamente nella direzione di offrire a tutti i Consorzi gli strumenti che ci consentono di poter garantire l’assistenza che si può dare alle organizzazioni consortili, un’attività di tutela e la comunicazione dei prodotti sui canali sui quali quotidianamente operiamo. Quello della ristorazione, che è in grande difficoltà perché ha dovuto subire più di ogni altro i provvedimenti che ci servono per gestire l’emergenza sanitaria. È comunque un settore dove abbiamo grandi margini di sviluppo e compagni di viaggio come McDonald’s molto attivi. Su questo canale abbiamo però anche grandi criticità e dovremo avere tutti gli strumenti per accompagnare i nostri prodotti nel mondo della ristorazione che non è solo un’occasione di consumo, ma anche di promozione importante nazionale ed internazionale. Il secondo canale riguarda la GDO che in questo momento può continuare a lavorare meglio di altri settori e quindi, i prodotti che meglio si adattano a questa distribuzione traggono un beneficio, ma questo non vale per tutti; ecco perché dobbiamo pensare, come ha detto la Ministra, a delle interlocuzioni che abbiamo già avviato anche per contrastare le pratiche commerciali svalorizzanti”.</p>
<p>Ha ricordato il grande valore delle Indicazioni Geografiche, l’europarlamentare <strong>Paolo De Castro</strong>: il Food&amp;Wine europeo vale 75 miliardi di euro, ed il 20% è realizzato fuori UE; mentre il prezzo pagato per i prodotti certificati è il doppio degli equivalenti prodotti non certificati. “Non ci potrà essere competitività sui mercati internazionali se non si è capaci di essere organizzati e di fare offerta insieme – ha detto De Castro –. In Europa abbiamo costruito strumenti per dare più forza ai Consorzi per una gestione efficace dell’offerta”.</p>
<p>Coesione e unità di intenti da parte dei Consorzi di tutela e della filiera agricola: fra gli interventi quello di Ettore Prandini, presidente Coldiretti; Massimiliano Giansanti, presidente Confagricoltura; Dino Scanavino, presidente CIA Agricoltori Italiani e Franco Verrascina, presidente Copagri. Da parte delle organizzazioni di categoria è stata ribadita l’importanza di una valorizzazione delle DOP e IGP, per creare reddito alle imprese e dare forza sui mercati al made in Italy, e con la piena disponibilità a collaborare con i Consorzi di tutela.</p>
<p>“Crediamo in un forte piano che accompagni i nostri prodotti DOP e IGP per trasformare l’Italian sounding in opportunità – ha detto <strong>Ettore Prandini</strong>, presidente Coldiretti –, perché i nostri prodotti siano presenti su tutti gli scaffali del mondo. Piena disponibilità a creare rapporto di collaborazione per creare contesto in cui le nostre DOP possano crescere significativamente nei numeri. Partendo dalle imprese agricole”.</p>
<p>“Legare il sistema produttivo alle caratteristiche territoriali – ha affermato <strong>Dino Scanavino</strong>, presidente CIA Agricoltori Italiani – e alla capacità di coltivare, di trasformare e cucinare, per fare dell’agroalimentare italiano, rappresenta un elemento di forza che dobbiamo potenziare per essere ancora protagonisti in un mondo in cui va di moda etichettare tutto per non etichettare nulla. Il sistema delle Denominazioni può diventare protagonista di un nuovo percorso. Sono certo che i produttori e i Consorzi saranno in grado di non stare sulla difensiva, ma di attaccare attraverso una strategia per diventare esempio europeo di portatori di grande qualità”.</p>
<p>Per <strong>Massimiliano Giansanti</strong>, presidente Confagricoltura, “I nostri produttori devono essere sempre più protagonisti nel mercato interno soprattutto nella fase che stiamo vivendo, andando a occupare quello spazio di mercato. Raccolgo la sfida: credo che la grande fortuna in Italia sia legata alla strategicità dei Consorzi che devono essere sempre più legati al territorio della produzione primaria. Dobbiamo rafforzare il legame con la terra, ricordando che siamo sotto attacco in Europa da parte di grandi lobby. La grande capacità deve essere quella di fare gruppo per rafforza l’immagine dell’agricoltura italiana che ha bisogno di sostenibilità” ha concluso Giansanti.</p>
<p>“Serve più filiera, serve fare sistema – ha ricordato <strong>Franco Verrascina</strong>, presidente Copagri –, per questo è necessario ripartire dall’origine, come richiamo alla terra e ai suoi prodotti, che oggi più che mai hanno contribuito in maniera concreta alla tenuta socioeconomica del nostro Paese. Ed in questa partita un ruolo fondamentale ed imprescindibile è stato svolto indubbiamente dalle produzioni a Indicazione Geografica”.</p>
<p>Molto importanti poi gli interventi dei presidenti delle Commissioni agricoltura della Camera, <strong>Filippo Gallinella</strong>, e del Senato, <strong>Gianpaolo Vallardi</strong>; e dell’on. <strong>Alessia Morani</strong>. “Dobbiamo presidiare il fronte europeo nelle partite decisive che ci stiamo giocando per il sistema Italia – ha detto l’on. <strong>Maurizio Martina</strong> –. Abbiamo bisogno di costruire e rafforzare un’azione di convergenza del Paese per cercare di strappare condizioni di maggior valore. Su questo dobbiamo lavorare, così come dobbiamo farlo in chiave interna”.</p>
<p>Nel suo intervento <strong>Tommaso Valle</strong>, McDonald’s Italia, ha ricordato le difficoltà che il settore ristorazione si trova a vivere: “Un settore – ha detto – che troppo spesso viene accostato al momento del consumo, come momento voluttuario, come se i cittadini potessero anche farne a meno. Invece è un settore che genera milioni, che offre occupazione, ha addetti e rappresenta un terzo dei consumi alimentari degli italiani. Invito quindi a considerare la ristorazione come punto finale di una filiera lunga che parte da tutta l’attività agricola, interessa il settore agroalimentare e si conclude con il consumo”.</p>
<p>“Come Origin Italia vogliamo stimolare un vero e proprio tavolo di filiera, e sarebbe molto positivo ed importante riuscire a farlo insieme alle organizzazioni professionali” – la proposta di <strong>Riccardo Deserti</strong>, vicepresidente Origin Italia. “Ci vogliamo far carico di questa responsabilità, dando un contributo all’organizzazione delle imprese per una migliore attività di filiera. Essere coesi e fare proposte, insomma: la vera filiera è quella che deve partire dai singoli Consorzi, che in Origin Italia devono non solo ricevere servizi ma anche partecipare, perché solo così riusciremo ad essere interlocutori verso il mondo della politica e delle organizzazioni”.</p>
<p><em>A cura di Lorenzo Benocci</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_04</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/12/Consortium202004-Origin-Italia-Assemblea-2020.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/consorzi-di-tutela-e-gdo-insieme-al-tavolo-del-mipaaf/">Consorzi di tutela e GDO insieme al tavolo del Mipaaf</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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