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	<title>biodiversità &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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	<description>DOP IGP STG :: Prodotti agroalimentari e vitivinicoli IG</description>
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	<title>biodiversità &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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	<item>
		<title>Carlo Petrini ha fatto crescere la consapevolezza del valore identitario del cibo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Geronimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 08:03:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[AGROALIMENTARE]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Carlo Petrini è statao un protagonista della cultura del cibo che ha saputo unire territori, comunità e valori, lasciando un’eredità profonda nel modo di pensare e vivere anche l’agroalimentare legato ad un&#8217;origine geografica. Fondazione Qualivita [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Carlo Petrini è statao un protagonista della cultura del cibo che ha saputo unire territori, comunità e valori, lasciando un’eredità profonda nel modo di pensare e vivere anche l’agroalimentare legato ad un&#8217;origine geografica.</em></p>
<p>Fondazione Qualivita esprime profondo cordoglio per la scomparsa di <strong>Carlo Petrini</strong>, fondatore di Slow Food e figura centrale della cultura agroalimentare contemporanea, che ha saputo restituire <strong>dignità</strong>, <strong>valore</strong> e <strong>consapevolezza</strong> al rapporto tra <strong>cibo</strong>, <strong>territorio</strong> e <strong>comunità</strong>.<u></u><u></u></p>
<p>Con la nascita di Slow Food a Bra, Petrini ha proposto al mondo, fin dagli anni Ottanta, una <strong>visione nuova del sistema alimentare</strong>, fondata sulla tutela della biodiversità, dei saperi tradizionali e delle produzioni locali. Attraverso i Presìdi Slow Food e una rete internazionale di produttori, cuochi e cittadini, ha contribuito a ricostruire il legame tra consumatore e territorio, promuovendo i valori del “buono, pulito e giusto”.<u></u><u></u></p>
<p><em>&#8220;La sua opera ha avuto un ruolo fondamentale anche nel percorso culturale che ha accompagnato la crescita delle Indicazioni Geografiche italiane&#8221;</em> – dichiara <strong>Mauro Rosati</strong>, direttore di Fondazione Qualivita – &#8220;contribuendo a creare una nuova consapevolezza sul valore identitario del cibo e sul patrimonio rappresentato dalle comunità rurali e agricole&#8221;.</p>
<p>Fondazione Qualivita si unisce al dolore della famiglia, di Slow Food e di tutte le persone che, in Italia e nel mondo, hanno condiviso il pensiero e l’impegno di Carlo Petrini per un <strong>futuro</strong> più <strong>sostenibile</strong>, <strong>giusto</strong> e <strong>consapevole</strong>.</p>
<p>Fonte: <strong>Fondazione Qualivita</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/05/20260522_CS_CARLO-PETRINI_QUALIVITA.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA COMUNICATO STAMPA</a></p>
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		<title>La storia di &#8220;Tobia e la Cinta Senese DOP&#8221; diventa un libro per ragazzi</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/la-storia-della-cinta-senese-dop-diventa-un-libro-per-ragazzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 07:26:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[Carni fresche]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[FORMAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il volume ‘Tobia e la Cinta Senese. Il segreto della fascia bianca’ racconta alle nuove generazioni la biodiversità, il benessere animale e il legame tra cibo e territorio S’intitola ‘Tobia e la Cinta Senese. Il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il volume ‘Tobia e la Cinta Senese. Il segreto della fascia bianca’ racconta alle nuove generazioni la biodiversità, il benessere animale e il legame tra cibo e territorio</em></p>
<p>S’intitola ‘<strong>Tobia e la Cinta Senese. Il segreto della fascia bianca’</strong> il <strong>racconto d&#8217;avventura</strong> dedicato alla <a href="https://www.qualigeo.eu/prodotto-qualigeo/cinta-senese-dop/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Cinta Senese DOP </strong></a>che, attraverso il viaggio nel tempo di un bambino di oggi, porta i giovani lettori dall&#8217;affresco del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti fino agli allevatori che negli anni Settanta salvarono la razza dall&#8217;estinzione.</p>
<h4>La presentazione a Firenze</h4>
<p>Nella Sala delle Feste di Palazzo Bastogi, sede del Consiglio Regionale della Toscana è stato presentato questo nuovo libro per ragazzi promosso dal Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop e scritto da<strong> Emanuele Biotti</strong>, col contributo del Consiglio regionale della Toscana e il patrocinio dei Comuni di Siena, Poggibonsi e Sovicille. “La Cinta Senese Dop – ha detto la presidente del Consiglio regionale <strong>Stefania Saccardi </strong>– rappresenta molto più di una eccellenza agroalimentare: è un <strong>simbolo identitario della Toscana</strong>, un esempio concreto di come tradizione, tutela dell’ambiente e qualità possano convivere e rafforzarsi a vicenda. Parlare ai più giovani significa costruire <strong>consapevolezza</strong>, trasmettere il <a href="https://www.qualivita.it/argomento/biodiversita/" target="_blank" rel="noopener"><strong>valore della biodiversità</strong></a> e far comprendere che dietro ogni prodotto di qualità esiste una storia fatta di persone, scelte e responsabilità”. La presentazione, moderata dalla giornalista de La Nazione, Olga Mugnaini &#8211; è avvenuta alla presenza dell’autore, di Stefania Saccardi, di Leonardo Marras assessore regionale all&#8217;Agricoltura, economia e turismo, e di Nicolò Savigni presidente del Consorzio di tutela della cinta senese Dop. Al termine della presentazione, la degustazione di cinta senese dop, tegamaccio e prosciutto, curata da Paolo Gori della Trattoria da Burde.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/la-storia-della-cinta-senese-dop-diventa-un-libro-per-ragazzi-0ed32aae" target="_blank" rel="noopener">La Nazione</a></p>
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		<title>Origine del Cavolfiore: revisione delle evidenze genetiche e storiche</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/origine-del-cavolfiore-revisione-delle-evidenze-genetiche-e-storiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 09:09:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[CONSORTIUM]]></category>
		<category><![CDATA[ortofrutticoli e cereali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ricerca promossa dal Consorzio di tutela del Cavolfiore della Piana del Sele IGP consiste in un’analisi bibliografica e una revisione della letteratura scientifica sull’origine e la domesticazione del cavolfiore, dinamiche evolutive, relazioni genetiche e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La ricerca promossa dal Consorzio di tutela del Cavolfiore della Piana del Sele IGP consiste in un’analisi bibliografica e una revisione della letteratura scientifica sull’origine e la domesticazione del cavolfiore, dinamiche evolutive, relazioni genetiche e possibili centri d’origine</em></p>
<p>L’origine e la domesticazione del cavolfiore sono tutt’ora argomenti aperti nel dibattito accademico, includendo dati di carattere genetico e storico- agronomico. L’elevata diversificazione dei morfotipi, conseguenza anche della selezione antropica, rende difficoltosa l’identificazione dell’antenato selvatico e del centro d’origine, anche a causa della facilità del flusso genico e fenomeni quali introgressione e feralizzazione all’interno del genere Brassica. L’obiettivo principale di questo lavoro è riportare le principali ipotesi sull’origine del cavolfiore attraverso lo studio delle relazioni parentelari tra forme selvatiche e forme coltivate di Brassica oleracea. La ricerca ha lo scopo di chiarire tali dinamiche per una conoscenza più approfondita sull’origine del cavolfiore e per valorizzare le produzioni orticole del territorio della Piana del Sele.</p>
<blockquote><p><strong>Maria Carlotta Vocca</strong><br />
Archeologa laureata presso l’Università di Urbino e formazione magistrale all’Università di Bologna. Ha partecipato a progetti di scavo presso aree archeologiche come Paestum e Pompei e lavora nell’area Ricerca e Sviluppo della OP Solco Maggiore e del Consorzio di Tutela del Cavolfiore della Piana del Sele I.G.P., dove coordina progetti su biodiversità e archeologia, promuovendo la valorizzazione culturale dei prodotti alimentari.</p></blockquote>
<h4>Metodologia</h4>
<p>Il presente lavoro è stato costruito in base ad un’analisi bibliografico-documentale, con lo scopo di raccogliere, selezionare e riportare i principali dati scientifici relativi all’origine e domesticazione del cavolfiore.</p>
<h4>Risultati</h4>
<p>Basandosi su studi citogenetici precedenti, ricercatori quali Mizushima e Prakash e Hinata hanno ipotizzato che le tre piante diploidi del triangolo di U, tra cui Brassica oleracea, i.e. genoma C con numero cromosomico n=9 o 2n=18, si siano evolute ingrandendo il numero cromosomico da un antenato con n=6. Questa ipotesi venne scartata da Song et al. avallando invece la tesi di Snogerup secondo cui l’antenato delle varietà di Brassica oleracea sarebbe la subspecie Brassica oleracea selvatica (syn. Brassica sylvestris o Brassica oleracea ssp. oleracea) con numero cromosomico n=9. Quest’ultima a sua volta avrebbe generato una primitiva forma di Brassica oleracea poi domesticata, identificata con il cavolo Thousand heads o cavolo dalle mille teste.</p>
<p>Questa specie è oggi considerata una landrace autoctona dell’Inghilterra a foglie sciolte (convar. acephala) da fruire come verdura. Due anni dopo, Song, Osborn e Williams condussero un’analisi più approfondita che smentì in parte la tesi precedente. I nuovi risultati mostrarono che i morfotipi coltivati costituiscono un gruppo monofiletico, ovvero provengono da un unico antenato, e che cavolfiori e broccoli si riuniscono in un solo cluster, il che significa che sono geneticamente più simili tra loro rispetto alle altre accessioni. Gli stessi ricercatori proposero che una primitiva forma di Brassica oleracea si sarebbe originata dallo stesso antenato della Brassica rapa e che successivamente diverse forme selvatiche si sarebbero evolute da questa forma primitiva. Questo comune antenato sarebbe stato simile alla Brassica oleracea selvatica e Brassica alboglabra, un tipo a foglie poi disseminato per tutta l’Europa. Forme specializzate si sarebbero poi evolute in aree diverse attraverso i processi di selezione, ibridazione ed introgressione e si sarebbero adattate anche a situazioni climatiche differenti. Per esempio, i broccoli antichi potrebbero derivare da un cavolo a foglie autoctono dell’Italia per poi geneticamente divergere e specializzarsi sul destino delle infiorescenze.</p>
<p>Inoltre, i cavolfiori si sarebbero evoluti dai broccoli e di conseguenza, anche per i cavolfiori il centro di origine sarebbe da ricercarsi in Italia. Tra le accessioni selvatiche, dunque, Brassica oleracea selvatica e Brassica alboglabra sembrano essere le forme più vicine a quelle coltivate e di conseguenza le considerarono gli antenati più prossimi alle varietà di Brassica oleracea domesticate. Dello stesso parere sono Smyth e Thompson, i quali identificano la Brassica oleracea selvatica delle coste rocciose dell’Europa e Mediterraneo nord-occidentali, come antenato delle varietà coltivate di Brassica oleracea, tra cui il cavolfiore. Secondo queste teorie, le forme selvatiche a foglie di Brassica oleracea sarebbero state coltivate sulle coste dell’Inghilterra e della Francia nord-occidentale, trasportate attraverso le rotte commerciali dello stagno, in Medioriente, nel XI secolo a.C., per poi essere reintrodotte in Europa successivamente.</p>
<p>Già negli anni ’70, Mitchell notò che le popolazioni di Brassica oleracea selvatica si distribuivano ai confini di città portuali e villaggi costieri e ciò lo indusse a pensare che in realtà si trattasse di piante ferali e non selvatiche. Le piante ferali sono piante che hanno rifuggito i campi coltivati e si sono rinaturalizzate; in questo caso si parla di piante endoferali, ovvero che si sono rinselvatichite senza l’aiuto di introgressione/ibridazione e hanno perso i loro tratti domesticati. A sostenere la tesi che la Brassica oleracea selvatica non sia il progenitore dei morfotipi coltivati sono Mabry et al. Questi ricercatori hanno analizzato il genoma di diversi individui sia selvatici che domesticati per ricavarne un albero genealogico.</p>
<p>In base ai loro risultati, si può affermare che per le Brassica oleracea il flusso genico con relativi CWR e l’introgressione con specie selvatiche o ferali appartenenti allo stesso genere, è molto agevole.</p>
<p>Pertanto, così si spiega perché la Brassica oleracea selvatica è geneticamente molto simile ai morfotipi coltivati e formano un unico cluster. Da Maggioni apprendiamo che mentre in presenza di ibridi tra individui del genere Brassica si può perdere il fenotipo determinato dai tratti recessivi omozigoti di uno dei genitori, non si spiega con altrettanta facilità perché un cavolo reimmessosi nel selvatico preferisca ritornare al suo stato di pianta a foglie invece di generare nella sua progenie altri cavoli. Una delle possibili risposte che troviamo in Maggioni è quella relativa alla capacità di adattamento delle piante appartenenti al genere Brassica, ovvero che in presenza di stress idrico e mancanza di nutrienti, la selezione punta in favore di quei tratti selvatici che meglio si adattano ad un ambiente naturale, soprattutto se c’è materiale genetico da acquisire da altre piante selvatiche. Mabry et al. e Maggioni trovano forte riscontro nella tesi che Brassica cretica e Brassica incana siano i parenti selvatici più prossimi alle forme coltivate, nonostante entrambi mostrino segni parziali di domesticazione e feralizzazione rispettivamente. In conclusione, Mabry et al. puntano alla Brassica cretica e la fascia costiero- insulare della Grecia e Cipro quali antenato e centro d’origine delle varietà di Brassica oleracea coltivate, mentre Maggioni suggerisce di svolgere analisi più approfondite per verificare il legame parentale esistente tra le forme coltivate e Brassica incana puntando al centro- sud Italia come centro d’origine.</p>
<p>Restringendo progressivamente la ricerca sull’origine del cavolfiore, si possono menzionare Smith e King, i quali hanno condotto delle ricerche genetiche per verificare lo sviluppo e domesticazione del cavolfiore. Secondo la loro tesi, che riconcilia i dati ottenuti da Song et al. e Crisp, il cavolfiore sarebbe nato in Italia meridionale da un broccolo calabrese attraverso l’intermediazione del cavolo viola siciliano. Tali dinamiche trovano riscontro anche nella storica vocazione orticola dell’Italia meridionale, area nella quale la coltivazione del cavolfiore si è consolidata nel tempo in diversi contesti pedoclimatici favorevoli.</p>
<p>Tra questi, la Piana del Sele rappresenta uno degli areali maggiormente specializzati, caratterizzato da condizioni ambientali particolarmente idonee alla coltivazione della specie e alla stabilità delle sue espressioni produttive. In tale contesto si inserisce il Cavolfiore della Piana del Sele IGP, espressione di un sistema produttivo territoriale fondato sull’interazione tra patrimonio genetico delle cultivar, pratiche agronomiche locali e specificità pedoclimatiche dell’areale. Le caratteristiche dei suoli di natura vulcanico-alluvionale, unite alla mitigazione climatica esercitata dall’influenza marina e alla protezione orografica dell’entroterra, favoriscono lo sviluppo di corimbi con elevati standard qualitativi.</p>
<p>In particolare, il prodotto si distingue ed è riconosciuto per significativi contenuti di vitamina C e magnesio, nonché per la presenza di composti antiossidanti glucosinolati bioattivi, tra cui il sulforafano, molecola oggetto di numerosi studi per il potenziale ruolo protettivo nei confronti di diverse patologie, incluse quelle dell’apparato respiratorio. Ne deriva un profilo qualitativo complessivo che coniuga caratteristiche nutrizionali e funzionali rendendo il Cavolfiore della Piana del Sele IGP una delle espressioni più rappresentative della specializzazione orticola dell’Italia meridionale (dott. Carlo De Nigris, Consorzio di tutela del Cavolfiore della Piana del Sele). Stansel et al., d’altro canto, aggiunge che, in base alle analisi genetiche effettuate, il cavolfiore perfezionato è geneticamente più simile al cavolo broccolo rispetto al cavolfiore landrace e che i broccoli landrace condividono una grande componente della struttura con i cavolfiori perfezionati. Il tutto porta a pensare che i broccoli siano stati domesticati prima del cavolfiore e che si siano verificati eventi di introgressione dal broccolo durante la formazione del moderno cavolfiore.</p>
<p>Inoltre, sappiamo che il corimbo è composto da apici meristematici che non si sono sviluppati in fiori, e che il fenotipo a corimbo è sotto il controllo genetico in più di un locus. L’ontologia delle Brassicaceae nel suo insieme può essere vista come un aumento della severità nel controllo del passaggio dalla crescita vegetativa alla fioritura, ed i cavolfiori rappresentano il fenotipo più estremo di arresto precoce. Un livello intermedio di arresto si osserva nell’infiorescenza del cavolo viola siciliano in cui il corimbo sviluppa primordia floreali prima del loro arresto. Invece, un livello ritardato di arresto è osservabile nel cavolo calabrese, caratterizzato da un’infiorescenza mista di numerose spighe floreali arrestate e la proliferazione di boccioli floreali quasi totalmente sviluppati. Questi, insieme, formano una struttura compatta ad ampia cupola, differentemente dal resto dei broccoli i quali presentano un’infiorescenza avanzata in cui le spighe floreali si sviluppano in una collezione di boccioli floreali maturi (Figura 1).</p>
<p>La ricostruzione di Smith e King prevede che i cavolfiori primitivi fossero stati generati involontariamente all’interno del pool genetico dei broccoli capitati da una mutazione degli alleli BoCAL-a o BoAP1-a. Un arresto più precoce nello sviluppo delle infiorescenze sarebbe sorto dopo l’introduzione di una copia mutante nel secondo locus, risultante nello sviluppo completo del corimbo. Crisp aggiunge, infine, che la selezione e ritenzione del cavolfiore deve essere stata frutto di una scelta antropica, poiché le piante con corimbo resistono meno all’ambiente naturale rispetto ai broccoli. Una prossimità genetica tra i broccoli e i cavolfiori si nota in alcuni contributi, e.g. Purugganan et al. e Mabry et al. Anche in questo caso ulteriori indagini sono richieste per chiarire i legami parentali esistenti tra queste due varietà.</p>
<h4>Conclusioni</h4>
<p>I dati analizzati indicano che l’origine e la domesticazione del cavolfiore siano il risultato di un processo evolutivo complesso, influenzato dalla selezione antropica e da eventi di introgressione e feralizzazione all’interno del genere Brassica. Alcuni studi recenti hanno evidenziato una stretta relazione genetica tra cavolfiore e broccolo, sottolineando che quest’ultimo sia stato domesticato precedentemente e abbia contribuito significativamente all’origine del moderno cavolfiore. La fascia Mediterranea, in particolare l’Italia meridionale, si rivela essere uno dei possibili centri d’origine e diversificazione del cavolfiore. Nonostante l’utilizzo di tecniche sempre più innovative nella ricerca genetica, risulta complicato identificare con certezza un antenato comune selvatico e distinguere tra forme selvatiche e forme ferali. Pertanto, ulteriori indagini sono necessarie e utili per gettar luce su queste dinamiche, ricostruire la storia dell’evoluzione del cavolfiore e valorizzare le produzioni orticole territoriali.</p>
<blockquote>
<h4>BIBLIOGRAFIA</h4>
<p>[1] Cai, C., J. Bucher, F. T. Bakker , e G. Bonnema. «Evidence for two domestication lineages supporting a Middle-Eastern origin for Brassica oleracea crops from diversified kale populations.» <em>Horticultural Research</em> (Oxford University Press), n. 9 (2022): 1-15. (https://academic.oup.com/hr/article/doi/10.1093/hr/uhac033/6532230)</p>
<p>[2] Crisp, P. «The use of an evolutionary scheme for cauliflower in the screening of genetic resources.» <em>Euphytica</em>, n. 31 (1982): 725-734. (https://link.springer.com/article/10.1007/BF00039211)</p>
<p>[3] Gering, E., D. Incorvaia, R. Hertiksen, J. Conner, T. Getty, e D. Wright. «Getting back to nature: feralization in animals and plants.» <em>Trends Ecol Evol</em> 34, n. 12 (2019): 1137-1151. (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0169534719302307)</p>
<p>[4] Gómez-Campo , C. «Morphology and morpho-taxonomy of the tribe Brassiceae.» In Brassica crops and the wild allies: biology and breeding, di S. Tsunoda, K. Hinata e C. Gómez-Campo, 3-31. Tokyo: Japan Scientific Society Press, 1980.</p>
<p>[5] Hodgkin, T. «Cabbages, kales, etc.» In Evolution of crop pants, di J. Smartt e N.W. Simmonds, 76-82. London: Longman, 1995.</p>
<p>[6] Kioukis, A., et al. «Intraspecific diversification of the crop wild relative Brassica cretica Lam. using demographic model selection.» BMC Genetics 21, n. 1 (2020): 48. (https://link.springer.com/article/10.1186/s12864-019-6439-x)</p>
<p>[7] Mabry, M.E., et al. «The evolutionary history of wild, domesticated, and feral Brassica oleracea (Brassicaceae).» Mol Biol Evol 38, n. 10 (2021): 4419-4434. (https://academic.oup.com/mbe/article/38/10/4419/6304875)</p>
<p>[8]  Maggioni, L. «Domestication of Brassica oleracea L.» PhD thesis: Acta Universitatis Agriculturae Sueciae, 2015. (https://publications.slu.se/?file=publ/show&amp;id=67884)</p>
<p>[9] Mei, J., et al. «Genomic relationships between wild and cultivated Brassica oleracea L. with emphasis on the origination of cultivated crops.» Genet Resour Crop Evol, n. 57 (2010): 687-692. (https://link.springer.com/article/10.1007/s10722-009-9504-5)</p>
<p>[10] Mitchell , N.D. «The Status of Brassica oleracea L. subsp. oleracea (wild cabbage) in the British Isles.» Watsonia 11 (1976): 97-103. (https://archive.bsbi.org.uk/Wats11p97.pdf)</p>
<p>[11] Mizushima, V. «Genome analysis in Brassica and allied genera.» In Brassica crops and wild allies, di S. Tsunoda, K. Hinata e C. Gomez-Campo, 89-105. Tokyo: Jpn Sci Soc Press, 1980.</p>
<p>[12] Prakash, S., e K. Hinata. «Taxonomy, cytogenetics and origin of crop Brassica, a review.» Opera Bot, n. 55 (1980): 1-57.</p>
<p>[13] Purugganan, M. D., A. L. Boyles, e J. I. Suddith. «Variation and selection at the Cauliflower floral homeotic gene accompanying the evolution of domesticated Brassica oleracea.» Genetics Society of America, n. 155 (June) (2000): 855-862. (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10835404/)</p>
<p>[14] Saban, J.M, A.J. Romero, T.H.G. Ezard, e M.A. Shapman. «Extensive crop-wild hybridization during Brassica evolution and selection during the domestication and diversification of Brassica crops.» Genetics 223, n. 4 (2023): 1-15. (https://academic.oup.com/genetics/article/223/4/iyad027/7050026)</p>
<p>[15] Smith, L.B., e G.J. King. «The distribution of BoCAL-a alleles in Brassica oleracea is consistent with a genetic model for curd development and domestication of the cauliflower.» Molecular Breeding, n. 6 (2000): 603-613. (https://link.springer.com/article/10.1023/A:1011370525688)</p>
<p>[16] Smyth, D.R. « Flower development. Origin of the cauliflower.» Current Biology 5, n. 4 (1995): 361-363. (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/7627548/)</p>
<p>[17] Snogerup, S. «The wild forms of the Brassica oleracea group (2n=18) and their possible relations to the cultivated ones.» In Brassica crop and wild allied, di S. Tsunoda, K. HInata e C. Gomez-Campo, 121-132. Tokyo: Jpn Sci Soc Press, 1980.</p>
<p>[18] Song, K.M., T.C. Osborn, e P.H. Williams. «Brassica taxonomy based on nuclear restriction fragment length polymorphisms (RFLPs). 2. Preliminary analysis of subspecies within B. rapa (syn. campestris) and B. oleracea.» Theor Appl Genet, n. 76 (1988b): 593-600. (https://link.springer.com/article/10.1007/BF00260914)</p>
<p>[19] Song, K.M., T.C. Osborn, e P.H. Williams. «Brassica taxonomy based on nuclear restriction fragment length polymorphisms (RFLPs). 3. Genome relationships in Brassica ad related genera and the origin of B. oleracea and B. rapa (syn. campestris).» Theor Appl Genet 79, n. 4 (1990): 497-506. (https://link.springer.com/article/10.1007/BF00226159)</p>
<p>[20] Song, K.M., T.C. Osborn, e P.H. Williams. «Brassica taxonomy based on nuclear restriction fragment length polymorphisms (RFLPs). 1. Genome evolution of diploid and amphidiploid species.» Theor Appl Genet, n. 75 (1988a): 784-794. (https://link.springer.com/article/10.1007/BF00265606)</p>
<p>[21] Stansel, Z., et al. «Genotyping-by-sequencing of Brassica oleracea vegetablesreleals unique phylogenetic patterns, population structure and domestication footprints.» Horticultural Research, n. 38 (2018): 1-10. (https://www.nature.com/articles/s41438-018-0040-3)</p>
<p>[22] Thompson, K.F. «Cabbages, kales ect. Brassica oleracea (Cruciferae).» In Evolution of crop plants, di N.W. Simmonds, 49-52. London: Longman, 1976. (https://academic.oup.com/hr/article/doi/10.1093/hr/uhac033/6532230)</p>
<p>[23] Wu, J., et al. «Investigation of Brassica and its relative genome in the post-genomics era.» Horticultural Research, n. 9 (2022): 1-13. (https://academic.oup.com/hr/article/doi/10.1093/hr/uhac182/6675598)</p></blockquote>
<p><em>A cura della redazione</em></p>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-01/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 2026 n°01</strong></a></p>
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/03/Consortium-30_Origine-Cavolfiore_Vocca.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/origine-del-cavolfiore-revisione-delle-evidenze-genetiche-e-storiche/">Origine del Cavolfiore: revisione delle evidenze genetiche e storiche</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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		<title>Kilometro Verde Parma: un modello da esportare</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/kilometro-verde-parma-un-modello-da-esportare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:08:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista alla presidente di Kilometro Verde Parma, Maria Paola Chiesi: &#8220;Orgogliosa del traguardo di centomila piante messe a dimora, un modello da esportare&#8221; «Centomila piante eresse a dimora: un traguardo che emoziona e che ci [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Intervista alla presidente di Kilometro Verde Parma, Maria Paola Chiesi: &#8220;Orgogliosa del traguardo di centomila piante messe a dimora, un modello da esportare&#8221;</em></p>
<p>«Centomila piante eresse a dimora: un traguardo che emoziona e che ci responsabilizza. Orgogliosi del coinvolgimento di tante aziende e dei cittadini». Il bilancio del Consorzio forestale fondato nel 2020. Parla la <strong>presidente di Kilometro Verde Parma, Maria Paola Chiesi</strong>.</p>
<p>Presidente Maria Paola Chiesi, il 2025 si è chiuso con un traguardo simbolico: la centomillesima pianta messa a dimora. Come lo descrive?</p>
<blockquote><p>«E un numero che emoziona, ma soprattutto che responsabilizza. Centomila piante non sono una statistica: sono centomila gesti compiuti insieme da cittadini, imprese, istituzioni e scuole. Ogni albero ha una storia, un nome, una mano che l&#8217;ha piantato. Questo traguardo ci ricorda che la cura del territorio è possibile quando diventa una quelle piante. Quando la comupratica collettiva, non un atto isolato. Ci dice che il modello funziona. E che dobbiamo andare avanti».</p></blockquote>
<p>Nel 2025 avete piantato oltre 23.000 piante in 20 aree diverse della provincia. Qual è l&#8217;intervento che le sta più a cuore?</p>
<blockquote><p>«È difficile scegliere, perché ogni bosco ha la sua unicità. Ma se dovessi indicarne uno, direi il Bosco Viale Du Tillot, qui a Parma. Sono state messe a dimora 1.020 piante, con la partecipazione diretta di aziende e cittadini che hanno donato 202 di nità non aspetta di essere coinvolta ma si fa avanti da sola, vuol dire che il messaggio è arrivato. E questo per noi è il risultato più importante di tutti».</p></blockquote>
<p>La certificazione Pefc ottenuta nel giugno 2025 è una novità rilevante. Cosa cambia concretamente?</p>
<blockquote><p>«Cambia la garanzia. Non soltanto per noi, ma per chi si affida a noi. La <strong>certificazione Pefc</strong> attesta che i nostri boschi sono gestiti secondo criteri di sostenibilità verificati da un organismo terzo indipendente, <strong>Csqa Certificazioni</strong>. Significa che quando un&#8217;azienda pianta con noi, non sta solo facendo una buona azione — sta investendo in un patrimonio naturale documentato, tracciabile, duraturo. Oggi i soci ordinari certificati sono dodici, tra cui Chiesi, Davines, Laterlite, Smeg, Mutti. E un punto di partenza solido»</p></blockquote>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <strong>Gazzetta di Parma</strong></p>
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		<title>Quattro cantine certificate Diversity Ark: la biodiversità al centro del vigneto</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/quattro-cantine-certificate-diversity-ark-la-biodiversita-al-centro-del-vigneto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 16:24:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[certificazione]]></category>
		<category><![CDATA[Diversity Ark]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uberti, Argiano, Corte Capitelli e Fratini aderiscono al percorso Diversity Ark di DiversityBio per una viticoltura rigenerativa misurabile, trasparente e scientificamente verificata. La transizione verso modelli agricoli rigenerativi non è più una scelta teorica, ma [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Uberti, Argiano, Corte Capitelli e Fratini aderiscono al percorso Diversity Ark di DiversityBio per una viticoltura rigenerativa misurabile, trasparente e scientificamente verificata.</em></p>
<p>La transizione verso modelli agricoli rigenerativi non è più una scelta teorica, ma una necessità tecnica che richiede strumenti di misura rigorosi e competenze multidisciplinari. In questo scenario, DiversityBio, società Benefit nata dall’unione di competenze agronomiche, naturalistiche e gestionali, annuncia l’ingresso di quattro eccellenze vitivinicole nel percorso Diversity Ark, la certificazione indipendente verificata da CSQA, CEVIQ e Suolo e Salute che valuta la reale gestione agro-ecologica delle aziende.</p>
<p>Uberti, Argiano, Corte Capitelli e Fratini hanno deciso di affidarsi a questo standard, riconosciuto anche da Equalitas per la sua capacità di analizzare la biodiversità del suolo, per dare una risposta concreta alle sfide poste dal cambiamento climatico.</p>
<p>Il desiderio di una maggiore trasparenza è ciò che ha spinto Silvia Uberti, di Uberti, ad abbracciare il progetto. “In passato abbiamo aderito a diversi protocolli, tra cui quello del Biologico, ma spesso ho percepito il limite di certificazioni focalizzate più sulla gestione burocratica che sull’effettivo lavoro in campo,” spiega la titolare, sottolineando una netta distanza dalle esperienze passate.</p>
<p>“In dieci anni di Bio, raramente abbiamo visto analisi tecniche approfondite come le multiresiduali sulle foglie; spesso bastava la conformità dei registri. <strong>Con Diversity Ark il cambio di passo è stato netto: ho trovato persone autentiche e pratiche, capaci di unire una conoscenza altissima del mondo vite a una visione profonda dell’intero universo natura.”</strong></p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.winemeridian.com/news/diversity-ark-certificazione-viticoltura-rigenerativa-biodiversita-2026/" target="_blank" rel="noopener">Wine Meridian.it</a></p>
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		<title>Parco Nord di Milano: polmone verde diventato modello per cittadini e amministrazioni</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/parco-nord-di-milano-polmone-verde-diventato-modello-per-cittadini-e-amministrazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 09:34:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[certificazione]]></category>
		<category><![CDATA[PEFC]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parco Nord di Milano, pioniere in molte azioni che valorizzano la biodiversità e i servizi resi dalla natura alle persone, è il primo parco in Italia per la gestione sostenibile del verde urbano Volpi, ghiri, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Parco Nord di Milano, pioniere in molte azioni che valorizzano la biodiversità e i servizi resi dalla natura alle persone, è il primo parco in Italia per la gestione sostenibile del verde urbano</em></p>
<p>Volpi, ghiri, ricci, conigli selvatici e lepri, scoiattoli rossi e grigi e il raro moscardino, piccolo roditore dal pelo fulvo. Per gli amanti del birdwatching ci sono presenze abituali come gheppi, sparvieri, assioli, gufi, allocchi e i picchi e nel lago nuota il luccio&#8230; Potremmo continuare con una lista di fiori per le api, arbusti autoctoni e orchidee minacciate, un campionario di specie inaspettato persino per un diario di campagna. La notizia, però, è che questa biodiversità cosmopolita trova rifugio nella città più densamente popolata d’Italia e nel suo hinterland. Gli avvistamenti, infatti, sono quelli riportati dalle guardie ecologiche volontarie del <a href="https://parconord.milano.it/"><strong>Parco Nord Milano</strong></a>, che interessa il capoluogo lombardo e i comuni di Sesto San Giovanni, Bresso, Cinisello Balsamo, Novate Milanese, Cormano e Cusano Milanino. Non è un caso se &#8211; in chiusura dei festeggiamenti per il cinquantesimo anno dalla sua istituzione &#8211; il parco ha meritato la prima certificazione per la <strong><a href="https://www.elledecor.com/it/lifestyle/a66078348/9-consigli-giardinaggio-climatico/">gestione sostenibile</a> del verde urbano</strong>. Un inedito riconoscimento in grado di attestare la buona condotta ecologica dell&#8217;oasi metropolitana, rivelatasi un laboratorio di pratiche ambientali al servizio della natura e dei cittadini. Ne parliamo con <strong>Riccardo Gini</strong>, direttore del Parco, e con <strong>Fabio Campana</strong>, responsabile del Servizio Ambiente.</p>
<p><strong>Direttore Riccardo Gini, Parco Nord Milano ha ricevuto la prima certificazione per la gestione sostenibile del verde urbano, PEFC. Cosa rappresenta questo traguardo?</strong></p>
<p>Intraprendere per primi questo percorso di certificazione, durato oltre tre anni, ha significato contribuire a definire criteri e indicatori ben definiti per la gestione sostenibile del verde, che da oggi in poi potranno servire come esempio per altre realtà. PEFC (<em>Programme for Endorsement of Forest Certification schemes</em>) è una certificazione internazionale applicata alle foreste e consolidata in 57 Paesi. La nostra idea iniziale, dunque, era attestare il lavoro fatto sui nostri boschi. Facendo tesoro delle prassi gestionali che abbiamo messo a punto negli anni, però, ci siamo accorti che poteva aprirsi una nuova strada, ovvero certificare i parchi metropolitani. Così, oltre le foreste, è stato analizzato un sistema complesso fatto anche di<strong> prati, campi sportivi, aree gioco</strong>, sistemi d’acqua. Lavorando insieme con <strong>PEFC</strong> sono stati definiti obiettivi espliciti, verificabili e replicabili e abbiamo ottenuto da enti terzi &#8211;<strong> CSQA</strong> e CSI &#8211; il riconoscimento per la gestione orientata alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica di 443 ettari sul totale di quasi 950 della superficie del Parco.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.elledecor.com/it/lifestyle/a70677361/parco-nord-milano/" target="_blank" rel="noopener">Elle Decor.it</a></p>
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		<title>Diversity Ark: l&#8217;arca della biodiversità è sbarcata anche a Verona</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/diversity-ark-larca-della-biodiversita-e-sbarcata-anche-a-verona/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Sep 2025 04:23:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[certificazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli esperti di Diversity Ark valutano la salute del terreno usando un metodo scientifico. L&#8217;idea di raccogliere tutto quanto salvaguardi le biodiversità Natura e dimora. «La natura non è un posto da visitare. È casa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Gli esperti di Diversity Ark valutano la salute del terreno usando un metodo scientifico. L&#8217;idea di raccogliere tutto quanto salvaguardi le biodiversità</em></p>
<p>Natura e dimora. «La natura non è un posto da visitare. È casa nostra». Hanno scelto le parole del poeta e ambientalista statunitense Gary Snyder i fondatori di <strong>Diversity Ark</strong>, il marchio di certificazione che si approccia alla natura con una nuova visione: tutelare la biodiversità per evitare che l&#8217;ecosistema venga irreparabilmente alterato dall&#8217;intervento dell&#8217;uomo.</p>
<p><strong>Alla guida della certificazione, nata nel 2022</strong> con l&#8217;obiettivo di sensibilizzare agricoltori e consumatori sulle pratiche da adottare in campo agricolo all&#8217;insegna di una «salute unica», capace di coniugare ambiente, animali e persone, ci sono <strong>Stefano Amadeo</strong> e <strong>Stefano Zaninotti</strong>, insieme all&#8217;Amministratore Unico Luigi Vignaduzzo. «Ark simboleggia un chiaro riferimento all&#8217;arca di Noè, il primo esempio positivo di salvataggio per tutte le specie viventi, uomini e animali, e nel nostro caso anche piante», spiega Amadeo.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<h4>Come ottenere la certificazione?</h4>
<p>Sul sito www.diversityark.it si trova ogni informazione, oppure si può fare riferimento all&#8217;<strong>ente di certificazione Csqa</strong>. Una volta fatta la proposta all&#8217;azienda, quest&#8217;ultima verrà contattata da professionisti indipendenti che provvederanno al campionamento e analisi biologica e chimico-fisica del suolo, alla determinazione della quantità e varietà di insetti, impollinatori, prede/predatori, biodiversità floristica.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <strong>L&#8217;Arena</strong></p>
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		<title>Etna Days 2025. I vini del vulcano al centro del mondo, edizione da record</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/etna-days-2025-i-vini-del-vulcano-al-centro-del-mondo-edizione-da-record/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marilena]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 07:43:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Etna Days 2025, dal 18 al 20 settembre l’Etna è stata la capitale internazionale del vino con oltre 90 cantine, 500 etichette in degustazione e più di 70 giornalisti e formatori provenienti da Stati Uniti, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/etna-days-2025-i-vini-del-vulcano-al-centro-del-mondo-edizione-da-record/">Etna Days 2025. I vini del vulcano al centro del mondo, edizione da record</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i><span class="style_1757658269826 style_1757658269901">Etna Days 2025, dal 18 al 20 settembre l’Etna è stata la capitale internazionale del vino con oltre 90 cantine, 500 etichette in degustazione e più di 70 giornalisti e formatori provenienti da Stati Uniti, Europa e Italia. Tre giorni per celebrare un terroir unico, simbolo di eccellenza e biodiversità.</span></i></p>
<p><span class="style_1757658269971">E&#8217; stata un’edizione da record per partecipazione e rilevanza quella degli <strong>Etna Days 2025</strong>, dal <strong>18</strong> al <strong>20 settembre</strong>: tre giornate che hanno visto l’Etna al centro della scena internazionale del vino. Promosso dal <strong>Consorzio di Tutela dei Vini Etna DOC</strong>, l’evento ha accolto giornalisti, degustatori, importatori e professionisti provenienti da Stati Uniti, Europa e Italia, chiamati a scoprire e raccontare la straordinaria identità di un territorio che si conferma vetta della piramide qualitativa dei vini “</span><i><span class="style_1757658269971">born in Sicily</span></i><span class="style_1757658269971">”. Oltre <strong>90 cantine</strong> hanno aderito alla manifestazione, aprendo le porte ai visitatori con visite guidate, degustazioni tecniche e momenti di approfondimento. L’Etna, con la sua <strong>biodiversità viticola</strong> e i suoi versanti così diversi tra loro, rappresenta un mosaico enologico unico: vigne centenarie, spesso a piede franco, terrazzamenti in pietra lavica, altitudini che superano i mille metri, microclimi in continua variazione. Un ecosistema vitale che genera vini dalla personalità inconfondibile, capaci di conquistare i mercati e la critica internazionale. Il quartier generale degli Etna Days è stato il <strong>Picciolo Golf Resort di Castiglione di Sicilia</strong>, punto di partenza per un programma intenso che culminerà in un’imponente degustazione collettiva: circa 500 etichette Etna DOC saranno in assaggio in un </span><i><span class="style_1757658269971">walk around tasting</span></i><span class="style_1757658269971"> dedicato alla stampa e agli operatori.</span></p>
<p><span class="style_1757658269971">La serata inaugurale ha ospitato un momento speciale: una cena di gala con i produttori etnei e gli enologi, alla presenza della giuria del <strong>Concours Mondial de Bruxelles</strong>, ospite d’onore di questa edizione. Un segno concreto della statura internazionale raggiunta dalla denominazione e dell’intreccio virtuoso tra Sicilia e i più importanti network enologici globali. “</span><i><span class="style_1757658269971">Etna Days è la sintesi del nostro lavoro collettivo: un viaggio che va oltre il calice</span></i><span class="style_1757658269971"> sottolinea <strong>Francesco Cambria</strong>, <strong>Presidente del Consorzio</strong>. </span><i><span class="style_1757658269971">In questi tre giorni vogliamo mostrare non solo vini, ma un patrimonio culturale e identitario che appartiene alle comunità del vulcano. Ogni bottiglia di Etna DOC è il capitolo di un racconto secolare che intreccia resilienza, memoria e visione</span></i><span class="style_1757658269971">”.</span></p>
<p><span class="style_1757658269971">L’<strong>Assessore all’Agricoltura della Regione Siciliana, Salvatore Barbagallo</strong>, aggiunge: “</span><i><span class="style_1757658269971">La scelta dell’Etna come scenario di questo evento conferma il ruolo strategico che la denominazione riveste nel futuro del vino siciliano. L’Etna è laboratorio naturale di sostenibilità e biodiversità, e la Regione sostiene con convinzione questa esperienza, che contribuisce a rafforzare la reputazione internazionale della nostra vitivinicoltura</span></i><span class="style_1757658269971">”. </span></p>
<p><span class="style_1757658269971">Etna Days è un omaggio ai viticoltori che hanno recuperato antichi terrazzamenti, difeso vitigni autoctoni come il <strong>Nerello Mascalese</strong> e il <strong>Carricante</strong>, e fatto della viticoltura eroica un esempio di resilienza. </span><i><span class="style_1757658269971">Masterclass</span></i><span class="style_1757658269971">tematiche, visite in cantina e occasioni di confronto arricchiranno la narrazione di un territorio che è al tempo stesso radice storica e avanguardia del vino mediterraneo.</span></p>
<p><span class="style_1757658269971">“</span><i><span class="style_1757658269971">Quest’anno</span></i><span class="style_1757658269971"> – sottolinea <strong>Maurizio Lunetta</strong>, <strong>Direttore del Consorzio di Tutela Vini Etna DOC</strong> – </span><i><span class="style_1757658269971">registriamo numeri importanti: grazie anche alla collaborazione con il Concours Mondial de Bruxelles saranno oltre <strong>70 i giornalisti e formatori internazionali</strong> presenti, un risultato che consolida la dimensione globale raggiunta dai vini del vulcano. Non si tratta soltanto di un traguardo quantitativo, ma della conferma che l’Etna è oggi un riferimento imprescindibile nel panorama enologico mondiale</span></i><span class="style_1757658269971">”.</span></p>
<p><span class="style_1757658269971">L’obiettivo per il futuro è continuare a far crescere l’<strong>economia del vulcano </strong>in una visione integrata che vada oltre la filiera vitivinicola, abbracciando l’ospitalità, la ristorazione, i prodotti tipici e tutte le filiere produttive che concorrono a definire l’identità del territorio. È un progetto di comunità che coinvolge produttori, operatori turistici, amministrazioni e imprese creative, con l’ambizione di rafforzare un modello di sviluppo sostenibile e condiviso.</span></p>
<p><span class="style_1757658269971">In questa prospettiva si arricchisce anche il patrimonio comunicativo della <strong>DOC Etna</strong>, del <strong>GAL Etna</strong> e dell’<strong>Alcantara</strong>, attraverso la realizzazione di una <strong>miniserie di documentari video in italiano e in inglese</strong>. Questi contenuti, pensati per le piattaforme digitali e per le attività di promozione internazionale, racconteranno le storie, i valori e le unicità delle comunità che abitano il vulcano, restituendo al mondo l’immagine autentica di un territorio straordinario che vive di memoria, fatica e visione.»</span></p>
<p><span class="style_1757658269971">Gli Etna Days 2025 non sono soltanto un evento promozionale, ma un osservatorio internazionale sulle dinamiche economiche, culturali e produttive che ruotano intorno al vulcano. Una piattaforma che, anno dopo anno, consolida il ruolo dell’Etna come simbolo globale di eccellenza, identità e futuro.</span></p>
<p><span class="style_1757658269971">L’iniziativa – per la quota relativa alla partecipazione della stampa italiana – è finanziata dall’<strong>Assessorato regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo rurale e della Pesca Mediterranea – Dipartimento Regionale dell’Agricoltura</strong>.</span></p>
<p>Fonte: <a href="https://consorzioetnadoc.com/blog-detail/post/326412/etna-days-2025--i-vini-del-vulcano-al-centro-del-mondo--edizione-da-record" target="_blank" rel="noopener"><span class="style_1757658269971"><strong>Consorzio di Tutela dei Vini Etna DOC</strong></span></a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/etna-days-2025-i-vini-del-vulcano-al-centro-del-mondo-edizione-da-record/">Etna Days 2025. I vini del vulcano al centro del mondo, edizione da record</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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		<title>Copertura vegetale con piante nettarifere: risultati del progetto del Consorzio Garda DOC</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/copertura-vegetale-con-piante-nettarifere-risultati-del-progetto-del-consorzio-garda-doc/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 06:35:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[viticoltura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno studio triennale del Consorzio Garda DOC dimostra come le coperture vegetali con piante nettarifere favoriscano la biodiversità e il controllo biologico nei vigneti. Il Consorzio Garda DOC ha condotto una sperimentazione triennale per valutare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Uno studio triennale del Consorzio Garda DOC dimostra come le coperture vegetali con piante nettarifere favoriscano la biodiversità e il controllo biologico nei vigneti.</em></p>
<p>Il <strong>Consorzio Garda DOC</strong> ha condotto una sperimentazione triennale per valutare l’effetto di una <strong>copertura vegetale a base di piante nettarifere</strong> sulla <strong>biodiversità funzionale</strong> in un vigneto condotto a difesa integrata nella zona di produzione del Garda.</p>
<p>L’intervento è stato realizzato su un vigneto Merlot a Sona (VR), suddiviso in tre tesi sperimentali: gestione con <strong>sfalci frequenti</strong> dell’inerbimento spontaneo, <strong>inerbimento spontaneo lasciato andare a fioritura</strong> e <strong>inerbimento controllato con miscuglio di piante nettarifere</strong> seminato in autunno e rullato in primavera.</p>
<p>La semina del miscuglio è stata eseguita il 26 ottobre 2023 alla dose di 120 kg/ha; la miscela comprendeva <strong>veccia comune (Vicia villosa)</strong>, <strong>favino (Vicia faba)</strong>, <strong>trifoglio incarnato (Trifolium incarnatum)</strong>, <strong>avena (Avena sativa)</strong> e <strong>facelia (Phacelia tanacetifolia)</strong>.</p>
<h4>Metodologia di monitoraggio</h4>
<p>Il monitoraggio ha previsto <strong>rilievi floristici</strong> e più tipi di campionamento faunistico: <strong>trappole cromotropiche gialle</strong> esposte per periodi quindicinali, <strong>aspirazioni entomologiche</strong> su 20 m di interfilare (1 minuto) e <strong>prelievi fogliari</strong> per lo studio dei fitoseidi (10 foglie per ripetizione). I rilievi sono stati eseguiti in più date tra aprile e giugno 2024 (BBCH 16–73).</p>
<h4>Risultati principali</h4>
<p>I risultati principali mostrano che le parcelle <strong>lasciate fiorire</strong> e quelle con <strong>miscuglio di nettarifere</strong> presentano una <strong>biodiversità complessiva di artropodi maggiore</strong> rispetto alle parcelle soggette a sfalci frequenti.</p>
<p>Le differenze sono risultate statisticamente significative nelle analisi basate sulle aspirazioni entomologiche, con un numero di individui utili (<strong>predatori, parassitoidi e impollinatori</strong>) più elevato nelle tesi “fiorito” e “nettarifere”. Le cromotrappole hanno evidenziato differenze significative limitate a specifici periodi di campionamento.</p>
<p>L’analisi sul complesso dei <strong>fitofagi</strong> ha rilevato una maggiore presenza relativa nella tesi “fiorito”, attribuita a specie legate alla vegetazione erbacea degli interfilari; tuttavia questo incremento non è risultato costante per tutte le metodologie di campionamento.</p>
<p>Per quanto riguarda i <strong>nemici naturali</strong>, sono risultate più abbondanti le categorie di parassitoidi e alcuni gruppi di predatori nelle tesi con fioriture più consistenti. Per gli <strong>acari predatori (fitoseidi)</strong> la relazione riporta differenze nella densità media di forme mobili per foglia tra le tesi indagate. La composizione delle specie di fitoseidi è risultata dominata da <strong>Kampimodromus aberrans</strong>, con presenza minore di <strong>Amblyseius andersoni</strong> soprattutto nelle parcelle con nettarifere; tali dati sono stati ottenuti mediante analisi microscopiche e identificazioni tassonomiche standard.</p>
<h4>Considerazioni conclusive</h4>
<p>Le conclusioni della relazione sottolineano che la presenza di <strong>piante nettarifere</strong> e, più in generale, la gestione della <strong>copertura vegetale</strong> influenzano positivamente alcuni indicatori di <strong>biodiversità funzionale</strong>, contribuendo a mantenere equilibri naturali e a potenziare il <strong>controllo biologico conservativo</strong>.</p>
<p>Si raccomanda tuttavia un approccio mirato nella scelta delle specie (<strong>piante “selettive”</strong>) per evitare di favorire fitofagi indesiderati; le <strong>infrastrutture ecologiche</strong> vanno considerate come parte di una <strong>strategia di gestione integrata</strong> e non come soluzione unica ai problemi fitosanitari.</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.gardadocexperience.com/relazione-biodiversita-funzionale-garda-doc/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consorzio Garda DOC</strong></a></p>
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		<title>In Friuli Venezia Giulia aumenta il bosco certificato: 100 mila ettari</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/in-friuli-venezia-giulia-aumenta-il-bosco-certificato-100-mila-ettari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 15:02:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[certificazione]]></category>
		<category><![CDATA[foreste]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bosco certificato, quattro i nuovi comuni aderenti al gruppo per la gestione forestale sostenibile del Friuli Venezia Giulia gestito dalla Delegazione regionale di Uncem Centomila ettari di bosco con il bollino di qualità. Il gruppo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Bosco certificato, quattro i nuovi comuni aderenti al gruppo per la gestione forestale sostenibile del Friuli Venezia Giulia gestito dalla Delegazione regionale di Uncem</em></p>
<p><strong>Centomila ettari di bosco con il bollino di qualità</strong>. Il gruppo per la gestione forestale sostenibile del Friuli Venezia Giulia gestito dalla Delegazione regionale di Uncem tocca l&#8217;eccezionale quota 100 mila ettari, 100.273 per la precisione, grazie all&#8217;aumento della superficie certificata e alla crescita del numero di aderenti, arrivati a 65 grazie all&#8217;ingresso di quattro nuovi soci rispetto all&#8217;anno scorso. Sono le cifre di assoluto rilievo che attestano la crescita del gruppo e sono state certificate al termine dell&#8217;<strong>audit conclusosi qualche tempo fa da parte dell&#8217;ente certificatore esterno Csqa</strong>.</p>
<p>Questa sorveglianza annuale ha previsto<strong> attività di verifica che hanno compreso anche la visita delle aree pianificate</strong> e <strong>l&#8217;analisi della gestione della documentazione</strong> inerente a progetti di taglio e vendite di materiale.</p>
<p><strong>I quattro nuovi aderenti in Friuli Venezia Giulia</strong> sono il Comune di <strong>Amaro</strong>, che ha superficie boscata in gestione certificata pari a 1.284 ettari, il Comune di <strong>Tramonti di Sotto</strong> (3.702), il Comune di <strong>Venzone</strong> (1.443) e l&#8217;Associazione friulana tenutari stazioni taurine ed operatori fecondazione animale &#8211; <strong>Assoten</strong> (234 ettari).</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <strong>Corriere delle Alpi</strong></p>
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