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	<title>CONSORTIUM 2020_03 &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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	<description>DOP IGP STG :: Prodotti agroalimentari e vitivinicoli IG</description>
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	<title>CONSORTIUM 2020_03 &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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		<title>Editoriale &#8211; COESIONE, COOPERAZIONE E COLLABORAZIONE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 10:01:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[Covid19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La strada delle IG italiane per affrontare la ripartenza In questo periodo di crisi economica mondiale determinata dalla pandemia Covid-19, abbiamo voluto raccontare nel nostro magazine due storie del settore agroalimentare italiano che dimostrano come, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h5>La strada delle IG italiane per affrontare la ripartenza</h5>
<p>In questo periodo di crisi economica mondiale determinata dalla pandemia Covid-19, abbiamo voluto raccontare nel nostro magazine due storie del settore agroalimentare italiano che dimostrano come, anche in periodi difficili, si possano ottenere dei risultati positivi utilizzando le giuste strategie. La prima storia riguarda il Consorzio di tutela della <strong>Burrata di Andria IGP</strong> che, in un periodo piuttosto breve, grazie al riconoscimento IGP è riuscito a dare impulso allo sviluppo di questo prodotto nei mercati nazionali ed internazionali andando ad affermarsi <strong>fra i simboli alimentari e culturali nel paniere dei prodotti del sud</strong> con una importante crescita economica; la seconda, invece, è il racconto di una <strong>fusione fra tre enti consortili</strong> che in nome del <strong>Lambrusco</strong> si sono riuniti diventando <strong>la seconda realtà vitivinicola italiana</strong> dopo il Prosecco, una sinergia per rivolgersi in modo coeso al mercato valorizzando le singole denominazioni. Da più parti è stato evidenziato che le <strong>crisi si superano se si mettono in atto strumenti che favoriscono la coesione, la cooperazione e la collaborazione</strong> fra imprese. Le Indicazioni Geografiche, e in particolare i Consorzi di tutela, si sono dimostrati strumenti unici per facilitare queste finalità e i casi riportati in questo numero di Consortium, sono due esempi che, già confermano i primi numeri, saranno dei motori di sviluppo economico importanti per i territori di riferimento.</p>
<p>Abbiamo inoltre iniziato ad approfondire due tematiche strategiche per i prodotti DOP I IGP: turismo enogastronomico in chiave green e Grande Distribuzione Organizzata.</p>
<p>Nelle esperienze turistiche nate in questa estate sotto la spinta delle “vacanze in sicurezza”, <strong>le aziende e i Consorzi si sono fatti protagonisti di proposte e iniziative innovative</strong> che hanno destato l&#8217;interesse di moltissimi viaggiatori. In questa ottica si potrà nel futuro, se i territori saranno capaci di interpretare al meglio questa tendenza, anche pensare di rianimare zone del nostro Paese abbandonate ri-costruendo attività produttive agroalimentari e ri-popolando borghi attraverso un’ospitalità diffusa e sicura.</p>
<p>Uno degli aspetti commerciali che si è evidenziato di più durante il lockdown, è l&#8217;importanza del canale delle Grande Distribuzione per il comparto alimentare: la crisi ha infatti colpito in modo più forte i produttori specializzati nell’Horeca e sulle esportazioni, mentre ha avuto effetti meno gravi per chi ha avuto la possibilità di diversificare i canali di distribuzione anche con la GDO. E se è vero che per le imprese di prodotti DOP IGP <strong>il rapporto con la grande distribuzione è sempre stato piuttosto controverso</strong> – con evidenti opportunità in termini di volumi e di diffusione della conoscenza, ma con regole che non sempre trovano riscontro con le peculiarità produttive delle filiere certificate – è altrettanto vero che oggi per i prodotti a qualità certificata, anche per le realtà più piccole, <strong>si iniziano ad intravedere spazi adeguati di valorizzazione nel canale GDO</strong> che possono rivelarsi fondamentali.</p>
<p>Il periodo che stiamo affrontando è indiscutibilmente difficile, con scenari incerti e prospettive mutevoli. Una volta di più, il tessuto produttivo e dei Consorzi è chiamato a <strong>fronteggiare nuove sfide</strong>, per cogliere tutte le possibili opportunità che il cambiamento porta con sé. Saranno necessarie <strong>azioni coordinate</strong>, sostenute da opportune politiche di supporto, per stimolare lo sviluppo del settore su nuove priorità. Quello di cui siamo certi, e le esperienze che abbiamo raccontato lo dimostrano, è che l’agroalimentare italiano DOP IGP ha tutte le caratteristiche per poter tracciare <strong>una nuova strada di successo</strong> ad una sola condizione: <strong>la salvaguardia del ruolo e dell&#8217;autonomia dei Consorzi</strong>, che dovranno continuare ad essere ben strutturati per svolgere adeguatamente le attività di loro competenza. Spetta alle imprese ed alle istituzioni investire su questo obiettivo.</p>
<p><strong>Mauro Rosati</strong></p>
<p><em>Direttore Editoriale di Consortium</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
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		<title>Emilia-Romagna punta su identità, reputazione ed export #MadeinER</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/emilia-romagna-punta-su-identita-reputazione-ed-export-madeiner/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 10:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[Farm to Fork]]></category>
		<category><![CDATA[PROMOZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[TUTELA]]></category>
		<category><![CDATA[Valorizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Emilia-Romagna è una delle regioni italiane leader nei prodotti agroalimentari e vitivinicoli di qualità, con il primato europeo nelle specialità del Food, ben 44 tra DOP IGP. Quali programmi state portando avanti per consolidare questa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Emilia-Romagna è una delle regioni italiane leader nei prodotti agroalimentari e vitivinicoli di qualità, con il primato europeo nelle specialità del Food, ben 44 tra DOP IGP.</p>
<p><strong>Quali programmi state portando avanti per consolidare questa leadership?</strong><br />
Dal Parmigiano Reggiano DOP al Prosciutto di Parma DOP, dall’Aceto Balsamico al Lambrusco e ai salumi, sono tanti i prodotti di qualità dell’Emilia-Romagna apprezzati sui mercati nazionali e internazionali. Un panorama che fa della nostra regione una delle capitali mondiali del gusto, dove il sistema delle imprese agroalimentari punta sempre più su internazionalizzazione ed export. A seguito degli effetti dell’emergenza Covid-19, che ha rallentato in maniera considerevole le esportazioni, e in considerazione del mutato quadro internazionale, occorre intervenire prontamente con progetti di rilancio a favore delle imprese e del sistema agroalimentare.</p>
<p><strong>In che modo e con quali strumenti pensate di farlo?</strong><br />
Promuovere il made in Emilia-Romagna agroalimentare all’estero, anche attraverso la collaborazione di chef di fama, significa rafforzare la nostra presenza sui mercati stranieri e conquistarne di nuovi. Un’azione di ampio respiro che si inserisce in un piano di internazionalizzazione che investe sempre di più in un settore cruciale per l’economia regionale e per la quale sarà necessario adeguare i servizi di accompagnamento e orientamento all’export ai nuovi modelli di business e al nuovo scenario internazionale, accelerando i processi di digitalizzazione. In particolare per quanto riguarda il settore vitivinicolo la promozione sui mercati extra-UE passerà anche attraverso il bando finanziato dalla Regione con 6 milioni di euro nell’ambito dell’Ocm vino. Quali le altre iniziative in corso? Stiamo lavorando al progetto #MadeinER, per la promozione e internazionalizzazione dell’agroalimentare e del turismo enogastronomico di qualità, per rafforzare l’identità e la reputazione del brand Emilia-Romagna, anche attraverso portali web e app dedicate. Un’articolata strategia che consente la messa a sistema degli interventi della Regione, con il supporto di Art-Er, Unioncamere regionale, Apt Servizi, Unioncamere italiana, Ministero dello Sviluppo economico, Istituto per il commercio estero, Assocamerestero e Camere di commercio italiane all’estero.</p>
<p><strong>Quali sono i Paesi interessati?</strong><br />
In Germania già dalle prossime settimane sono previste attività di promozione che comprendono masterclass online per raccontare a un pubblico settoriale i nostri prodotti DOP e IGP, seguita da una settimana &#8211; dal 16 al 23 settembre &#8211; all’insegna della gastronomia made in Emilia-Romagna con il network di ristoranti italiani della zona Rhein-Main-Necker. Sono poi previsti un concorso, uno show-cooking e due eventi di promozione dei prodotti e dei vini emiliano-romagnoli a qualità regolamentata presso il ristorante InCantina dell’Enoteca regionale dell’Emilia-Romagna a Francoforte, durante la Settimana della cucina italiana nel mondo. Le iniziative proseguiranno durante tutto il mese di ottobre 2020.</p>
<p><strong>Altri mercati da conquistare nel mirino?</strong><br />
In Canada, da settembre fino a novembre, il piano si svilupperà in partnership con la Camera di commercio italiana, per rafforzare le azioni portate avanti nel corso degli ultimi tre anni. Nelle Provincie del Québec e della British Columbia il programma si svolge in sinergia con Unioncamere Emilia-Romagna e ministero degli Esteri. Infine, nell’ambito della promozione digitale, è prevista la mappatura delle potenzialità di e-commerce delle nostre specialità sul mercato canadese.</p>
<p><strong>Come Regione fate parte di Arepo, la rete europea dei prodotti a Denominazione d’Origine: quali gli obiettivi?</strong><br />
Attraverso Arepo, alla quale aderiscono le Regioni europee più impegnate nella valorizzazione e nella tutela delle DOP e IGP, nonché gruppi di produttori, si possono perseguire almeno tre obiettivi: partecipare ad un tavolo di confronto che permette lo scambio di esperienze e l’acquisizione di informazioni su criticità, ma anche vantaggi delle produzioni a qualità. Inoltre in questo modo possiamo seguire più da vicino le attività preparatorie delle decisioni UE, attraverso i contatti che i funzionari di Arepo mantengono con le istituzioni europee e la partecipazione alle riunioni dei gruppi di lavoro. Infine possiamo intervenire come portatori di interessi, cercando di determinare nelle decisioni comunitarie orientamenti utili per raggiungere gli obiettivi di valorizzazione e tutela delle produzioni di qualità, ad esempio cercando di assicurare a questo comparto un’adeguata attenzione nell’ambito della PAC (Politica Agricola Comunitaria).</p>
<p><strong>La chiusura del canale Horeca durante il lockdown ha avuto pesanti ricadute anche sulle imprese agroalimentari. Come state facendo per dare sostegno ai settori più in difficoltà?</strong><br />
La pandemia mondiale ha inciso sulle nostre vite private, sull’economia, sugli spostamenti, in tutto il mondo e anche l’agricoltura ha risentito di questo tremendo vortice. In particolare il blocco dell’Horeca ha impattato con forza sulla vendita di nostri prodotti come salumi, Parmigiano Reggiano DOP e ortofrutta. Il lockdown ha poi bloccato le attività di agriturismi e fattorie didattiche, i mercati agricoli, il mercato ittico si è in parte fermato. Noi però siamo sempre stati al fianco degli agricoltori, per velocizzare i pagamenti, prorogare le scadenza dei bandi e per semplificare qualche procedimento amministrativo. In tutto sono più di 550 i milioni di euro che, dall’autunno 2019 al 30 giugno 2020 la Regione ha stanziato a sostegno del sistema agroalimentare: una cifra pari a oltre l’84% del valore finanziario annuale, erogata in poco più di otto mesi. Risorse che sono andate a circa 42.000 beneficiari tra aziende agricole, imprese agroindustriali, organizzazioni di produttori, enti di ricerca. Per rafforzare le ordinarie risorse della Pac la Regione ha recentemente stanziato altri 23,7 milioni di euro. Sono inoltre in arrivo altri finanziamenti per la promozione dei prodotti DOP e IGP.</p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/09/Speciale-Regione-Emilia-Romagna.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>La Burrata di Andria IGP un nuovo prodotto simbolo del made in Italy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 09:59:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Burrata di Andria nasce agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso. Si racconta che a causa di una forte nevicata, il casaro andriese Lorenzo Bianchino, impossibilitato nel portare il latte dalle pendici di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Burrata di Andria nasce agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso. Si racconta che a causa di una forte nevicata, il casaro andriese Lorenzo Bianchino, impossibilitato nel portare il latte dalle pendici di Castel del Monte fino alla città di Andria, per non sprecarlo dovette trasformalo. Fu così che Bianchino creò un sacchetto fatto di pasta filata e lo riempì con degli sfilacci della stessa pasta immersi nella panna che naturalmente affiorava dal latte. Nel febbraio 2017 si è costituito il Consorzio di tutela della Burrata di Andria IGP con lo scopo di valorizzare e promuovere il prodotto a marchio d’origine poi riconosciuto dal Mipaaf nel maggio 2018. Consortium ha intervistato il coordinatore del Consorzio Francesco Mennea e il presidente Salvatore Montrone per capire le scelte che si stanno mettendo in atto per la valorizzazione di questa eccellenza italiana.</p>
<p><strong>La Burrata di Andria IGP è una denominazione abbastanza recente. Cosa è cambiato da quando il prodotto ha ottenuto l’IGP nel 2016?</strong><br />
La necessità di tutelare la Burrata di Andria nasce dalla volontà di difendere la nostra eccellenza dalle continue imitazioni anche all’estero ed impedire che l’originale Burrata, quella di Andria, venga sminuita e finisca nell’oblio della volgarizzazione a causa dell’uso improprio del termine generico burrata. Oggi, attraverso i loghi IGP, è possibile indicare al consumatore di tutto il mondo qual è il prodotto originale.</p>
<p><strong>Qual è il mercato principale della Burrata di Andria IGP e quali sono i vostri obiettivi?</strong><br />
Il suo principale mercato è l’Italia ma la Burrata di Andria IGP nasce con una grande vocazione per i mercati esteri. Obiettivo del Consorzio di Tutela della Burrata di Andria IGP è ottenere la glo-calizzazione (diffusione globale e contemporanea difesa dell’originalità della nostra cultura produttiva: la Burrata di Andria IGP non può essere un prodotto di massa o diventare una commodity), preservandone artigianalità, freschezza e qualità. Il Consorzio vede oggi finanziato un progetto di Valorizzazione della Burrata di Andria IGP attraverso l’individuazione di strategie per prolungarne la shelf life oltre a sondare nuovi terreni come l’inserimento nelle preparazioni alimentari (pasta ripiena, pizza, hamburger, dolci, ecc.).</p>
<p><strong>La grande distribuzione ha la giusta attenzione verso la Burrata di Andria IGP?</strong><br />
Attualmente la GDO in Italia assorbe circa il 70% della produzione, mentre all’estero le richieste provengono soprattutto dalla ristorazione e da venditori specializzati. Riteniamo che ci siano ampi margini di crescita sia in Italia che all’estero visto che siamo da pochissimo tempo sul mercato con la produzione a marchio e non ancora presenti in tutte le catene di distribuzione italiane ed estere ma confidiamo nella elevata capacità distintiva della Burrata di Andria IGP rispetto ai prodotti generici.</p>
<p><strong>In materia di comunicazione quali sono le prossime strategie del Consorzio? Che scelte fate in questo senso?</strong><br />
La nascita del Consorzio di tutela ha rappresentato un punto di svolta per la comunicazione del prodotto. Dalla creazione del sito internet www.burratadiandria.it e relative pagine social Facebook, Twitter, Instagram, alla partecipazione a Fiere ed eventi locali, nazionali ed internazionali, alla gestione della comunicazione dei vari eventi televisivi che di volta in volta hanno coinvolto la Burrata di Andria IGP, è stato portato avanti un grande lavoro cui cercheremo di dare sempre maggiore impulso.</p>
<p><strong>Quanto è importante il legame del prodotto con il territorio?</strong><br />
Per noi la Burrata di Andria IGP è l’espressione agroalimentare più alta e rappresentativa della Puglia, esempio della capacità di fare di necessità virtù, di come il sapere e la cultura di un territorio arrivino non solo a risolvere un problema ma addirittura a creare un’eccellenza che non è solo gastronomica ma soprattutto culturale, capace di rappresentare un intero territorio, i suoi valori, la sua storia e i suoi abitanti. L’IGP significa per noi mantenere le tradizioni, difendere la biodiversità delle produzioni alimentari, tutelare il territorio.</p>
<p><strong>Cosa manca al mondo delle DOP IGP per consolidare la fama mondiale delle eccellenze alimentari italiane?</strong><br />
Occorrerà investire sempre di più nella comunicazione nazionale ed estera delle produzioni DOP IGP, ma prima ancora si dovrà consolidare il loro valore intrinseco, bisognerà elevarle da eccellenze alimentari a eccellenze culturali del nostro Paese: questo potrà avvenire solo con il riconoscimento giuridico di bene culturale immateriale dei disciplinari di produzione e solo se noi per primi saremo convinti che stiamo offrendo non dei prodotti alimentari ma la stessa nostra cultura, il nostro territorio, la nostra storia. Solo allora convinceremo i consumatori di tutto il mondo che mangiare l’eccellenza italiana significa sentirsi italiani.</p>
<p><strong>L’emergenza Covid-19 quanto ha penalizzato le vostre aziende? Avete già avvertito la ripresa del canale Horeca?</strong><br />
La crisi ha colpito duramente i produttori e la gravità dei danni è dipesa nel nostro caso dalla capacità di diversificare i canali di distribuzione, per cui chi si è specializzato nel canale Horeca piuttosto che sulle esportazioni ha sofferto di più rispetto a chi ha diversificato con la DO e GDO. Oggi ci sono dei primi segnali positivi con richieste provenienti dall’estero, come Dubai e Corea del Sud.</p>
<p><strong>Come è possibile che un prodotto che deve essere consumato freschissimo, possa essere proposto in luoghi così lontani dal territorio di produzione?</strong><br />
La Burrata di Andria IGP ha una shelf life media di 10 giorni circa per poterla far arrivare sulle tavole più fresca possibile, la lavorazione avviene in piena notte per far partire le spedizioni prima dell’alba; un sacrificio enorme che però viene ripagato dall’apprezzamento dei consumatori di tutto il mondo. Proprio la shelf life breve, da debolezza diventa punto di forza nell’alta ristorazione di mercati lontani come New York, Shangai, Tokio. Diventa esclusivo poter proporre in menù la Burrata di Andria IGP, prodotto che va consumato freschissimo, che dal luogo d’origine giunge fino all’altro capo del mondo. Attualmente i mercati extra-UE sono raggiungibili solo con spedizioni aeree, con costi di trasporto elevati, mentre i mercati europei sono raggiungibili solo su “gomma”, con relativi tempi lunghi di consegna, perché di fatto in Europa, manca una rete di trasporto aereo per i prodotti agroalimentari freschi. Da qui il paradosso che magari si riesce a consegnare prima in Giappone che in Belgio o Spagna, con prezzi elevatissimi nel primo caso o riducendo la vita utile nel secondo. La gestione del prodotto per i mercati esteri è difficile e complessa. Ma dobbiamo cercare di risolvere questi problemi per ampliare l’export. Fortunatamente l’alta ristorazione ha consentito alla Burrata di Andria IGP di farsi apprezzare e riconoscere in tutto il mondo, lo verifichiamo ogni volta che partecipiamo a eventi di promozione in Italia e all’estero e grazie al continuo interesse di televisioni straniere.</p>
<p><em>A cura della Redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/09/Consorzio-Tutela-Burrata-di-Andria-IGP.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Una fusione per rafforzare l&#8217;identità del Lambrusco</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/una-fusione-per-rafforzare-lidentita-del-lambrusco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 09:58:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[Valorizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A fine giugno 2020 i Consigli di Amministrazione del Consorzio Tutela del Lambrusco di Modena, del Consorzio per la Tutela e la Promozione dei Vini DOP Reggiano e Colli di Scandiano e Canossa e del [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A fine giugno 2020 i Consigli di Amministrazione del Consorzio Tutela del Lambrusco di Modena, del Consorzio per la Tutela e la Promozione dei Vini DOP Reggiano e Colli di Scandiano e Canossa e del Consorzio di Tutela Vini del Reno D.O.C., hanno espresso parere favorevole per la nascita di un unico grande soggetto: il Consorzio Tutela Lambrusco. Consortium ha intervistato Giacomo Savorini, direttore dei Consorzi che oggi tutelano il vino Lambrusco, per approfondire il percorso che porterà alla nascita del Consorzio, tra Modena e Reggio Emilia, in grado di rappresentare e valorizzare le tante denominazioni di origine di uno dei più popolari e famosi vini italiani nel mondo.</p>
<p><strong>Direttore Savorini, la nascita di un unico grande Consorzio del Lambrusco sta finalmente diventando realtà, perché questa scelta?</strong><br />
Il Lambrusco è indubbiamente, nei numeri, uno dei vini immagine dell’Italia. È un grande universo rappresentato da differenti vitigni, territori e colori. Questa diversità, che ci contraddistingue e rappresenta, dobbiamo trasformarla anche in una grande ricchezza per tutti i produttori che contribuiscono a renderla viva ogni giorno. Penso che questo primo passo verso un unico soggetto consortile a tutela del Lambrusco a Denominazione di Origine Controllata ci consenta di poter raggiungere, finalmente, l’obiettivo di poterci rivolgere, agli occhi del consumatore finale, in modo coeso e uniforme, valorizzando ancora meglio le singole ricchezze delle diverse denominazioni.</p>
<p><strong>Qual è stato storicamente il ruolo ricoperto dalla viticoltura nel territorio compreso tra Modena e Reggio Emilia?</strong><br />
I Consorzi di tutela del Lambrusco di Modena e Reggio Emilia nascono tra il 1961 e il 1972 grazie all’intento di numerosi vitivinicoltori di fare squadra, unendo le forze con l’obiettivo di tutelare e valorizzare i vini del proprio territorio. Oltre 16.000 ettari di superficie vitata, la presenza dell’azienda vinicola più antica della regione Emilia-Romagna e della cantina sociale più antica d’Italia tuttora in attività. Sono solo alcuni dei tanti aspetti che evidenziano il ruolo fondamentale che tra Modena e Reggio Emilia riveste la vitivinicoltura. Non è un caso, quindi, che ben cinque cantine sociali abbiano festeggiato il centenario della loro fondazione all’interno di un territorio dove la parola Lambrusco è sinonimo di vino, anzi, di vino a Denominazione di Origine Controllata.</p>
<p><strong>Quali sono le diverse realtà Consortili del territorio che hanno scelto di unirsi?</strong><br />
I due Consorzi di tutela del Lambrusco di Modena e Reggiano e Colli di Scansano e Canossa rappresentano sei Denominazioni di Origine tutelate: il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOP coltivato nella zona pedecollinare a sud della Via Emilia, il Lambrusco di Sorbara DOP che trova la sua zona di origine nella medio-pianura tra i fiumi Secchia e Panaro, e il Lambrusco Salamino di Santa Croce DOP prodotto nelle terre argillose della bassa pianura modenese. Queste tre Denominazioni celebrano quest’anno il 50° anniversario del riconoscimento della DOC, ottenuto il 1° maggio 1970 e rappresentano, quindi, alcune delle più storiche denominazioni d’Italia. A queste bisogna aggiungere la più recente Modena DOP o di Modena DOP che raggruppa l’intero areale della provincia modenese, il Reggiano DOP nel vicino territorio della provincia di Reggio- Emilia e, infine, il Colli di Scandiano e di Canossa DOP che ha origine nella zona pedecollinare. Per superare le sfide che si presentano tutti i giorni, il “Consorzio di Tutela del Lambrusco di Modena”, il “Consorzio per la Tutela e la Promozione dei vini DOP Reggiano e Colli di Scandiano e di Canossa” e il “Consorzio di Tutela Vini del Reno D.O.C.” stanno ultimando uno storico e importante progetto di fusione, unendosi in un unico ente capace di ottimizzare forze e risorse.</p>
<p><strong>Dal 2021 quindi ci sarà un unico Consorzio di tutela Lambrusco?</strong><br />
Sì, il nuovo Consorzio Tutela Lambrusco rappresenterà circa 1,3 milioni di quintali d’uva, per la stragrande maggioranza di Lambrusco, anche se includerà altri vitigni, diventando così il secondo Consorzio vinicolo più grande in Italia. I primi due Consorzi collaborano ormai da qualche anno in attività di promozione a livello nazionale e internazionale, con la presenza, ad esempio, di un unico stand a manifestazioni di importanza internazionale come Vinitaly e Prowein, o ancora a eventi informativi e formativi in USA e Canada, e compartecipano a bandi comunitari europei o regionali. L’obiettivo è unico e condiviso: consolidare sempre più il brand Lambrusco. Ora si tratta di fare un ulteriore passo in avanti per condividere in tre le strategie di comunicazione e i progetti di promozione internazionale che ci consentiranno di valorizzare le nostre denominazioni sia in Italia che nel mondo. È un’operazione che guarda al futuro, per parlare l’unica lingua del Lambrusco.</p>
<p><strong>Ma l’acronimo DOP vicino a Lambrusco quale obiettivo cerca di raggiungere e cosa intende comunicare?</strong><br />
Semplice: alcuni vini hanno più cose da raccontare rispetto ad altri. Cosa ancora più semplice: da dove provengono, come vengono lavorati, quali sono caratteristiche e peculiarità che li differenziano. Si tratta di un atto di lealtà e di trasparenza nei confronti del consumatore da parte di tutti i produttori.</p>
<p><em>A cura della Redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
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		<title>La frutta estiva DOP IGP italiana, un patrimonio da valorizzare</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 09:58:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il settore dei prodotti ortofrutticoli e cereali DOP IGP del nostro Paese rappresenta un patrimonio di notevole importanza: l’Italia è infatti prima al mondo per numero di filiere certificate, con 114 prodotti distribuiti in tutto il territorio nazionale che coinvolgono oltre 20.000 operatori, per un valore alla produzione che si aggira intorno ai 330 milioni di euro. In questo contesto, il paniere della “frutta estiva” rappresenta un segmento di pregio dalle enormi potenzialità di sviluppo. Si riportano di seguito alcune testimonianze dei Consorzi di tutela relative alle esperienze e alle strategie messe in atto per superare la fase post-emergenza Covid e rilanciare le filiere certificate con opportune attività di valorizzazione.</p>
<p><strong>Ciliegia dell’Etna DOP</strong><br />
In Sicilia, dal mar Ionio fino ad arrivare a 1.600 metri sui versanti Est e Sud-Est dell’Etna, si estende la zona di produzione della Ciliegia dell’Etna DOP, la prima e unica ciliegia ad aver ottenuto il marchio di Denominazione di Origine Protetta in Italia. Attorno alla coltivazione della Ciliegia dell’Etna DOP c’è un importante indotto economico e un lavoro che comincia col dissodare la terra dalla lava. Per effetto dell’altitudine, la raccolta della Ciliegia dell’Etna DOP dura circa due mesi: inizia a fine maggio dai frutteti più bassi, a circa 100 metri sul livello del mare, per chiudere, a fine luglio, con quelli più alti, che arrivano fino a quota 1.600.<br />
“<em>Questo 2020 sarà un’annata da dimenticare – </em>afferma <strong>Carmelo Spina</strong>, presidente del Consorzio Ciliegia dell’Etna DOP <em>– perché la produzione è stata compromessa prima dal clima, poi dai problemi legati al Covid-19. La fioritura ha risentito del maltempo che ha interessato la Sicilia nel periodo dell’allegagione, con una perdita stimata tra il -30% e il -40%. Il Coronavirus ha bloccato la raccolta e i mercati. Abbiamo venduto meno del 50% della produzione. La manodopera a cui ci rivolgiamo per la raccolta proviene dalla Polonia e dalla Romania e quest’anno non è stato possibile far arrivare i lavoratori da quei Paesi. La raccolta delle ciliegie avviene a mano, è molto delicata e difficile, bisogna essere bravi nel non rompere la vegetazione della pianta perciò, nonostante la carenza produttiva, molti frutti sono rimasti sulle piante proprio per mancanza di manodopera adeguata. Quel poco che è stato raccolto è stato venduto sul locale a prezzi bassissimi. Speriamo che la prossima stagione sia diversa, perché con la Ciliegia dell’Etna DOP potremmo veramente fare qualcosa di importante, anche come export</em>”.</p>
<p><strong>Ciliegia di Vignola IGP</strong><br />
Le Ciliegie di Vignola IGP sono il simbolo delle Terre dei Castelli, il territorio compreso tra la pianura e l’Appennino, in provincia di Modena. Questa coltivazione ha segnato in modo marcato il paesaggio, il lavoro dell’uomo e la vita della comunità. Le ciliegie vengono rigorosamente raccolte a mano, per non comprometterne le proprietà, e subito commercializzate, per garantire ai consumatori la massima qualità.<br />
“<em>La campagna ortofrutticola 2020</em> – afferma <strong>Walter Monari</strong>, direttore del Consorzio di tutela della Ciliegia di Vignola IGP – <em>è stata una delle più difficili degli ultimi decenni, sia per le problematiche collegate al Coronavirus, sia per i forti danni da gelo che hanno ridotto la produzione all’incirca del -50%. Il prodotto raccolto è stato di alta o altissima qualità, anche se quasi dimezzato rispetto ad un’annata normale. Per quanto riguarda la manodopera, è stata più che sufficiente quella interna, anzi abbiamo avuto tante richieste di italiani (perlopiù giovani disoccupati e titolari di partita iva impossibilitati a svolgere le loro attività) che tuttavia sono state assorbite solo in minima parte, diciamo 2 su 10. Il mondo agricolo emiliano e romagnolo</em> – prosegue ancora Monari – <em>ha sempre necessità di assumere personale per la raccolta della frutta&#8221;</em>.</p>
<p><strong>Ciliegia di Marostica IGP</strong><br />
Quella di Marostica è stata la prima ciliegia in Italia ad ottenere il riconoscimento Europeo IGP nel 2002. Nel marosticense la cerasicoltura è l’icona del territorio, una tradizione da salvaguardare insieme alla ricchezza del patrimonio ambientale, frutto del lavoro dei produttori certificati appartenenti al Consorzio della Ciliegia di Marostica IGP.<br />
<em>Ogni primavera è scandita dalla Mostra Mercato delle Ciliegie di Marostica IGP</em> – afferma <strong>Giuseppe Zuech</strong> presidente Consorzio Ciliegia di Marostica IGP – <em>è il nostro modo di promuovere il prodotto con eventi, degustazioni, laboratori e musica. Ma in questo anno anomalo anche la Mostra ha dovuto adeguarsi. L’emergenza Coronavirus non ha fermato la Festa della Ciliegia di Marostica IGP, ma è stato necessario inventarsi un nuovo format. Così i Comuni di Marostica, Colceresa e Pianezze, principali territori di produzione, hanno trasformato la 76° edizione della Mostra Mercato della Ciliegia di Marostica IGP in un una “Mostra 2.0”, raccontata in diretta streaming sui canali social Facebook, Instagram e YouTube. La produzione 2020 tutto sommato è stata buona ed equilibrata per qualità e quantità. Il Coronavirus ci ha impedito le manifestazioni di piazza, ma abbiamo realizzato un format diverso, con poche persone in diretta streaming, format che tutto sommato ha funzionato, ma con la gente è tutta un’altra cosa. Anche il governatore Zaia ha ricordato l’appuntamento che celebra la produzione di ciliegie di Marostica IGP. Quest’anno ogni cosa è diversa, ma questo periodo passerà. Il Consorzio è in crescita, ad oggi 109 aziende certificano con CSQA, ma potrebbero essere molte di più perché la strada del marchio europeo è quella vincente, un percorso fondamentale che richiede sì l’impegno dei produttori per la qualità, ma che rappresenta uno straordinario valore aggiunto. Vendiamo soprattutto nel Nord Italia e qualcosa all’estero, in Austria soprattutto. Ma per l’export, oltre alla qualità, serve una buona organizzazione nella commercializzazione. La raccolta non è stata penalizzata dal Coronavirus perché nel Consorzio ci sono tante aziende piccole, a conduzione familiare, e la manodopera è quindi del luogo. Con il lockdown abbiamo avuto conferma dell’importanza dei social, ottimo sistema di promozione a costo zero, grande visibilità e riscontro. Continueremo su questa strada</em>”.</p>
<p><strong>Anguria Reggiana IGP</strong><br />
Dall’esperienza dei coltivatori, dalla qualità dei terreni, dalla scelta di non forzare la natura producendo un frutto solo di stagione e dai controlli di qualità certificati da enti esterni, nasce l’unica anguria IGP d’Europa, l’Anguria Reggiana IGP.<br />
“<em>L’anguria è un prodotto stagionale</em> – commenta <strong>Ivan Bartoli</strong>, presidente del Consorzio di tutela Anguria Reggiana IGP – <em>giugno climaticamente è stato un po’ freddo e ha rallentato la maturazione, ma la raccolta è iniziata ugualmente. Nel periodo del Covid-19 (marzo &#8211; aprile) eravamo in fase di trapianto in serra, ma i nostri lavoratori, che sono per l’80% indiani e pakistani, erano arrivati tutti a fine febbraio, giusto in tempo per restare e quindi hanno potuto lavorare, ovviamente in sicurezza, e hanno portato avanti la produzione. Per la raccolta abbiamo avuto molte richieste anche da parte di italiani (all’incirca cinque volte in più rispetto allo scorso anno): si tratta di giovani fra i 20 e i 30 anni, studenti universitari o ragazzi appena maturati, molto bravi e volenterosi, che si sono ben integrati con gli altri lavoratori. La raccolta delle angurie è fisicamente molto impegnativa, ma non si sono mai tirati indietro. Lo dico volentieri perché spesso si parla dei nostri ragazzi in modo negativo, ma questi giovani che hanno chiesto di lavorare lo hanno fatto con impegno e soddisfazione. Se tiene il caldo la produzione si potrà considerare buona e la raccolta andrà avanti fino al 15 settembre. L’IGP ha dato un bell’impulso alla produzione, siamo contenti ma c’è ancora un ampio spazio di crescita. Viene commercializzata attraverso i mercati ortofrutticoli, cominciamo a lavorare con la GDO e sul locale. Il prezzo è del 10,15% più alto rispetto al prodotto non certificato ed è esattamente quello che volevamo, una differenziazione nella remunerazione rispetto al prodotto convenzionale</em>”.</p>
<p><strong>Melone Mantovano IGP</strong><br />
Nell’epoca della globalizzazione il tema della tipicità, frutto della relazione tra territorio, clima, coltura e cultura locali, rischia di passare in secondo piano. Il marchio IGP associato al Melone Mantovano è quindi un argine alla confusione di sapori e di valori e un motore per un marketing che deve affrontare una concorrenza sempre più agguerrita.<br />
“<em>Quest’anno, a maggio</em> – dice <strong>Mauro Aguzzi</strong> presidente del Consorzio di tutela – <em>il Melone Mantovano IGP è stato il primo ad essere raccolto tra i meloni lisci nel comprensorio di Mantova, grazie alla varietà Honey Moon, più precoce delle altre. Il melone liscio è più delicato e più difficile da coltivare, ma è molto apprezzato dal consumatore sempre più attento al gusto. La stagione 2020 è partita bene, con un rallentamento a fine giugno dovuto alla pioggia, ma poi ha recuperato. Non siamo stati penalizzati dal lockdown perché era un periodo fermo per le nostre produzioni. L’IGP è molto richiesta anche grazie alla promozione mirata che stiamo facendo. In media il 95% della nostra produzione, garantita dall’IGP in termini di standard qualitativi e di sicurezza, viene assorbito dalla GDO. Il 2019 è stato un anno sfavorevole a causa delle condizioni climatiche e si è chiuso un po’ sotto le aspettative con 5.400 tonnellate di prodotto certificato, contro le 6.500 dell’anno precedente. Per il 2020 ci auguriamo di recuperare. La buona riuscita del nostro lavoro – conclude il presidente – come sempre in agricoltura, dipende dall’andamento climatico. La temuta incognita sulla manodopera a giugno non c’è stata, sono arrivati gli operai stranieri dell’Est Europa e quando non erano sufficienti ci siamo rivolti ad agenzie interinali. Oltre alla raccolta di giugno, i lavoratori hanno predisposto i trapianti per le produzioni tardive che si raccolgono a settembre</em>”.</p>
<p><strong>Pera dell’Emilia Romagna IGP</strong><br />
“<em>I primi sei mesi del 2020</em> – spiega <strong>Adriano Aldovrandi</strong> presidente del Consorzio di tutela Pera dell’Emilia Romagna IGP – <em>dal punto di vista commerciale non sono stati particolarmente significativi per il settore della pera. Durante tutta la campagna commerciale 19/20 ed in particolare da gennaio 2020 in poi, la domanda di pere italiane è sempre stata superiore all’offerta, davvero molto ridotta a causa del fortissimo calo di produzione registrato con il raccolto 2019 (-50% rispetto alla media del triennio precedente). Di conseguenza, quando nel corso del mese di marzo 2020 le limitazioni imposte dalla diffusione del Covid-19 sono diventate più evidenti, la commercializzazione delle pere italiane del raccolto 2019 stava già volgendo al termine. In generale dunque la filiera della pera italiana ha registrato in questa prima parte del 2020 una domanda robusta sia in Italia che all’estero e la grande disponibilità e senso di responsabilità dimostrati da tutti i collaboratori dei nostri soci hanno permesso (anche in questa particolare situazione di limitata disponibilità di prodotto e in questo frangente difficilissimo) di soddisfare al meglio tale domanda. Le gelate di fine marzo hanno danneggiato pesantemente le drupacee provocando gravi danni anche alle pere negli areali di produzione tipica come Ferrara, Modena e in parte Ravenna. Nonostante ciò – </em>aggiunge Aldovrandi <em>– la produzione di pere quest’anno si collocherà a metà strada tra il risultato minimo dell’anno scorso e lo standard produttivo di due anni fa. La raccolta e commercializzazione delle Pere IGP dell’Emilia Romagna è iniziata a luglio inoltrato con le varietà estive, Carmen e Santa Maria, da poco inserite nel disciplinare e prosegue con Williams, Max Red Bartlett, Conference, Decana e Kaiser per terminare con la nostra varietà leader, Abate Fetel, che sarà in vendita fino a fine aprile / metà maggio 2021. Per la raccolta e la lavorazione ricorriamo alla manodopera straniera, ma stiamo rilevando una crescita consistente di richieste di lavoro da parte di italiani, sia di giovani studenti del territorio sia di impiegati più anziani rimasti senza lavoro causa Covid-19. Il 70% della Pera dell’Emilia Romagna IGP trova sbocco sul canale GDO, anche grazie ad azioni di cobranding messe in atto dal Consorzio con diverse insegne e che creano una sinergia importante per la diffusione capillare del prodotto a marchio territoriale. Il dettaglio tradizionale, che era il canale principale di sbocco fino a 5/6 anni fa, oggi si è un po’ fermato, mentre trova sempre maggiore diffusione la vendita di prodotto trasformato (marmellate, puree, succhi con l’origine certificata).</em></p>
<p><strong>Pesca e Nettarina di Romagna IGP</strong><br />
“<em>Non si ricorda un’annata così negativa da tempo immemore</em> – spiega <strong>Paolo Pari</strong> presidente del Consorzio Pesca e Nettarina di Romagna IGP – <em>a causa dei danni da gelo che hanno colpito tutti gli areali vocati tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2020. Le gelate hanno penalizzato in particolare le cultivar a maturazione medio- precoce, mentre la situazione è lievemente migliore per il prodotto tardivo, comunque con rese molto lontane dalla norma. La produzione di pesche da consumo fresco potrebbe avvicinarsi, secondo le stime di CSO Italy, al -70% rispetto allo scorso anno, -50% per le percoche e oltre -80% per le nettarine, perché più impattate dalle gelate. Il calo andrà a toccare ovviamente anche la produzione di Pesca e Nettarina di Romagna IGP sebbene i volumi commercializzati a marchio di origine certificata non dovrebbero subire grosse riduzioni. Se dal punto di vista produttivo siamo di fronte a un’annata molto difficile, ci sono importanti novità sul fronte della gamma di prodotto IGP perché proprio il mese scorso la Regione Emilia-Romagna e il Ministero delle politiche agricole e forestali hanno approvato il Decreto d’urgenza che ammette l’ampliamento della gamma varietale inserita nel disciplinare di produzione IGP, sia per le pesche che per le nettarine. Tale ampliamento consente di commercializzare con il marchio IGP varietà oggi particolarmente apprezzate dal consumatore per gusto e qualità organolettica. Questa procedura d’urgenza darà certamente la possibilità di avere più prodotto a marchio IGP nel corso della campagna 2020. Una campagna che sarà sostenuta anche dal Piano di Sviluppo Rurale della Regione Emilia-Romagna con un progetto di promozione che darà la possibilità di comunicare i plus dell’offerta IGP soprattutto sui canali social e sui media trade. A causa delle regole anti Covid, non sarà purtroppo possibile realizzare gli eventi previsti all’interno dei supermercati. Questo 2020 – prosegue Pari – è un’annata molto difficile da decifrare, a fronte di una così elevata riduzione di produzione non dobbiamo tuttavia dimenticare la notorietà del prodotto e la sua eccellenza riconosciuta. L’attività del Consorzio proseguirà anche sul fronte della certificazione e della tutela attivando tutte le necessarie procedure di verifica. Sarà molto importante riuscire a mantenere aperto anche quest’anno il flusso di vendita del prodotto IGP, anche se i quantitativi sono limitati</em>”.</p>
<p><strong>Pesca di Verona IGP</strong><br />
La produzione della pesca nel territorio di Verona ha incontrato negli ultimi anni difficoltà di mercato e crescenti fitopatologie che hanno impedito di certificare quantità significative di prodotto.<br />
“<em>Stiamo valutando di richiedere un ricambio delle varietà inserite nel disciplinare</em> – commentano dal Consorzio Pesca di Verona IGP – <em>al fine di ottenere un prodotto comunque in linea con la tradizione ma qualitativamente più accreditato sul mercato</em>”.</p>
<p><strong>Susina di Dro DOP</strong><br />
La Susina di Dro DOP o Prugna Nera di Dro è una cultivar autoctona di antichissima tradizione nelle valli trentine del fiume Sarca. È un frutto che può essere consumato fresco, essiccato e utilizzato in diverse preparazioni, dai primi piatti ai dolci.<br />
“<em>La produzione appare nel complesso nella media degli ultimi anni</em> – dice <strong>Jessica Paternoster</strong>, marketing manager di Melinda, azienda che commercializza la Susine di Dro DOP. <em>Le frequenti piogge del periodo maggio/giugno hanno favorito sino ad ora un ottimale accrescimento dei frutti. Non sono segnalati problemi relativi a gelate e al momento non vi sono stati eventi grandinigeni. La Susina di Dro DOP è un prodotto di nicchia coltivato in piccole aziende a conduzione familiare, con manodopera locale. È oggi conosciuta dal consumatore per le sue particolari caratteristiche organolettiche (susina di tipo europeo, di piccola pezzatura, buccia violacea con la tipica pruina e polpa dorata, particolarmente dolce) ed è quindi richiesta sia dalla GDO che dai canali tradizionali. La commercializzazione avviene principalmente sui mercati del Nord Italia. Tutta la produzione di Susina di Dro è DOP e non è quindi possibile fare dei confronti sulla resa economica. Rispetto alle altre susine europee, anche grazie alla DOP, il prezzo risulta comunque sensibilmente superiore. La quantità prodotta è inferiore alla domanda quindi vi sono sicuramente possibilità di ampliamento delle superfici. Per quanto riguarda il Covid-19 non vi sono state particolari difficoltà perché il lavoro è continuato in modo regolare, ovviamente nel pieno rispetto delle normative sulla sicurezza vigenti, a tutela dei nostri soci e dipendenti</em>”.</p>
<p><strong>Pescabivona IGP</strong><br />
In Sicilia, all’interno del bacino idrografico del fiume Magazzolo a sud-ovest dei Monti Sicani, nelle province di Agrigento e Palermo, viene prodotta la Pescabivona IGP, caratterizzata da quattro diversi ecotipi, Murtiddara o Primizia Bianca, Bianca, Agostina e Settembrina.<br />
“<em>Quest’anno</em> – racconta <strong>Salvatore Baio</strong>, agronomo del Consorzio Pescabivona IGP – <em>la produzione di ‘Murtiddara’, che matura da fine giugno a metà luglio, è leggermente inferiore rispetto agli altri anni, mentre per gli altri ecotipi Bianca, Agostina e Settembrina (che matura da metà settembre ai primi di ottobre) la produzione dovrebbe rispecchiare i quantitativi degli scorsi anni. Fortunatamente qui in Sicilia, fino ad oggi, non si sono registrati problemi climatici che abbiano influenzato la raccolta, portata avanti grazie alla presenza di manodopera tutta italiana, locale, di età media intorno ai 30 anni. La commercializzazione della Pescabivona IGP segue principalmente i canali della GDO. Il prodotto certificato IGP è purtroppo solo poco più caro rispetto al prodotto convenzionale e questo è un aspetto sul quale stiamo lavorando per avere una maggiore remunerazione che appaghi gli sforzi di tutta la filiera produttiva. Non abbiamo avuto particolari problemi legati al Covid-19</em>”.</p>
<p><strong>Uva di Puglia IGP</strong><br />
I vigneti pugliesi producono non solo uva per il vino ma anche una pregiata uva da tavola, l’Uva di Puglia IGP che ha varie cultivar: giallo paglierino chiaro per l’uva Italia, Regina e Vittoria; la Red Globe che è rosata-doré e la Michele Palieri col suo caratteristico colore nero intenso e vellutato. Particolarmente zuccherina, l’Uva di Puglia IGP ha un gusto dolce e un profumo spiccato, in special modo la varietà Italia.<br />
“<em>La produzione di quest’anno grazie ad una stagione climatica abbastanza mite, è ottima,</em> – afferma <strong>Michele La Porta</strong> presidente del Consorzio di tutela – <em>forse meglio della stagione precedente, per cui le previsioni che abbiamo sono favorevoli. La raccolta generalmente si avvia a metà agosto con la varietà bianca Vittoria, a seguire uva rossa Palieri, poi Uva bianca al gusto di moscato varietà Italia, per concludere con uva rossa varietà Red Globe. La manodopera utilizzata dai consorziati deve essere specializzata, perché i grappoli vanno raccolti con cura e attenzione. Ci sono molti stranieri ma già da qualche anno, c’è un aumento di richieste di lavoratori italiani, specie tra i giovani che scelgono l’agricoltura. È comunque un fenomeno che non riguarda esclusivamente l’uva da tavola. Il principale canale di sbocco per l’Uva di Puglia IGP è rappresentato dalla GDO – </em>conclude La Porta <em>&#8211; ma stiamo operando attraverso campagne di promozione per sensibilizzare il consumo anche su altri canali e soprattutto verso l’estero, in particolare verso i mercati più lontani per esempio il Canada. La crescita di produzioni certificate è in aumento, in quanto la liquidazione di prodotti certificati è sensibilmente più remunerativa</em>”.</p>
<p><em>A cura di Elena Conti</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
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		<title>AREFLH, la voce delle regioni che producono ortofrutta</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/areflh-la-voce-delle-regioni-che-producono-ortofrutta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 09:56:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[ortofrutticoli e cereali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>AREFLH &#8211; Assemblea delle Regioni Europee Frutticole, Orticole e Floricole, con sede a Bordeaux, in Francia, è un’associazione europea creata nel 2000, per rappresentare le Regioni produttrici di ortofrutta e fiori e delle Organizzazioni di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>AREFLH</strong> &#8211; <strong>Assemblea delle Regioni Europee Frutticole, Orticole e Floricole</strong>, con sede a Bordeaux, in Francia, è un’associazione europea creata nel 2000, per rappresentare le Regioni produttrici di ortofrutta e fiori e delle Organizzazioni di Produttori del settore in Europa. Consortium ha intervistato Simona Caselli, presidente Areflh, per capire il ruolo e i programmi di questa associazione internazionale considerata la voce delle regioni europee, soprattutto rispetto alle produzioni ortofrutticole a Indicazione Geografica.</p>
<p><strong>Quali vantaggi porta alle Regioni e alle Associazioni di produttori associate una Rete europea come Areflh?</strong><br />
Disporre di una Rete europea organizzata e accreditata come stakeholder di primo livello presso le istituzione europee permette un’interlocuzione rapida e diretta con i servizi della Commissione ed il Parlamento europeo che, nella mia esperienza, ha permesso di ottenere risultati importanti sia in termini politici, con il recepimento delle istanze principali avanzate da Areflh, sia sul piano tecnico-regolamentare, visto che grazie al nostro intervento è stato possibile migliorare il funzionamento dell’Organizzazione Comune di Mercato Ortofrutta (OCM) – che é il principale strumento di supporto al settore – ed ottenere misure specifiche per affrontare nuovi problemi quali la cimice asiatica o le emergenze indotte dal Covid. In vista della nuova PAC, Areflh ha dimostrato, con la redazione del Libro Bianco dell’OCM presentato ufficialmente al Parlamento UE e Commissione, che l’OCM è uno strumento efficace, da mantenere e possibilmente rafforzare, dato che i risultati di 20 anni di funzionamento dimostrano uno straordinario rapporto costo/benefici di questa politica, perché favorisce l’organizzazione dell’offerta ed orienta gli investimenti in tecnologie, impianti ed innovazione verso le OP ed AOP conseguendo la massima ricaduta possibile sulle singole imprese agricole associate.</p>
<p><strong>Come vi siete mossi di fronte all’emergenza Covid?</strong><br />
Nei mesi di marzo e aprile abbiamo lavorato intensamente con le Associazioni di produttori per segnalare i problemi più impellenti (corridoi logistici e flussi di manodopera), per valutare i rischi finanziari e di mercato di breve e medio periodo e proporre un pacchetto di proposte concrete alla Commissione, sia per il settore ortofrutticolo che per quello del florovivaismo, impattato molto duramente dalla crisi. Devo dire, con soddisfazione, che tutte le proposte avanzate da Areflh, anche grazie ad una tenace interlocuzione coi servizi della Commissione ed il supporto della Comagri del Parlamento (in particolare del Presidente Lins e dei nostri deputati De Castro e DorfIlman), sono state accolte e inserite nei regolamenti transitori approvati. Questo ci ha permesso di mettere in sicurezza i contributi dell’OCM, il programma di frutta nelle scuole e di ottenere la necessaria flessibilità nell’applicazione dei piani operativi: un risultato molto apprezzato da tutti gli associati, frutto di un grande lavoro comune. Per il florovivaismo manca purtroppo una base giuridica adeguata per l’intervento europeo diretto, ma si è instaurata un’utile collaborazione per i supporti da parte degli Stati Membri.</p>
<p><strong>Qual è l’impegno di Areflh rispetto alle produzioni ad Indicazione Geografica?</strong><br />
Areflh è convinta che si debba sostenere, con politiche strutturate e fondi dedicati, la diffusione delle produzioni ad Indicazione Geografica e la loro promozione sia all’interno del mercato UE che verso l’estero. In vista della nuova PAC, nei mesi scorsi Areflh aveva adottato una posizione formale, congiuntamente alla rete AREPO sulla necessità di rafforzare, all’interno dei regolamenti della PAC e delle relative politiche, il ruolo delle IG. I contenuti di quel documento rimangono attualissimi ed escono, anzi, rafforzati alla luce del Nuovo “Green Deal” Europeo e delle Strategie “Farm to Fork” e della Biodiversità presentate quest’anno dalla Commissione: insisteremo quindi per migliorare i contenuti della nuova PAC e il sostegno alle IG, perfettamente coerenti con gli obiettivi di sostenibilità, qualità e competitività che sono alla base delle nuove strategie europee. Nell’ortofrutta il potenziale di allargamento del numero dei prodotti ad Indicazione Geografica e della loro quota di mercato è molto ampio e può contribuire in modo significativo alla tutela della biodiversità vegetale e alla valorizzazione del territorio rurale e del suo paesaggio, oltre che all’assorbimento di carbonio e alla promozione di diete più sane. Areflh inoltre ha sempre messo in primo piano, nelle proprie attività di promozione, i prodotti DOP ed IGP, sia nelle proprie partecipazioni a Fiere e appuntamenti di settore, ma soprattutto tramite i progetti Europei che ha direttamente promosso e realizzato: dopo “L’Europa firma i prodotti dei suoi territori” portato avanti nel triennio 2015-2018 Areflh sta impostando nuovi progetti multi-paese per la promozione di DOP e IGP da presentare nei prossimi bandi di cui al regolamento 1144/2014.</p>
<p><strong>Areflh associa molte regioni europee e tante OP. Come sono i rapporti con le Regioni italiane?</strong><br />
C’è consapevolezza del ruolo? Nel corso del mio mandato ho lavorato molto con il Vice Presidente Moulon e lo staff di Areflh per rafforzare l’Associazione sia dal punto di vista del numero di regioni aderenti che di quello delle AOP associate: i risultati sono stati molto soddisfacenti visto che siamo arrivati ad associare 18 regioni e 28 AOP in 9 Paesi. Quanto alla consapevolezza del ruolo, credo che una serie di provvedimenti importantissimi ottenuti grazie all’azione di Areflh siano sotto gli occhi di tutti, da ultimo il Reg 465/2020 di contrasto alla Cimice Asiatica, che ha riconosciuto valide tutte le richieste avanzate da Areflh nell’incontro in DG Agri dell’ottobre scorso. C’è però ancora un notevole potenziale, specie in Italia, dove sono solo 5 le regioni aderenti (Emilia-Romagna, Basilicata, Piemonte, Provincia di Trento e Lazio); l’anno scorso con l’adesione della Regione Lazio, molto rilevante in ambito ortofrutticolo, abbiamo fatto un notevole passo avanti, ma mancano ancora all’appello regioni molto significative per il settore, come la Puglia, la Campania, la Sicilia ed il Veneto con cui peraltro siamo in contatto da tempo. Alcune mi avevano anche detto di aver avviato l’iter deliberativo e mi auguro che possano davvero associarsi presto anche per rinforzare la presenza istituzionale italiana.</p>
<p><em>A cura della Redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/09/Consortium202003-AREFLH.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Canada, un mercato che cresce e ricerca la qualità</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/canada-un-mercato-che-cresce-e-ricerca-la-qualita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 09:55:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Accordi Internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[CETA]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[MADE IN ITALY]]></category>
		<category><![CDATA[mercati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il prodotto italiano in Canada Le importazioni dei prodotti agroalimentari in Canada sono cresciute esponenzialmente negli ultimi 20 anni, da 19 miliardi di dollari canadesi nel 2000 a 51 miliardi nel 2019 mentre le importazioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il prodotto italiano in Canada</strong><br />
Le importazioni dei prodotti agroalimentari in Canada sono cresciute esponenzialmente negli ultimi 20 anni, da 19 miliardi di dollari canadesi nel 2000 a 51 miliardi nel 2019 mentre le importazioni dall’Italia sono triplicate passando da 407 milioni a CAD 1,4 miliardi, con un incremento medio annuo del +6,8%. L’Italia è il 4° Paese fornitore con una quota di mercato del 3% e primo Paese della UE dopo avere superato nel 2008 la Francia, le cui esportazioni verso il Canada sono cresciute ad un ritmo meno sostenuto rispetto alle nostre. Gli Stati Uniti si confermano come primo Paese fornitore con una quota di mercato del 55%, pur perdendo lentamente terreno a favore di Messico e Cina. Gli ultimi dati di importazione pubblicati da Statistics Canada per i prodotti agroalimentari (gennaio 2020) riportano un incremento delle importazioni dall’Italia del +12,4% contro il +0,5% dal mondo e un decremento del -4,5% dalla UE. In particolare, le importazioni dei prodotti della salumeria sono cresciute del +110%, dei pomodori in conserva del +43%, di pasta alimentare del +32%, del caffè del +19% e dell’olio di oliva del +9%. I dati non riflettono ancora la crisi provocata dal virus Covid-19 e le misure che il Canada sta adottando provocheranno un inevitabile rallentamento delle importazioni. La Canadian Food Inspection Agency (CFIA), l’agenzia canadese che sorveglia l’intero settore agroalimentare monitora la situazione da vicino e negli ultimi bollettini pubblicati (https://www.inspection.gc.ca/covid-19/questions-and-answers/eng/1584648921808/1584648922156) reitera che niente permette di affermare che gli alimenti possano essere fonte di trasmissione del virus e che non vi sono rischi conosciuti che gli imballaggi provenienti dalle regioni più colpite possano trasportare il virus. Nessuna restrizione sulle importazioni è stata ad oggi implementata dal Canada. A seguito dell’entrata in vigore nel 2017 del Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) con l’Unione Europea, il prodotto agroalimentare italiano è sempre più presente sul mercato canadese. Nonostante alcune barriere non tariffarie, quali le quote per le importazioni dei formaggi, i monopoli provinciali che regolano la distribuzione degli alcolici su tutto il territorio e altri ostacoli di tipo sanitario (come i trattamenti di fumigazione per frutta e verdura e le rigide normative riguardanti i prodotti della salumeria), l’interesse crescente per il cibo italiano da parte dei consumatori canadesi è dovuto alla ricerca dei prodotti di qualità. La diffusione sul mercato canadese di prodotti agroalimentari made in Italy è anche riconducibile alla presenza di una grande comunità italiana in Canada, che ha contribuito a introdurre l’intera gamma di prodotti.</p>
<p><strong>L&#8217;accordo commerciale CETA</strong><br />
Il CETA ha portato alla rimozione dei dazi doganali e alla registrazione di 41 Denominazioni d’Origine italiane protette dall’Ufficio della proprietà intellettuale canadese, con la possibilità di registrare nuove IG, oltre a quelle riconosciute dall’accordo, attraverso una procedura semplice e poco costosa. Da notare che le 41 denominazioni riconosciute rappresentano il 98% dell’export italiano dei prodotti alimentari DOP IGP riconosciuti dall’Unione Europea e che le prime sei denominazioni presenti sul mercato canadese (Grana Padano DOP, Parmigiano Reggiano DOP, Prosciutto di Parma DOP, Aceto Balsamico di Modena IGP, Mozzarella di Bufala Camapana DOP e Prosciutto di San Daniele DOP) coprono da sole il 70% dell’export italiano in Canada di prodotti DOP IGP. Il nuovo regolamento canadese sui marchi, il Trademark Act, modificato in seguito al CETA nel 2018, ha consentito il riconoscimento di un elevato livello di protezione anche ai prodotti alimentari a Indicazione Geografica. Il regolamento sui marchi ha costituito una procedura più veloce, grazie alla quale si potranno iscrivere le DOP IGP che non sono state recepite dall’accordo.</p>
<p>Il Consorzio del Prosciutto di Carpegna è un esempio di quanto sopracitato: depositando una domanda di protezione direttamente in Canada per il riconoscimento del prodotto, con una spesa minima di CAD 450 (circa Euro 300), il Prosciutto di Carpegna DOP è diventato, nell’arco di sei mesi dalla domanda, la prima DOP europea non recepita dal CETA ad essere protetta in Canada. Grazie al CETA, anche denominazioni come Prosciutto di Parma DOP e Prosciutto San Daniele DOP, marchi registrati in Canada negli anni 50 da società canadesi, possono ora essere utilizzate in Canada poiché l’accordo ha riconosciuto la coesistenza dei due marchi.<br />
Per avere accesso al trattamento preferenziale CETA l’esportatore italiano deve essere un “Esportatore Autorizzato” iscritto al registro europeo Rex e produrre una dichiarazione di origine in fattura. Il n. Rex deve obbligatoriamente essere riportato nella dichiarazione per potere richiedere il trattamento preferenziale identificato come Canada &#8211; EU Preferential Origin. Il CETA ha inoltre raddoppiato le quote formaggi di provenienza UE. Il regime prevede la concessione di permessi annuali d’importazione per quantità fisse e per quantità variabili, secondo i diritti d’importazione riconosciuti ad un’azienda. Ricordiamo che le importazioni fuori quota sono penalizzate da alti dazi doganali (247%). Nel 2019, le quote sono state di circa 34 mila tonnellate, di cui 23 mila riservate alla UE. Per effetto del CETA, nel 2022 il contingente sarà portato a 38 mila tonnellate di cui 32 mila riservate alla UE.</p>
<p><strong>La distribuzione</strong><br />
I principali canali di vendita sono i gourmet stores, i negozi alimentari e le grandi catene alimentari (prodotti di media-bassa gamma). Nei gourmet stores la disponibilità è molto ampia e la qualità medio-alta. Nei canali della grande distribuzione, nei supermercati e nei retail stores, i prodotti italiani hanno una posizione di rilievo ma con marchi di più grande consumo e di private label. Si nota nella GDO canadese la presenza di un private label dedicato al solo prodotto italiano. La distribuzione alimentare in Canada si caratterizza per una forte dispersione a livello regionale, dovuta alla vastità del territorio (10 milioni di km2). Più del 60% dei 37 milioni d’abitanti in Canada è concentrato nelle province dell’Ontario, in cui il prodotto italiano viene più esportato, e del Québec, la provincia francofona che per affinità culturali ha più potenziale di crescita per il prodotto italiano.</p>
<p><strong>Il trend positivo di biologico e Gluten-free</strong><br />
La costante domanda da parte del consumatore di prodotti biologici testimonia un’esigenza crescente dei canadesi verso nuove abitudini alimentari più sane. La domanda di prodotti biologici, infatti, è in continua evoluzione, con un fatturato di 4,5 miliardi di dollari. Secondo FiBL-lFAOM, la spesa pro-capite destinata ai prodotti biologici in Canada nel 2016 è stata di 121 dollari, contro i 50 del 2007. Il valore delle importazioni è stato di 663 milioni di dollari, di cui il 46% destinato all’Ontario e il 12% al Québec. Secondo Global Trade Tracker, verdura (33%), frutta (34%) e caffè (23%) sono i prodotti biologici più importati in Ontario, mentre in Québec primeggiano caffè (53%), frutta (21%) e olio d’oliva (16%). Grazie alle disposizioni dell’accordo CETA, i prodotti UE possono essere certificati da un organismo accreditato e riconosciuto dal Canada. Anche i prodotti senza glutine hanno visto un aumento nella domanda, poiché ritenuti più salutari e richiesti da più di un terzo della popolazione, sebbene solo meno dell’1% sia celiaca.</p>
<p><strong>I principali prodotti italiani esportati in Canada</strong><br />
<strong>Olio d’oliva</strong>: l’olio extravergine di oliva è il prodotto italiano più consumato dai canadesi, con un consumo pro-capite di 1,5 litri l’anno. Nel 2019, però, le importazioni dal mondo hanno registrato una flessione del 20% (-33% dall’Italia) dovuta ad un importante calo della produzione.<br />
<strong>Formaggi</strong>: nel 2019, il valore unitario delle importazioni per kg dall’Italia è aumentato del +5%. Sebbene nel 2019 l’Italia si confermi primo Paese fornitore, le esportazioni hanno perso il -10%, benché nel 2018 ci sia stato un aumento del +35%.<br />
<strong>Pasta</strong>: nella grande distribuzione, la pasta italiana è presente con un’ampia varietà e ad un prezzo inferiore rispetto ai gourmet stores, dove sono reperibili marchi artigianali. Nel 2019 le importazioni dall’Italia sono aumentate del +16%.<br />
<strong>Caffè</strong>: negli ultimi 20 anni, le importazioni dall’Italia sono cresciute da 4 milioni nel 2000 a 62 milioni di dollari nel 2019, con una progressione del +8%.<br />
<strong>Salumi</strong>: nel 2010 il Canada ha reso possibile l’importazione di salumi a stagionatura minima di 30 giorni. Nel 2015, l’importazione è stata aperta a tutti i salumi italiani indenni da malattia vescicolare del suino e accompagnati da un certificato zoosanitario; gli stabilimenti di provenienza devono tuttavia essere abilitati dalla CFIA. Le importazioni dall’Italia sono aumentate del +130% nel 2015, passando da 21 a 48 milioni di dollari.<br />
Conserve di pomodoro: la commercializzazione del prodotto è soggetta a normative fitosanitarie e di confezionamento. Una parte del prodotto importato è gestito da broker locali che riforniscono importatori e catene di supermercati, il resto è acquistato tramite private label. Le importazioni dall’Italia sono aumentate del +17% nel 2019.<br />
<strong>Cioccolata</strong>: l’Italia è il settimo Paese fornitore con 45 milioni di dollari canadesi (-1%) e una quota di mercato del 3%.<br />
<strong>Frutta</strong>: le importazioni di frutta sono costituite soprattutto da kiwi (con un aumento del +30% nel 2019), mele e castagne. L’Italia è il quarto fornitore di mele, con una quota del 3% delle importazioni per un valore di 8 milioni e con un incremento del +74% nel 2019 e il primo fornitore di castagne, con un incremento del +33%.</p>
<p><strong>La normativa Safe Food For Canadians</strong><br />
Safe Food For Canadians Regulations (SFCR) è la nuova normativa sulla sicurezza alimentare entrata in vigore nel 2019. Lo scopo della normativa è quello di rendere il sistema alimentare canadese ancora più sicuro, mettendo l’accento sulla prevenzione e permettendo di ritirare più velocemente dal mercato gli alimenti a rischio. La nuova normativa riunisce 14 regolamenti diversi in un unico regolamento consolidato e prevede che le imprese alimentari che importano o esportano richiedano una licenza, elaborino dei piani di prevenzione, sviluppino delle procedure per controllare i rischi e tengano dei registri sulla tracciabilità del prodotto.</p>
<p><em>A cura di Agenzia ICE Canada</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
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		<title>#decalogoDOP per la rete di comunicazione istituzionale dei Consorzi</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/decalogodop-per-la-rete-di-comunicazione-istituzionale-dei-consorzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 09:54:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[COMUNICAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dieci aspetti strategici sui quali basare la comunicazione post Covid- 19 da parte della rete dei Consorzi di tutela DOP IGP italiani: è il #decalogoDOP elaborato dalla Fondazione Qualivita, un documento che indica i punti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dieci aspetti strategici sui quali basare la comunicazione post Covid- 19 da parte della rete dei Consorzi di tutela DOP IGP italiani: è il #<strong>decalogoDOP</strong> elaborato dalla Fondazione Qualivita, un documento che indica i punti prioritari su cui impostare un racconto nuovo e più profondo del made in Italy nel momento di crisi, per far emergere le peculiarità strategiche del settore delle Indicazioni Geografiche come risposta all’emergenza sanitaria.</p>
<p>Il #decalogoDOP è frutto di un lavoro di ricerca della <strong>Fondazione Qualivita</strong> che ha analizzato gli studi di settore e i messaggi dei media relativi al <strong>periodo Covid-19</strong> per definire gli argomenti più importanti che interessano il comparto delle IG. Inoltre una serie di interviste a stakeholder e decisori politici, ha permesso di delineare un quadro sui punti di forza e le priorità strategiche su cui basare un progetto di comunicazione efficace.<br />
Una nuova dimensione, dunque, un <strong>nuovo storytelling</strong> da raggiungere grazie alle grandi potenzialità della rete dei Consorzi di tutela, che con le proprie caratteristiche è in grado di svolgere 3 funzioni con un ruolo decisivo per il Paese: 1) <strong>Comunicazione di settore</strong>: come soggetto promotore di campagne collettive su valori condivisi; 2) <strong>Campagne nazionali</strong>: come supporto alle iniziative di rilancio del sistema Paese; 3) <strong>Promozione territoriale</strong>: come volano per la crescita e lo sviluppo dei distretti produttivi locali.</p>
<p>Il #decalogoDOP è stato condiviso con i rappresentanti del sistema nel corso del <strong>WebMeeting</strong> “La comunicazione dei Consorzi di tutela post Covid-19” evento organizzato il 17 giugno 2020 in occasione del lancio del nuovo portale www.qualivita.it, da Fondazione Qualivita in collaborazione con <a href="https://www.origin-italia.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">OriGIn Italia</a> e <a href="https://www.federdoc.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Federdoc</a> e riservato agli addetti alla comunicazione dei Consorzi di tutela del settore agroalimentare e vitivinicolo DOP IGP.</p>
<p>L’iniziativa, svolta in video conferenza, ha coinvolto oltre 200 rappresentanti dei Consorzi di tutela ed esperti della comunicazione con la partecipazione del <strong>Ministero degli Affari Esteri</strong>. Un grande successo in termini non solo di numeri, ma di proposte e confronti tra i principali interpreti del comparto agroalimentare e vitivinicolo che da sempre svolgono sul campo azioni di promozione e valorizzazione del territorio italiano.</p>
<p>La <strong>rete dei Consorzi italiani</strong>, attraverso le proprie attività di promozione, marketing e comunicazione, eventi e incoming, ha rappresentato negli ultimi venti anni una buona parte dell’immagine dell’Italia nel mondo. A testimoniarlo non solo i numeri del valore economico delle filiere &#8211; 16,2 miliardi di euro di valore alla produzione e 9 miliardi di valore all’<strong>export</strong> (Rapporto Ismea-Qualivita 2019) &#8211; ma anche quelli delle azioni di comunicazione dei Consorzi di tutela. Numerosi sono infatti gli strumenti che i Consorzi DOP IGP usano continuamente per comunicare in Italia e nel mondo: 554 siti web ufficiali, 487 account social capaci di ingaggiare oltre 56 milioni di utenti unici digitali all’anno, a cui si aggiunge tutta l’audience raggiunta sia attraverso i media tradizionali, dai giornali alle televisioni, sia attraverso le molteplici iniziative di marketing, dai grandi eventi promozionali fino ai migliaia di contenuti indicizzati su Google come chiave di ricerca del made in Italy in ambito turistico, gastronomico, culturale, ecc.</p>
<p>Una grande azione di comunicazione coordinata che potrebbe essere fin da subito elemento di spicco all’interno del nuovo “<strong>Patto per l’Export</strong>” lanciato negli ultimi giorni dal Ministero affari esteri. “Fondazione Qualivita, OriGIn Italia, Federdoc e i Consorzi di tutela &#8211; ha dichiarato il Sottosegretario Manlio Di Stefano, presente all’iniziativa &#8211; possono essere protagonisti di primo piano anche nella nuova fase di rilancio economico dopo la crisi più acuta dell’emergenza Covid-19. L’agroalimentare è uno dei settori trainanti dell’economia italiana e uno dei principali fattori di attrattività del nostro Paese nel mondo, mettendo l’accento sulle specificità del nostro territorio e fa della qualità la propria bandiera: la qualità e la comunicazione della qualità, di cui Fondazione Qualivita, OriGIn Italia, Federdoc e i Consorzi di tutela si fanno costantemente carico. Mi auguro che sottoscrivano il Patto per l’Export, mettendo a sistema la loro esperienza in tema di export e il loro straordinario ruolo di valorizzazione del territorio.”</p>
<p>Proseguire dunque con un lavoro di sistema, basato sui dieci punti di forza condivisi nel #decalogoDOP e sulle parole chiave evidenziate da Massimo Bray, direttore dell’istituto Enciclopedia Treccani: creatività, innovazione, tutela, comunità, sano. “Sui valori che queste cinque parole esprimono &#8211; spiega Bray &#8211; è basata la scommessa che il settore agroalimentare italiano di qualità può e deve vincere. Perché siamo convinti che le eccellenze e le tipicità enogastronomiche, che sono tra le più importanti risorse su cui può contare il nostro Paese, costituiscano sì le nostre radici, la nostra tradizione, ma anche la nostra speranza e la nostra sicurezza in questo momento di difficoltà”.</p>
<p><em>A cure di Giovanni Gennai</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2020/09/Consortium202003-decalogoDOP.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></p>
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		<title>Grappa IG, l&#8217;importanza di un Consorzio riconosciuto per il settore</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/grappa-ig-limportanza-di-un-consorzio-riconosciuto-per-il-settore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 09:52:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[TUTELA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia conta 35 bevande spiritose a Indicazione Geografica riconosciute a livello europeo e fra queste 10 sono le Grappe inserite come “Acquavite di vinaccia o marc”. La nascita della IG Grappa ha stimolato i produttori [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/grappa-ig-limportanza-di-un-consorzio-riconosciuto-per-il-settore/">Grappa IG, l&#8217;importanza di un Consorzio riconosciuto per il settore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia conta 35 bevande spiritose a Indicazione Geografica riconosciute a livello europeo e fra queste 10 sono le Grappe inserite come “Acquavite di vinaccia o marc”. La nascita della IG Grappa ha stimolato i produttori ad avviare una serie di azioni per garantire una vera protezione del prodotto e diffondere la conoscenza dell’eccellenza distillatoria italiana nel mondo. Da anni il comparto avverte la necessità di trovare un punto di aggregazione nazionale che permetta di valorizzare l’elemento caratterizzante della IG Grappa, e cioè la sua tradizione territoriale capace di generare prodotti specifici dei singoli territori. Consortium ha chiesto ad AssoDistil, l’Associazione Nazionale Industriali Distillatori di Alcoli e Acquaviti, come si sta muovendo per promuovere al meglio la Grappa, eccellenza tutta italiana.</p>
<p><strong>La Grappa</strong><br />
La Grappa in Italia ha una storia antichissima, legata al mondo vinicolo e alla tradizione contadina ed enogastronomica del nostro Paese. Moltissime sono le distillerie, soprattutto al nord ma anche al sud, che possono vantare una storia centenaria e tradizioni, marchi e processi di produzione unici. A fianco della tradizione, soprattutto negli ultimi anni, si è sviluppato un sistema di protezione e di promozione di quello che per lungo tempo è stato considerato un prodotto minore del nostro patrimonio cultural-gastronomico e che invece, grazie all’impegno e alla ricerca dei mastri distillatori, non ha più nulla da invidiare per qualità ai maggiori distillati europei e mondiali.</p>
<p>La nascita della IG Grappa: un distillato da proteggere Disciplinata per la prima volta a livello nazionale dalla Legge 7 dicembre 1951, n. 1559 che ne fornisce una prima definizione, la prima forma di protezione internazionale della IG Grappa si concretizza con il Regolamento CEE 1576/89. Tale norma, nel definire l’acquavite di vinaccia, autorizza l’utilizzo del termine “Grappa” solo per quella prodotta in Italia, fornendo la prima protezione della denominazione, o meglio delle denominazioni; oltre alla IG “nazionale” sono infatti presenti e protette una serie di grappe “regionali” (Piemonte, Barolo, Lombardia, Veneto, Trentino, Alto Adige, Friuli), che si affiancano ad analoghe definizioni per acquaviti di vinaccia specifiche di altri Paesi membri, come le varie ‘Marc’ francesi. Successivamente, con il Regolamento UE 110/2008, è effettiva la creazione della categoria delle Bevande Spiritose a IG, all’interno della quale sin da subito è inserita la IG Grappa insieme alle IG di Grappa a valenza territoriale: per queste ultime, alla lista già prevista dal 1989 si aggiunge la Grappa Siciliana e quella della Valle d’Aosta. Questo riconoscimento è stato confermato dal Regolamento 787/2019 che ha sostituito il 110/2008.<br />
Ognuna di queste Grappe ha uno specifico disciplinare di produzione, che ne descrive anche le modalità produttive, la presentazione al pubblico e le caratteristiche organolettiche. Naturalmente molte caratteristiche restano comuni, ma vi sono anche peculiarità che riflettono le specificità dei territori di cui le grappe territoriali sono espressione.</p>
<p><strong>I produttori si associano per la promozione e protezione della IG Grappa</strong><br />
La nascita della IG Grappa ha stimolato i produttori ad avviare una serie di azioni per garantire una vera protezione della Grappa e per diffondere la conoscenza dell’eccellenza distillatoria italiana nel mondo. Stante la radicata storia territoriale della Grappa, molte iniziative sono state avviate negli anni a livello locale, come testimonia il numero di Istituti regionali o Consorzi regionali che si sono sviluppati negli scorsi decenni. Tuttavia, allo scopo di garantire un costante allineamento a livello nazionale, si è dato vita nel 1996 anche ad un Istituto Nazionale Grappa, fondato a Pavia dai principali produttori di Grappa IG e dagli Istituti regionali e che intendeva essere il punto di incontro e di discussione dei produttori di Grappa sui temi di comune interesse nonché l’embrione di una struttura consortile che potesse rappresentare le istanze del mondo rappresentato. Dopo oltre 20 anni di vita, l’Istituto nazionale Grappa conta attualmente oltre 30 aziende rappresentate direttamente o indirettamente attraverso gli Istituti regionali che lo hanno fondato, quali il Consorzio Grappa Piemonte e Barolo, l’Istituto Grappa della Valle d’Aosta, l’Istituto Grappa Lombarda, l’Istituto Grappa Veneta, l’Associazione Produttori Grappa dell’Alto Adige. Le finalità statutarie dell’Istituto sono soprattutto quella di tutelare e promuovere, in qualunque sede e con ogni mezzo consentito, il va lore economico, culturale e tradizionale della grappa e di favorire, organizzare e attuare iniziative di carattere promozionale dirette a potenziare l’espansione del settore e di consentire una maggiore informazione ed il progresso tecnico del comparto. Fra le più importanti iniziative portate avanti dall’istituto spicca senza dubbio Grapperie Aperte, che per anni ha portato migliaia di appassionati in distilleria. L’iniziativa, che gode di un crescente successo di pubblico, permette visite guidate e degustazioni di distillati con programmi ovviamente personalizzati per ogni singola distilleria che spaziano dalle visite in luoghi storici come i masi in quota dell’Alto Adige ai percorsi enogastronomici e all’assaggio del caffè in grolla nelle distillerie della Valle d’Aosta, passando per un ampio spettro di iniziative selezionate da ciascuna distilleria per meglio contestualizzare la propria offerta per la giornata.</p>
<p><strong>L’esigenza di un Consorzio di Tutela Nazionale riconosciuto delle IG Grappa</strong><br />
Da quanto detto, emerge con chiarezza come da anni i produttori avvertano la necessità di trovare un punto di aggregazione nazionale che permetta di valorizzare l’elemento caratterizzante della IG Grappa, e cioè la sua tradizione territoriale capace di generare prodotti specifici dei singoli territori, le IG Grappa regionali o territoriali, senza perdere di vista l’obiettivo comune che è quello di tutelare il prodotto a IG e rafforzare il posizionamento del nobile distillato sul mercato nazionale ed internazionale alla pari di più blasonati spirits prodotti in altri Paesi UE e nei confronti dei quali la nostra IG Grappa non ha nulla da invidiare. Proprio in questa ottica è nata tra i produttori l’idea condivisa di porre in essere un Consorzio di tutela delle IG Grappa, che riunisca tutti i produttori, anche quelli delle IG Regionali. Questa idea è stata portata sul tavolo dapprima dell’Istituto nazionale Grappa e quindi di AssoDistil, cioè le due organizzazioni che, collaborando da anni, rappresentano assieme quasi tutti i produttori di Grappa. Appare ovvio che, stante l’ampia rappresentatività, la lunga storia e la struttura organizzativa, un Consorzio di tutela delle IG Grappa non possa che svilupparsi in seno ed in collaborazione con AssoDistil che metterebbe a disposizione del Consorzio tutte le competenze acquisite in decenni di Comitato acquaviti su tutte le tipologie di distillati, nonché fornire assistenza sui temi di non specifica competenza del Consorzio di tutela, ma che impattano sullo sviluppo del comparto in maniera determinante, come a mero titolo di esempio i temi ambientali, in special modo in questo periodo storico che vede la necessità di contemperare obiettivi ambientali, industriali ed economici, in linea con l’adozione del cosiddetto “Green deal” europeo, e nel quale quindi non bastano più competenze settoriali ma una visione olistica che consenta uno sviluppo sostenibile in tutti i comparti. In questo senso AssoDistil, grazie alla multidisciplinarità delle proprie competenze, rappresenta il giusto contesto per la nascita di un Consorzio di tutela delle IG Grappa moderno, efficace ed efficiente.</p>
<p>Per quanto detto, la base associativa di AssoDistil si è espressa con forza a favore della costituzione di un Consorzio di tutela della IG Grappa ed ha già deliberato in tal senso, tuttavia una tale tipologia di Consorzio per poter svolgere funzioni di tutela, promozione, valorizzazione, informazione del consumatore e cura generale delle Indicazioni Geografiche che rappresenta in maniera efficace, necessita di un riconoscimento da parte del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Purtroppo, da tempo si attende il regolamento attuativo del D.lgs 154/2016 (c.d. Collegato Agricoltura) che prevedeva appunto la possibilità per i Consorzi di tutela delle Bevande Spiritose a IG (quindi non solo le IG Grappa) di ottenere il riconoscimento da parte del Mipaaf, subordinando tuttavia tale possibilità all’adozione di uno specifico regolamento.</p>
<p>Assodistil si è battuta fin dal 2008, data di emanazione del riconoscimento europeo di IG alle bevande spiritose per ottenere il D.lgs del 2016, e da allora sta richiedendo con forza alle istituzioni la emanazione del necessario regolamento attuativo, finora purtroppo senza ottenerlo. In sostanza finché non ci sarà l’adozione di tale regolamento, e quindi la mancanza del riconoscimento da parte del Mipaaf, la realizzazione di un Consorzio di tutela nazionale delle IG Grappa sarebbe di fatto un esercizio inutile, perché sarebbe minato il fondamento stesso delle ragioni che ne determinano la costituzione: oltre ad essere uno strumento di promozione, il Consorzio può e deve essere uno strumento di indirizzo e composizione delle eventuali controversie, ed anche di vigilanza per una seria protezione della IG, funzioni che possono essere svolte solo in presenza del previsto riconoscimento.<br />
In definitiva, i produttori di IG Grappa sono consapevoli della necessità di creare un Consorzio nazionale di tutela che permetta loro di tutelare, promuovere e valorizzare in maniera efficace ed efficiente l’acquavite regina dei distillati italiani. AssoDistil, attraverso il Comitato acquaviti e la collaborazione con l’Istituto Nazionale Grappa, sta contribuendo alla sua nascita ed i suoi associati hanno già preso netta posizione a favore della costituzione di un Consorzio nazionale di tutela delle IG Grappa. Si attende ora solo la pubblicazione del provvedimento attuativo che ne consenta il riconoscimento e permetta finalmente ai produttori di IG Grappa (e anche ai produttori di tutte le altre numerose bevande spiritose a Indicazione Geografica italiane) di lavorare in squadra per promuovere e tutelare un’eccellenza del made in Italy, oggi ancora troppo poco conosciuta nel mondo.</p>
<p><em>A cure della Redazione</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
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		<title>Le nuove frontiere della ristorazione italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gennai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 09:48:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM 2020_03]]></category>
		<category><![CDATA[Covid19]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un momento di crisi che ha sconvolto la quotidianità di tutti, con ricadute pesantissime su tutto il canale Horeca, in questo numero di Consortium abbiamo cercato di capire il futuro del settore e le aspettative di rinascita, intervistando Cesare Battisti, segretario generale degli Ambasciatori del Gusto, associazione italiana impegnata nella valorizzazione dell’enogastronomia e del patrimonio agroalimentare di qualità DOP IGP.</p>
<p>“Un gioiello liberty incastonato nella Milano contemporanea&#8230;”. È definito così il Ratanà, ristorante da cui Cesare Battisti combatte la cattiva alimentazione. Con l’Associazione italiana Ambasciatori del Gusto, nata nel 2016, Battisti è in prima linea nell’emergenza post Covid-19. Se da un lato la crisi sta fortemente condizionando il settore della ristorazione, dall’altro l’emergenza ha sviluppato nuove sensibilità e riflessioni su qualità, identità e futuro.</p>
<p><strong>La pandemia da Covid-19 ha sconvolto la quotidianità e messo in crisi anche il mondo enogastronomico. Che futuro si attende?</strong><br />
Sicuramente in salita, molto difficile. Devo dire però che è anche un periodo pieno di opportunità. La storia ci insegna che nei momenti difficili ci sono delle opportunità da cogliere, soprattutto per migliorarsi. Certo è che, comunque, il nostro settore è stato uno dei più martoriati in assoluto.</p>
<p><strong>Qual è secondo lei la prospettiva della ristorazione e dei prodotti di qualità?</strong><br />
I prodotti di qualità in Italia ci sono sempre stati, ci devono essere e devono continuare ad esserci. In prospettiva credo che le persone sceglieranno sempre più i prodotti di qualità. Ma serve promuoverli visto che la ristorazione in generale assorbe dal 30 al 40% della filiera agroalimentare. Bisogna fare una scelta consapevole alla base ed educare i clienti.</p>
<p><strong>In particolare cosa si prospetta per i prodotti italiani?</strong><br />
Come ho detto, la crisi sarà un’opportunità di crescita importante, una sfida che l’Italia e la filiera enogastronomica dovranno cogliere. Naturalmente con tutte le difficoltà del caso e anche con tutti i “soldati caduti” sul campo perché questa emergenza da Coronavirus ha segnato nel profondo tutto il settore dell’agroalimentare. Certo i prodotti italiani sono tra i più importanti e qualificati del mondo.</p>
<p><strong>Cosa può fare lo chef o comunque la ristorazione in generale per informare meglio il consumatore soprattutto sugli ingredienti e gli alimenti?</strong><br />
Lo chef di un ristorante, ma la ristorazione in generale, gioca un ruolo fondamentale. Noi abbiamo una responsabilità sociale molto importante come dice Carlo Petrini di Slow Food. Una volta c’erano le nonne che ti insegnavano le ricette e le tradizioni, adesso gli unici detentori del sapere culinario siamo noi. Per cui è chiaro che la nostra responsabilità sociale diventa importantissima. Il nostro ruolo è quello di educare i clienti ad un consumo sostenibile, etico, di qualità. Spero che questa pandemia abbia portato anche la consapevolezza di un consumo di alimenti di prossimità. Noi abbiamo bisogno di promuovere un’agricoltura all’interno del nostro Paese. È assurdo far viaggiare i prodotti da un capo all’altro dell’Italia quando tutto questo non ha senso.</p>
<p><strong>Può iniziare una nuova fase per la ristorazione proprio con una formazione al consumatore, anche sulla sicurezza alimentare?</strong><br />
Assolutamente. I cuochi si devono prendere le loro responsabilità. Noi, come Ambasciatori del Gusto, nasciamo proprio con l’intento di promuovere l’enogastronomia italiana sia in Italia sia all’estero. Si pensi che abbiamo sottoscritto un progetto con Ivsi, l’Istituto valorizzazione dei salumi italiani, ci siamo attivati per promuovere i salumi all’interno del nostro Paese e che poi estenderemo anche all’estero.</p>
<p><strong>La situazione attuale invece qual è?</strong><br />
La situazione attuale nei ristoranti, nella ristorazione e in tutto il comparto agroalimentare non è bella perché comunque sono cambiate le abitudini. Rendiamoci anche conto che siamo nella fase 2 e le persone che frequentano i nostri ristoranti sono molto più attente al luogo dove sono, al menù che gli viene sottoposto e soprattutto a quello che mangiano. E questo devo dire che è un bene.</p>
<p><strong>Quindi il consumatore è maggiormente invogliato a cercare il prodotto di qualità o l’emergenza ha azzerato o rivalutato i progressi fatti in questi anni di valorizzazione?</strong><br />
Dipende tanto dalle zone dell’Italia. Noi abbiamo un ristorante a Milano dove comunque la formazione e l’educazione del nostro cliente è un valore principale che mettiamo in atto dalla mattina alla sera, in tutti i giorni dell’anno. Oggi sostanzialmente c’è molta più consapevolezza di quello che si mangia al ristorante rispetto a tanti anni fa. Spero che comunque non sia un interesse passeggero e che rimanga un coinvolgimento primario.</p>
<p><strong>Chi ne risentirà maggiormente di questa crisi?</strong><br />
In tutta la filiera sicuramente l’export di vini e dei prodotti italiani alimentari in generale. Devo dire che in questo l’Associazione Ambasciatori del Gusto deve essere ancora più ferma nella promozione dei nostri prodotti all’estero. Tante catene si sono bloccate, hanno poi ripreso dopo mesi a lavorare e non con poche difficoltà. Questi contraccolpi li sentiremo nei prossimi mesi, inevitabilmente.</p>
<p><strong>È una crisi che prevede secondo lei una rinascita, una nuova visione anche del mondo della ristorazione?</strong><br />
Questa è una crisi che prevede consapevolezza. È una nuova visione anche del mondo della ristorazione. La crisi prevede una rinascita. Sicuramente è una ripartenza con dei punti cardine ben saldi, a partire dalla qualità dei prodotti agroalimentari. Noi ci troviamo spesso e volentieri con ragazzi molto giovani che vengono al ristorante e sono interessati alla tipologia del prodotto, cose che dieci anni fa non accadevano. Adesso i clienti sono molto più interessati e devo dire che comunque con la pandemia questo focus si è allargato.</p>
<p><strong>L’obiettivo degli Ambasciatori del Gusto è divulgare l’identità, la storia, le sensibilità italiane attraverso la passione ed il lavoro. Come ci riuscirete nel post Covid-19?</strong><br />
Innanzitutto come ce l’abbiamo fatta fino adesso per cui con tanta tenacia e tantissima organizzazione. Il post Coronavirus ha aperto pure nuove frontiere di lavoro, ad esempio il mondo digitale. Non solo per le riunioni, ma anche per il marketing delle aziende agricole che hanno intensificato l’attività online mostrando e valorizzando i loro prodotti oltre il loro modo di lavorare. Questo credo che sia un’opportunità da cogliere per il futuro, un nuovo modo di approcciarsi al lavoro. Se in questo momento viaggiamo di meno, per fortuna ci sono tanti metodi nuovi per far conoscere le nostre bellezze e le nostre qualità. Per cui intraprendere questa strada è fondamentale.</p>
<p><em>A cura di Andrea Bianchi Sugarelli</em></p>
<p>Fonte: <strong>Consortium 2020_03</strong></p>
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