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	<title>agricoltura sostenibile &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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	<description>DOP IGP STG :: Prodotti agroalimentari e vitivinicoli IG</description>
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	<title>agricoltura sostenibile &#8211; Fondazione Qualivita</title>
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		<title>Contratti di filiera: a zootecnia, ortofrutta e vino oltre 4 miliardi di aiuti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:47:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamenti]]></category>
		<category><![CDATA[PAC]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ismea: ai 690 milioni iniziali aggiunti 4 miliardi che hanno spinto il plafond a 4,7 mliardi. Marchi (Ismea): oltre 260 le iniziative sostenute con oltre 3mila beneficiari, Campania prima tra le regioni Quasi quattro miliardi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ismea: ai 690 milioni iniziali aggiunti 4 miliardi che hanno spinto il plafond a 4,7 mliardi. Marchi (Ismea): oltre 260 le iniziative sostenute con oltre 3mila beneficiari, Campania prima tra le regioni</em></p>
<p><strong>Quasi quattro miliardi di euro per rafforzare filiere agroindustriali strategiche del made in Italy</strong>. È la principale tranche del “<strong>Pnrr agricolo</strong>” (del valore complessivo di oltre 9 miliardi), quella relativa ai “Contratti di filiera”, accordi tra produttori agricoli, trasformatori e distributori per favorire innovazione e digitalizzazione ma anche riduzione dell’impatto ambientale nelle <strong>principali filiere del made in Italy alimentare in modo da renderle più efficienti e competitive</strong>.</p>
<p><strong> Il target fissato prevedeva, entro il 30 giugno 2026, la contrattualizzazione di almeno il 95% dei 4 miliardi di risorse Pnrr</strong> destinati alle filiere agroalimentari. Obiettivo pienamente raggiunto e superato visto che con 3,89 miliardi impiegati<strong> la percentuale di spesa è stata pari al 98,7 per cento</strong>.</p>
<p>Il bilancio della voce “contratti di filiera” finanziati dal Pnrr, e che il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, è stato <strong>tracciato da Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare</strong>, vigilato dal ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare che era stato designato come soggetto attuatore della misura.</p>
<p>Nel complesso sono stati sottoscritti 221 contratti, che coinvolgono 3.363 beneficiari. «Ismea &#8211; ha commentato il <strong>direttore generale dell’Istituto, Sergio Marchi</strong> &#8211; ha svolto il ruolo di soggetto attuatore del V bando dei contratti di filiera. Una misura che inizialmente disponeva di un budget di 690 milioni che avrebbero consentito di finanziare 43 contratti. Successivamente in due distinte tranche, grazie all’iniziativa del ministro Lollobrigida, si sono aggiunti altri 4 miliardi (che hanno spinto il plafond complessivo a favore delle filiere a sfiorare i 4,7 miliardi) e che hanno consentito di sottoscrivere ulteriori 221 contratti. Siamo arrivati quindi a oltre 260 iniziative sostenute. La gran parte riguardano l’agroalimentare ma ce ne sono anche 12 su pesca e acquacoltura e un pacchetto che riguarda silvicoltura e foreste».</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <strong>Il Sole 24 Ore</strong></p>
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		<title>Indicazioni Geografiche e innovazione verde: il territorio che genera conoscenza</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/indicazioni-geografiche-e-innovazione-verde-il-territorio-che-genera-conoscenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 13:30:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Transizione Ecologica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno studio dell’Università degli Studi di Milano mostra che DOP e IGP possono stimolare l&#8217;innovazione ambientale, soprattutto nei territori agricoli meno avanzati Le Indicazioni Geografiche nascono per proteggere un legame: quello tra un prodotto, un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Uno studio dell’Università degli Studi di Milano mostra che DOP e IGP possono stimolare l&#8217;innovazione ambientale, soprattutto nei territori agricoli meno avanzati</em></p>
<p>Le Indicazioni Geografiche nascono per proteggere un legame: quello tra un prodotto, un territorio e una comunità di produttori. Nella per­cezione più diffusa, DOP e IGP servono a difendere un nome, garantire l’origine e distinguere un prodotto sul mercato. La ricerca condotta da cui nasce questo articolo parte da questa funzione, ma prova a guardare oltre. La domanda è semplice: le Indicazioni Geografiche possono contribuire alla transizione verde dell’agricoltura?</p>
<p>La risposta non è immediata, perché una denominazione non è solo un se­gno giuridico. Attorno a un prodotto DOP o IGP si formano nel tempo saperi produttivi, regole condivise, relazioni tra imprese, e nuovi assetti istituzio­nali. Questo insieme di conoscenze e legami può diventare una risorsa col­lettiva. Non appartiene a una singola azienda, ma a un sistema locale.</p>
<p>Nello studio questa risorsa viene letta come capitale intellettuale territoria­le, dove il territorio non offre soltanto materie prime, storia o reputazione. Può offrire anche conoscenza organizzata: competenze delle persone, rela­zioni tra gli attori, regole che aiutano a coordinare le scelte. Quando questi elementi funzionano, possono rendere più facile introdurre tecnologie e pratiche utili alla sostenibilità.</p>
<p>L’innovazione green osservata in questo studio riguarda i brevetti legati a tecnologie ambientali in agricoltura. I brevetti non rappresentano tutta l’innovazione che avviene nelle filiere, perché molte soluzioni nascono nei campi, nei caseifici, nei frantoi o nelle relazioni tra produttori e non vengono brevettate. Tuttavia, i brevetti permettono di confrontare territori diversi nel tempo e di osservare la parte più formalizzata dell’in­novazione tecnologica.</p>
<p>Il punto chiave è che le DOP e IGP non generano innova­zione automaticamente. Il loro contributo dipende dal contesto. Nelle regioni già molto avanzate, dove imprese, ricerca e investimenti privati sono più forti, l’innovazione può seguire canali diversi dalla denominazione. Nei ter­ritori meno vicini alla frontiera tecnologica, cioè con mi­nore capacità produttiva e innovativa, una IG può invece svolgere un ruolo più visibile: mette insieme gli operatori, rafforza la fiducia, rende più credibili gli investimenti co­muni e facilita la circolazione di nuove soluzioni.</p>
<p>Il messaggio per il sistema DOP IGP è concreto. La tutela dell’origine e della qualità può diventare anche una leva per la transizione verde, soprattutto dove le reti di inno­vazione sono più fragili. In questi casi la denominazione può funzionare come una infrastruttura territoriale: non sostituisce ricerca, formazione e investimenti, ma può aiutare a collegarli alla filiera e al luogo.</p>
<blockquote><p><strong>Federico Zilia<br />
</strong>Titolare di incarico di ricerca in Economia e gestione delle imprese presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali &#8211; UNIMI.</p>
<p><strong>Luigi Orsi<br />
</strong>Prof. associato in Economia e gestione delle imprese presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali &#8211; UNIMI.</p>
<p><strong>Ivan De Noni<br />
</strong>Prof. associato in Economia e gestione delle imprese presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali &#8211; UNIMI.</p>
<p><strong>Alessandro Olper<br />
</strong>Prof. ordinario di Economia e Politica agraria presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali &#8211; UNIMI.</p>
<p><strong>Stefanella Stranieri<br />
</strong>Prof. associato di Economia e Politica agraria presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali &#8211; UNIMI.</p></blockquote>
<h4>Metodologia</h4>
<p>Per capire se le Indicazioni Geografiche possono favorire l’innovazione verde, la ricerca osserva l’agricoltura euro­pea lungo un periodo ampio, dal 1996 al 2022. L’analisi ri­guarda 251 regioni e mette in relazione la presenza di pro­dotti DOP e IGP con la capacità dei territori di produrre brevetti agricoli legati alla sostenibilità ambientale.</p>
<p>Il campione comprende 1.932 prodotti DOP e IGP. Sono esclusi vini e distillati, per mantenere un perimetro di analisi più omogeneo. L&#8217;innovazione verde è misurata attraverso i brevetti agricoli che riguardano tecnologie ambientali, cioè soluzioni pensate per ridurre l’impatto dell’agricoltura o per adattarla meglio ai cambiamenti cli­matici. Nel periodo considerato, lo studio osserva 3.036 brevetti agricoli verdi (<strong>Figure da 1 a 4</strong>) su 34.813 brevetti agricoli complessivi.</p>
<p>Un passaggio centrale è il confronto tra territori con di­versi livelli di sviluppo tecnologico. Non tutte le regioni europee partono dallo stesso punto: alcune dispongono già di imprese innovative, università, investimenti e reti di ricerca consolidate; altre hanno sistemi produttivi più fragili. Per questo lo studio non si limita a chiedere se le DOP e IGP aiutino l’innovazione verde, ma cerca di capi­re dove questo contributo sia più forte. L’idea di fondo è semplice: una Indicazione Geografica può avere effetti di­versi in un territorio già avanzato rispetto a uno che deve ancora rafforzare reti, competenze e capacità di innovare.</p>
<div id="attachment_525308" style="width: 570px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/07/Indicazioni-Geografiche-e-innovazione-verde_Fig-1-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img aria-describedby="caption-attachment-525308" class="wp-image-525308 size-newsletter-galleria" src="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/07/Indicazioni-Geografiche-e-innovazione-verde_Fig-1-4-560x334.jpg" alt="" width="560" height="334" /></a><p id="caption-attachment-525308" class="wp-caption-text">Figure da 1 a 4. A. Somma dei brevetti agricoli verdi frazionati in Europa (1996-2022) B. Quota dei brevetti agricoli verdi frazionati in Europa (1996-2022) C. Somma della diffusione delle Indicazioni Geografiche in Europa (1996-2022) D. Distanza media dalla frontiera tecnologica in Europa (1996-2022)</p></div>
<h4>Risultati</h4>
<p>Il messaggio principale dello studio è che le Indicazioni Geografiche non producono innovazione verde in modo automatico. Avere molte DOP e IGP in un territorio non basta, da solo, a generare più brevetti ambientali in agri­coltura. Questo è un punto importante, perché evita una lettura semplicistica del fenomeno: la denominazione è una risorsa, ma il suo valore dipende da come viene inse­rita nel sistema territoriale.</p>
<p>Il risultato più interessante emerge quando si guarda alle condizioni di partenza delle regioni. Nelle aree più lonta­ne dalla frontiera tecnologica, cioè nei territori con mino­re capacità innovativa, le IG sembrano avere un ruolo più forte. In questi contesti, una nuova Indicazione Geogra­fica è associata a un aumento dei brevetti agricoli verdi di circa il 23%. Il dato suggerisce che, dove mancano reti solide di ricerca, investimenti e competenze diffuse, una DOP o una IGP può diventare una struttura utile per orga­nizzare il cambiamento.</p>
<p>Il motivo è intuitivo. Una denominazione non è solo un nome protetto: riunisce produttori, regole, reputazio­ne, conoscenze pratiche e rapporti con istituzioni e altri attori della filiera. In territori meno attrezzati sul piano tecnologico, questa rete può aiutare a condividere infor­mazioni, ridurre l’isolamento delle imprese e rendere più credibili investimenti comuni su tracciabilità, efficienza, risparmio di risorse e adattamento climatico.</p>
<p>Nelle regioni già vicine alla frontiera tecnologica, invece, l’effetto delle IG è più debole e può diventare leggermen­te negativo, intorno al 5%. In questi territori l’innovazione passa spesso da canali diversi: imprese più strutturate, ricerca privata, università, ecosistemi industriali già ma­turi. La denominazione resta importante per qualità, re­putazione e tutela, ma non è necessariamente il motore principale della brevettazione verde.</p>
<p>Lo studio mostra anche che DOP e IGP possono agire in modo diverso. Le IGP, più flessibili, sembrano incidere soprattutto nei territori più arretrati. Le DOP, più legate al territorio e alle fasi produttive, mantengono un effetto positivo anche in regioni un po’ più vicine alla frontiera. Non c’è quindi uno schema migliore in assoluto: conta la coerenza tra tipo di denominazione, caratteristiche del territorio e capacità di governance.</p>
<p>Nel complesso, il lavoro invita a guardare alle IG come a strumenti di sviluppo, non solo di protezione. Quando esse sono ben governate, possono aiutare i territori agri­coli a trasformare tradizione, reputazione e relazioni lo­cali in una base concreta per la transizione verde.</p>
<h4>Conclusioni</h4>
<p>La ricerca suggerisce un cambio di sguardo. Le Indica­zioni Geografiche non vanno considerate solo come strumenti di tutela giuridica e reputazione commerciale. Possono essere anche leve di sviluppo territoriale, perché raccolgono e organizzano conoscenze, relazioni e regole che altrimenti resterebbero disperse.</p>
<p>Questo non significa attribuire alle DOP e IGP un effetto automatico. Il paper mostra il contrario: l’impatto dipen­de dal territorio. Le IG sembrano più utili dove la capacità di innovare è meno sviluppata. In questi contesti possono aiutare a ridurre la distanza tra produttori, ricerca e isti­tuzioni, favorendo l&#8217;adozione di soluzioni più sostenibili.</p>
<p>Per le politiche pubbliche il messaggio è operativo. So­stenere le Indicazioni Geografiche nelle aree agricole più fragili non significa solo difendere identità e patrimonio locale. Può significare investire in una infrastruttura di innovazione basata sul luogo. Le misure per ricerca, svi­luppo rurale e transizione verde potrebbero coinvolgere maggiormente Consorzi, imprese, università e ammini­strazioni in progetti comuni: formazione tecnica, labora­tori territoriali, sperimentazioni su tracciabilità, rispar­mio idrico, efficienza energetica, uso più attento degli input e monitoraggio delle performance ambientali.</p>
<p>Per i Consorzi di tutela, la sfida è di governance. La soste­nibilità non passa solo dall’eventuale aggiornamento dei disciplinari. Passa dalla capacità di far dialogare gli opera­tori, leggere i bisogni della filiera, condividere dati, inter­cettare competenze esterne e trasformare la reputazione del prodotto in capacità di cambiamento.</p>
<p>In conclusione, tradizione e innovazione non sono due mondi separati. Quando è ben governata, la tradizione può diventare una piattaforma per innovare. E nei terri­tori agricoli meno dotati di risorse tecnologiche, questa piattaforma può fare la differenza.</p>
<blockquote>
<h4>RIFERIMENTI RICERCA</h4>
<p><strong>Titolo</strong></p>
<p>Intellectual Capital for sustainability: evidence from green patents and Geographical Indications in European regional agricultura systems</p>
<p><strong>Autore</strong></p>
<ol>
<li>Zilia, L. Orsi, I. De Noni, A. Olper, S. Stranieri</li>
</ol>
<p><strong>Fonte </strong></p>
<p>Journal of Intellectual Capital, 2026, p.1-27. ISSN: 1469-1930, 1758-7468</p>
<p>https://doi.org/10.1108/JIC-05-2025-0189</p>
<p><strong>Abstract </strong></p>
<p>La ricerca analizza il ruolo delle Indicazioni Geografiche come ecosistemi territoriali di capitale intellettuale, capaci di mobilitare competen­ze produttive, relazioni tra attori e regole condivise per sostenere l’innovazione verde nei sistemi agricoli europei. Lo studio considera 251 regioni europee nel periodo 1996-2022 e mette in relazione la diffusione di DOP e IGP con i brevetti agricoli verdi, utilizzati come indicato­re dell’innovazione tecnologica ambientale. I risultati mostrano che le Indicazioni Geografiche non producono innovazione verde in modo automatico. Il loro effetto dipende dalle condizioni di partenza dei territori. Nelle regioni più distanti dalla frontiera tecnologica, dove reti di ricerca, investimenti e capacità innovative sono meno sviluppati, le IG risultano associate a una maggiore produzione di brevetti agricoli verdi. Nelle regioni più avanzate, invece, l’effetto si indebolisce o può diventare leggermente negativo. Il contributo dello studio è duplice. Da un lato, mostra che DOP e IGP possono essere interpretate non solo come strumenti di protezione e reputazione, ma anche come infrastrut­ture territoriali di apprendimento, coordinamento e adattamento. Dall’altro, suggerisce che le politiche per la transizione verde dovrebbero valorizzare maggiormente il ruolo dei Consorzi, delle reti locali e delle relazioni tra produttori, università e istituzioni, soprattutto nelle aree agricole con minore capacità innovativa. Il lavoro riconosce infine un limite importante: i brevetti misurano solo l’innovazione tecnologica codificata e non catturano molte innovazioni organizzative, pratiche e non brevettate presenti nelle filiere agricole.</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<ol>
<li>Aghion, P., Bloom, N., Blundell, R., Griffith, R. and Howitt, P. (2005), “Competition and innovation: an inverted-U relationship”, The Quarterly Journal of Economics, Vol. 120 No. 2, pp. 701-728, doi: 10.1093/qje/120.2.701.</li>
<li>Belletti, G., Marescotti, A. and Touzard, J.M. (2017), “Geographical indications, public goods, and sustainable development: the roles of actors’ strategies and public policies”, World Development, Vol. 98, C, pp. 45-57, doi: 10.1016/j.worlddev.2015.05.004.</li>
<li>Bowen, S. and Zapata, A.V. (2009), “Geographical indications, terroir, and socioeconomic and ecological sustainability: the case of tequila”, Journal of Rural Studies, Vol. 25 No. 1, pp. 108-119, doi: 10.1016/j.jrurstud.2008.07.003.</li>
<li>Clark, F.L. and Kerr, A.W. (2017), “Climate change and terroir: the challenge of adapting geographical indications”, The Journal of World Intellectual Property, Vol. 20 Nos 3-4, pp. 88-102, doi: 10.1111/jwip.12078.</li>
<li>Colamartino, C., Toma, P. and Schiuma, G. (2025), “Leveraging intellectual capital for sustainable innovation: a spatial analysis of resilience in the olive oil sector”, Journal of Intellectual Capital, Vol. 27 No. 1, pp. 35-60, doi: 10.1108/jic-10-2024-0328.</li>
<li>da Silva, L.M., Dias, A. and Giraldi, J.de M.E. (2024), “Innovation in geographical indications: an integrative literature review and research agenda”, Journal of Food Products Marketing, Vol. 30 Nos 8-9, pp. 237-255, doi: 10.1080/10454446.2024.2417111.</li>
<li>De Noni, I., Orsi, L. and Belussi, F. (2018), “The role of collaborative networks in supporting the innovation performances of lagging-behind European regions”, Research Policy, Vol. 47 No. 1, pp. 1-13, doi: 10.1016/j.respol.2017.09.006.</li>
<li>Secundo, G., Ndou, V., Del Vecchio, P. and De Pascale, G. (2020), “Sustainable development, intellectual capital and technology policies: a structured literature review and future research agenda”, Technological Forecasting and Social Change, Vol. 153, 119917, doi: 10.1016/ j.techfore.2020.119917.</li>
<li>Stranieri, S., Orsi, L., De Noni, I. and Olper, A. (2023), “Geographical indications and innovation: evidence from EU regions”, Food Policy, Vol. 116, 102425, doi: 10.1016/j.foodpol.2023.102425.</li>
<li>Stranieri, S., Orsi, L., Zilia, F., De Noni, I. and Olper, A. (2024), “Terroir takes on technology: geographical indications, agri-food innovation, and regional competitiveness in Europe”, Journal of Rural Studies, Vol. 110, 103368, doi: 10.1016/j.jrurstud.2024.103368.</li>
</ol>
</blockquote>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-02/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 2026 n°02</strong></a></p>
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/07/Indicazioni-Geografiche-e-innovazione-verde_Consortium-31.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/indicazioni-geografiche-e-innovazione-verde-il-territorio-che-genera-conoscenza/">Indicazioni Geografiche e innovazione verde: il territorio che genera conoscenza</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Agroalimentare Equo e Solidale: in Italia crescono le aziende certificate</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/agroalimentare-equo-e-solidale-in-italia-crescono-le-aziende-certificate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 08:28:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Benessere sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Qualivita]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I numeri Fairtrade per il 2025 indicano una tendenza positiva nella scelta etica dei prodotti. Il contributo maggiore arriva dal cacao con oltre la metà del consumo nazionale Poi banane e caffè Quando ci si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>I numeri Fairtrade per il 2025 indicano una tendenza positiva nella scelta etica dei prodotti. Il contributo maggiore arriva dal cacao con oltre la metà del consumo nazionale Poi banane e caffè</em></p>
<p>Quando ci si chiede che valore e <strong>che impatto abbia la sostenibilità per la filiera agroalimentare</strong> in un momento di forte tensione sul mercato delle materie prime, arrivano i numeri Fairtrade a rispondere.</p>
<p>In Italia, nel 2025, <strong>i consumi certificati dall’organizzazione hanno generato 3,6 milioni di euro di premio</strong> (la somma aggiuntiva al prezzo di vendita che le organizzazioni di agricoltori gestiscono in autonomia) destinati al <strong>supporto di lavoratori e agricoltori di Asia, Africa e America Latina</strong>.</p>
<p>Il contributo maggiore è del <strong>cacao</strong>, che da sola ha generato oltre 2 milioni di euro, confermandosi come il principale motore di impatto economico con il 56% del totale nazionale. Seguono le <strong>banane</strong>, pilastro dei consumi certificati in Italia con oltre 16,5 milioni di kg venduti (+13% rispetto al 2024) e 807mila euro di premio, il <strong>caffè</strong> con 329mila euro circa e lo zucchero con 234mila euro.</p>
<p>Numeri che confermano come la <strong>scelta etica sia diventata uno strumento indispensabile per la competitività delle imprese</strong>, con una crescita del 4% delle aziende certificate, non solo nelle logiche economiche ma anche agli occhi del consumatore (profilo: 35-54 anni, istruito, residente in aree urbane e attento ai temi dell’ambiente e dei diritti).</p>
<p>«In totale, il consumo di prodotti con almeno un ingrediente Fairtrade all’interno, circa 2.740 referenze a scaffale (+7% rispetto al 2024, trainata dal comparto cioccolato e biscotti con 1.152 prodotti), è stato di circa 550mila euro nel 2025 in Italia, di cui il 90% nel commercio al dettaglio e il 10% nel fuori casa. Qui i protagonisti sono i circa 2.500 bar che servono caffè Fairtrade», precisa <strong>Thomas Zulian, direttore commerciale Fairtrade</strong>, attiva in Italia dal 1994. Altro contributo arriva dalla ristorazione collettiva di matrice pubblica. Con l’introduzione dei Cam (Criteri minimi ambientali), i prodotti Fairtrade hanno visto un piccolo boom nelle mense. Soprattutto le banane: «In Italia se ne consumano duemila tonnellate nelle mense pubbliche, dovrebbero essere tutte bio o Fairtrade anche se dal nostro osservatorio notiamo che sono poche le amministrazioni a seguire la normativa», aggiunge Zulian.</p>
<p>[…]</p>
<p>Fonte:<strong> La Repubblica – Affari&amp;Finanza</strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Le DOP come argine giuridico agli impianti energetici che minacciano il paesaggio e l’agricoltura</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/le-dop-come-argine-giuridico-agli-impianti-energetici-che-minacciano-il-paesaggio-e-lagricoltura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 13:57:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[Energia green]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[LEGISLAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[paesaggio agricolo]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[tutela agroalimentare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il TAR Veneto riconosce la centralità dell’Aglio Bianco Polesano DOP nel definire l’identità e il valore del territorio di origine. Una decisione che attribuisce rilievo culturale e giuridico alle Indicazioni Geografiche dell’agroalimentare. Editoriale di Mauro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il TAR Veneto riconosce la centralità dell’Aglio Bianco Polesano DOP nel definire l’identità e il valore del territorio di origine. Una decisione che attribuisce rilievo culturale e giuridico alle Indicazioni Geografiche dell’agroalimentare.</em></p>
<blockquote><p><strong>Editoriale di Mauro Rosati</strong></p></blockquote>
<p>Ad aprile 2026 il TAR Veneto ha annullato l’autorizzazione regionale relativa all’impianto di biometano previsto a Sarzano, nel comune di Rovigo, riconoscendo che la presenza dell’<a href="https://www.qualigeo.eu/prodotto-qualigeo/aglio-bianco-polesano-dop/" target="_blank" rel="noopener">Aglio Bianco Polesano DOP</a> non è un elemento neutrale, ma parte integrante dell’ecosistema economico, agricolo e culturale del territorio. Una produzione DOP, per sua natura, non è delocalizzabile: vive del legame con il luogo che la genera, con la sua storia produttiva, con il paesaggio e con la comunità che la custodisce.</p>
<p>La decisione rappresenta un passaggio significativo per il <a href="https://www.agliodop.eu/" target="_blank" rel="noopener">Consorzio di tutela dell’Aglio Bianco Polesano DOP</a> e per il suo presidente Massimo Tovo, impegnati nella difesa di un territorio in cui la qualità agroalimentare non è soltanto un valore economico, ma anche un presidio culturale e identitario.</p>
<p>Negli ultimi anni diversi consorzi di tutela italiani si sono opposti a progetti energetici ritenuti incompatibili con i territori delle denominazioni. È accaduto, ad esempio, con il <a href="https://www.qualivita.it/news/eolico-nel-territorio-del-primitivo-di-manduria-dop-il-consorzio-servono-scelte-piu-equilibrate/" target="_blank" rel="noopener">Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria DOC</a>, contrario a un impianto eolico in Puglia ritenuto potenzialmente lesivo del paesaggio e dell’identità locale, e con il <a href="https://www.qualivita.it/news/il-consorzio-suvereto-e-val-di-cornia-si-schiera-a-difesa-del-terroir/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consorzio Vini Suvereto e Val di Cornia, in Toscana</strong></a>, contro un grande parco solare capace di ridisegnare profondamente il volto dell’area, incidendo sulla sua vocazione agricola, turistica e paesaggistica.</p>
<h4>Le Indicazioni Geografiche non sono spazi agricoli neutri</h4>
<p>La sentenza del TAR Veneto sull’impianto di biometano previsto a Rovigo rappresenta un passaggio importante nel percorso di maturazione giuridica e culturale del sistema italiano delle Indicazioni Geografiche. Non tanto per l’esito relativo all’impianto energetico, tema sul quale il dibattito resta aperto e complesso, quanto per il principio che afferma: i territori delle DOP e delle IGP non sono semplici superfici agricole disponibili a qualunque trasformazione.</p>
<p>Sono ecosistemi economici, culturali e sociali costruiti nel tempo attraverso regole condivise, investimenti collettivi, reputazione, paesaggio, biodiversità e comunità produttive.</p>
<p>Il TAR afferma infatti che, in presenza di produzioni DOP, non basta verificare la sola compatibilità urbanistica o tecnica di un impianto. Occorre valutare se l’intervento possa compromettere o interferire con le finalità di tutela e valorizzazione delle produzioni agroalimentari di qualità, nonché con le tradizioni agroalimentari locali previste dalla normativa nazionale. È un punto decisivo.</p>
<p>Per molti anni il sistema delle DOP e delle IGP è stato interpretato quasi esclusivamente come una disciplina commerciale o produttiva: uno strumento utile a certificare un prodotto, proteggerne il nome e garantirne l’origine. Oggi, però, questa visione appare insufficiente.</p>
<p>Le Indicazioni Geografiche sono diventate qualcosa di più profondo: infrastrutture territoriali che organizzano il rapporto tra economia, ambiente e identità locale.</p>
<p>La sentenza coglie esattamente questo aspetto. Il giudice non si limita a rilevare che nell’area esiste una produzione DOP, ma riconosce che la presenza dell’Aglio Bianco Polesano DOP contribuisce a definire la natura stessa del territorio. Non conta soltanto il singolo appezzamento interessato dall’impianto. Conta il contesto agricolo complessivo, il sistema produttivo, il paesaggio rurale, la funzione reputazionale dell’area.</p>
<p>È un passaggio culturale prima ancora che giuridico: significa riconoscere che le DOP non sono semplici marchi sovrapposti ai territori, ma elementi che, nel tempo, contribuiscono a modellare il territorio stesso.</p>
<h4>Transizione energetica e tutela delle DOP: serve un’istruttoria adeguata</h4>
<p>Naturalmente la sentenza non introduce alcun divieto assoluto rispetto agli impianti energetici nelle aree agricole interessate da produzioni DOP. Sarebbe una lettura sbagliata e ideologica, soprattutto di fronte a una priorità strategica come la transizione energetica, che richiede equilibrio, pianificazione e capacità di leggere la complessità dei territori.</p>
<p>Ed è proprio qui che emerge il punto centrale della decisione del TAR: l’obbligo di un’istruttoria adeguata.</p>
<p>Non è sufficiente autorizzare un intervento considerando esclusivamente gli aspetti tecnici dell’impianto. Bisogna comprendere se quell’opera possa alterare equilibri agricoli consolidati, interferire con produzioni di qualità o incidere sul valore identitario e competitivo di un territorio costruito in decenni di investimenti collettivi.</p>
<p>In fondo, è lo stesso principio che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza anche a livello europeo. Il Regolamento (UE) 2024/1143 sulle Indicazioni Geografiche rafforza il legame tra IG, sostenibilità, ruolo dei gruppi di produttori, turismo e sviluppo territoriale. La decisione del TAR Veneto si inserisce in questa evoluzione culturale, che supera la semplice protezione del nome per affermare la tutela di un sistema territoriale complesso.</p>
<p>Per il mondo delle DOP e delle IGP italiane è un segnale importante. Non perché attribuisca una sorta di primato assoluto alle produzioni certificate, ma perché riconosce che esiste un interesse pubblico legato ai territori delle Indicazioni Geografiche: un interesse che merita valutazioni approfondite, equilibrio e responsabilità.</p>
<p>Per anni abbiamo raccontato le DOP come patrimonio economico. Oggi, forse, dobbiamo iniziare a considerarle sempre più come infrastrutture civili dei territori italiani.</p>
<p>Questa sentenza apre una strada nuova per la tutela delle Indicazioni Geografiche: una tutela che non si gioca soltanto sugli scaffali, nei ristoranti o sulle piattaforme digitali, ma parte dal territorio.</p>
<p>Fonte: <strong>Fondazione Qualivita</strong></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/05/20260513_Editoriale_Le-DOP-come-argine-giuridico.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;EDITORIALE</a></p>
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		<title>Molini Pivetti celebra i 10 anni del progetto &#8220;Campi Protetti Pivetti&#8221;</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/molini-pivetti-celebra-i-10-anni-del-progetto-campi-protetti-pivetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 06:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[tracciabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Campi Protetti Pivetti compie 10 anni: un patto con gli agricoltori certificato da CSQA certificazioni A dieci anni dalla creazione del progetto &#8220;Campi Protetti Pivetti&#8221;, Molini Pivetti celebra il patto stretto con gli agricoltori partner [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Campi Protetti Pivetti compie 10 anni: un patto con gli agricoltori certificato da CSQA certificazioni</em></p>
<p>A dieci anni dalla creazione del progetto &#8220;Campi Protetti Pivetti&#8221;, Molini Pivetti celebra il patto stretto con gli agricoltori partner della filiera, rimarcandone il valore comune: coltivare il grano tenero in modo rigoroso, nel rispetto dell&#8217;ambiente. In occasione della Giornata mondiale della farina del 20 marzo, l&#8217;azienda ha svelato il logo commemorativo che accompagnerà l&#8217;intera gamma di prodotti a marchio &#8220;Campi Protetti Pivetti&#8221; per tutto il 2026.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Con questo approccio Molini Pivetti ha creato la filiera &#8220;Campi Protetti Pivetti&#8221; nel 2016, la prima a essere certificata dall&#8217;ente internazionale CSQA, avviando progetti di sviluppo prodotto per le industrie alimentari e, sempre più, per i professionisti</p>
<p>Fonte: <strong>Molini d&#8217;Italia</strong></p>
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		<title>Crediti di carbonio: costi certi, ma i vantaggi?</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/crediti-di-carbonio-costi-certi-ma-i-vantaggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 13:20:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[certificazione]]></category>
		<category><![CDATA[crediti carbonio]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Transizione Ecologica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Regolamento europeo sui crediti di carbonio ancora in alto mare ma intanto in Italia si fanno esperimenti con risultati incoraggianti. CSQA e Confagricoltura Emilia-Romagna lanciano un webinar dedicato Il webinar promosso da Confagricoltura Emilia-Romagna con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Regolamento europeo sui crediti di carbonio ancora in alto mare ma intanto in Italia si fanno esperimenti con risultati incoraggianti. CSQA e Confagricoltura Emilia-Romagna lanciano un webinar dedicato</em></p>
<p>Il webinar promosso da Confagricoltura Emilia-Romagna con Csqa ha affrontato il tema dei crediti di carbonio in agricoltura e della biodiversità, con un taglio tecnico e operativo. Al centro dell’incontro, gli interventi di <strong>Davide Troncon</strong>, responsabile schemi forestali e biodiversità, <strong>Marco Omodei Salè</strong>, responsabile innovazione, e <strong>Gherardo Rangoni Machiavelli</strong>, presidente della cooperativa ortofrutticola Monterè.</p>
<p>Il confronto ha messo in evidenza un passaggio ormai centrale per le imprese agricole: la possibilità di misurare, certificare e valorizzare pratiche agronomiche capaci di incrementare la sostanza organica del suolo e di migliorare la qualità degli agroecosistemi.</p>
<h4><strong><em>Le foreste</em></strong></h4>
<p>Sul piano forestale, Troncon ha illustrato gli schemi già disponibili, a partire dalla certificazione Pefc, che in Italia ha superato il milione di ettari certificati. La gestione forestale si basa su criteri quali il mantenimento delle risorse, la rinnovazione naturale, la funzione produttiva, la biodiversità forestale, la protezione del suolo e delle acque e le ricadute socio-economiche sulle comunità locali.</p>
<p>Un elemento chiave riguarda i servizi ecosistemici, tra cui lo stoccaggio del carbonio, la biodiversità forestale e le attività legate al benessere in foresta. Perché tali servizi possano essere riconosciuti, devono rispettare tre condizioni: permanenza degli effetti nel tempo, addizionalità rispetto a uno scenario di riferimento e trasparenza nella registrazione e verifica dei risultati.</p>
<h4><strong><em>I campi</em></strong><em> colti</em><em>vati</em></h4>
<p>La parte agricola è stata approfondita attraverso lo schema Biodiversity Friend, sviluppato con <a href="https://biodiversityassociation.org/en/"><strong>World Biodiversity Association</strong></a>. Lo schema valuta dieci ambiti aziendali, tra cui modello colturale, fertilità del suolo, gestione dell’acqua, presenza di siepi, boschi e aree rifugio, biodiversità agraria e strutturale, recupero di varietà o razze locali, energia e responsabilità ambientale. La certificazione viene rilasciata sopra una soglia minima di 60 punti su 100; oltre gli 80 punti l’azienda accede a una verifica biennale.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<h4><em>L&#8217;esperienza di Monterè</em></h4>
<p>In questo quadro si colloca il progetto pilota sviluppato da <a href="https://www.montere.it/it/"><strong>Monterè</strong></a>, cooperativa nata nel 1967 nel Modenese e specializzata nella filiera della prugna da essiccazione. Oggi conta oltre venti soci e circa 600 ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Molise e Basilicata.</p>
<p><strong>Il progetto, realizzato con Csqa, Nagor 4.0 e Accademia Nazionale di Agricoltura</strong>, ha avuto l’obiettivo di misurare l’assorbimento netto di carbonio nei pruneti e di codificare buone pratiche comuni per tutti i soci. Il punto di forza è stato il ruolo della cooperativa come capofiliera, in grado di coordinare le aziende, uniformare le procedure e centralizzare il monitoraggio.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <a href="https://terraevita.edagricole.it/economia-circolare/crediti-di-carbonio-costi-certi-ma-i-vantaggi/" target="_blank" rel="noopener">TerraèVita</a></p>
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		<item>
		<title>Regione Marche leader nazionale del biologico: il 40% dei vigneti certificati</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/regione-marche-leader-nazionale-del-biologico-il-40-dei-vigneti-certificati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 06:18:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[BIOLOGICO]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[Produzione vitivinicola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marche Regione leader nazionale nel biologico con quasi il 40% dei vigneti certificati “organic”: sul podio la provincia di Ascoli Piceno, con oltre il 60% della SAU vitata in regime bio Le Marche leader del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Marche Regione leader nazionale nel biologico con quasi il 40% dei vigneti certificati “organic”: sul podio la provincia di Ascoli Piceno, con oltre il 60% della SAU vitata in regime bio</em></p>
<p>Le <strong>Marche leader del vino biologico</strong> in Italia con quasi il 40% dei vigneti che oggi è certificato “organic”. Sul podio la provincia di <strong>Ascoli Piceno</strong> (dove insistono le produzioni Dop di Offida, Rosso Piceno, Falerio e Terre di Offida), <strong>con la superficie bio che incide per oltre il 60%</strong>, seguita da <strong>Ancona</strong> (zona di produzione del Verdicchio dei Castelli Jesi, Conero e Lacrima di Morro d’Alba) col 55%, <strong>Macerata</strong> (area del Verdicchio di Matelica, Serrapetrona, Colli Maceratesi) con una quota al 45%, e <strong>Pesaro Urbino</strong> (Bianchello del Metauro e Marche Igt) e <strong>Fermo</strong> (Falerio, Rosso Piceno, Passerina e Pecorino), che si attestano con oltre il 35% dei vigneti bio.</p>
<p><strong>Un primato nazionale nell’incidenza bio sul vigneto</strong> – secondo i dati oggi diffusi a Vinitaly dalla Regione Marche &#8211; testimoniato da un trend di crescita degli <strong>operatori biologici nell’ordine del +71,5% nel decennio 2015-2024</strong>. Le Marche contano <strong>circa 7.000 ettari vitati a conduzione biologica su oltre 17.500 ettari di superficie vitata regionale</strong>, con addirittura il 44% degli imprenditori vitivinicoli marchigiani che hanno scelto la strada del bio, a conferma di una sensibilità diffusa verso la tutela dell’ambiente e la sostenibilità dei processi produttivi, elementi molto spesso vincenti sui mercati internazionali più evoluti come Nord Europa, Nord America, Giappone.</p>
<p>“Le Marche hanno creduto fin dall’inizio nell’agricoltura biologica, destinando a questo ambito il 35,7% della dotazione complessiva dell’attuale CSR (Complemento per lo sviluppo rurale, <em>ndr</em>), pari a 135,86 milioni di euro – ha dichiarato il <strong>vicepresidente e assessore all’Agricoltura,</strong> <strong>Enrico Rossi</strong> -. È una scelta sostenuta da politiche economico-finanziarie importanti, che hanno dato alle imprese strumenti concreti per investire e crescere. Oggi il 29,6% della Superficie agricola utile regionale è dedicato al biologico, a fronte di una media nazionale del 20,2%: un dato che ci colloca ai primi posti in Italia e già oltre l’obiettivo del 25% indicato dall’Unione europea nella strategia Farm to Fork. Con questi numeri, il nostro compito è promuovere sempre di più l’immagine delle Marche come territorio unitario, capace di coniugare sostenibilità ambientale, economica e sociale, anche in chiave di attrattività enoturistica”.</p>
<h4><a href="https://www.qualigeo.eu/risultati/?testo=&amp;geo=Marche&amp;geoistat=R11&amp;geoid=33078&amp;geoidpro=&amp;geoidreg=&amp;categoria=wine&amp;classe=&amp;tipologia=&amp;orderby=&amp;order=" target="_blank" rel="noopener">Il vino marchigiano</a></h4>
<p>Con <strong>21 vini certificati Dop e Igp</strong> &#8211; si conferma ambasciatore di un territorio attento agli aspetti ambientali, alla biodiversità e alla sostenibilità e si inserisce fra i segmenti di punta del più grande Distretto Bio d’Europa (sono 135.000 gli ettari in regime bio nelle Marche, con una crescita fra il 2015 e il 2024 del 113,5%), che può vantare complessivamente 35 certificazioni Dop e Igp. “Un primato, in particolare nel settore del vino, che dobbiamo trasformare in migliore redditività per le imprese, facendo in modo che il Distretto biologico delle Marche diventi elemento di strategia e visione collettiva, così da migliorare la redditività e la competitività delle imprese”, ha affermato <strong>Mirco Carloni</strong>, <strong>presidente della Commissione Agricoltura alla Camera</strong>, intervenendo questa mattina all’incontro in Sala Raffaello all’incontro sul “Vino biologico nelle Marche”.</p>
<p>Fonte: <a href="https://consorziovinipiceni.com/" target="_blank" rel="noopener">Consorzio Vini Piceni</a> e <a href="https://imtdoc.it/" target="_blank" rel="noopener">Istituto Marchigiano di Tutela Vini</a></p>
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/04/CS-REGIONE_MARCHE_BIO-13-APR-26.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA COMUNICATO STAMPA</a></strong></p>
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		<title>Ferrarese (CSQA): La sostenibilità che nutre l’agrifood</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/ferrarese-csqa-la-sostenibilita-che-nutre-lagrifood/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 06:35:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[certificazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Agrifood. Dalla sostenibilità come obbligo a leva strategica per governance e filiere agroalimentari, con DOP e IGP al centro della nuova identità competitiva. Negli ultimi decenni il settore agroalimentare ha attraversato una trasformazione profonda: dall’attenzione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/ferrarese-csqa-la-sostenibilita-che-nutre-lagrifood/">Ferrarese (CSQA): La sostenibilità che nutre l’agrifood</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Agrifood. Dalla sostenibilità come obbligo a leva strategica per governance e filiere agroalimentari, con DOP e IGP al centro della nuova identità competitiva.</em></p>
<p>Negli ultimi decenni il <strong>settore agroalimentare</strong> ha attraversato una trasformazione profonda: dall’attenzione alla <strong>sicurezza alimentare</strong> e <strong>rintracciabilità</strong> si è giunti a un modello che integra qualità, <strong>tutela ambientale</strong>, <strong>responsabilità sociale e solidità economica</strong>. È un percorso guidato dall’<strong>evoluzione normativa</strong>, dalla spinta degli <strong>standard volontari</strong> e dalla crescente <strong>sensibilità dei mercati</strong>.</p>
<p>Oggi, però, questo processo richiede un salto di maturità culturale. Nel dibattito pubblico la sostenibilità è spesso associata a dovere da assolvere o, al contrario, come un’operazione di immagine. In realtà, nel contesto segnato dal <em><strong>Green deal europeo</strong></em>, dagli obblighi di rendicontazione e dal divieto di greenwashing, <strong>la sostenibilità assume una dimensione politica oltre che industriale</strong>. Non è più una scelta opzionale: è un <strong>criterio di accesso ai mercati</strong>, alle risorse finanziarie e – sempre di più – alla stessa legittimazione sociale dell’impresa.</p>
<p><strong>La sostenibilità diventa così un’infrastruttura strategica</strong>, capace di incidere sui modelli di governance, sulle politiche industriali e sulla competitività del comparto agroalimentare. Quando viene percepita solo come adempimento, la sostenibilità rischia di trasformarsi in un costo. Se invece è assunta come scelta strategica, diventa una leva competitiva.</p>
<h4>Senza sostenibilità economica non è possibile investire in quella ambientale e sociale</h4>
<p>La sfida è trovare l’equilibrio tra i tre pilastri, superando una logica di mero rispetto delle regole. Per farlo è necessario un passaggio evolutivo: <strong>integrare la sostenibilità nei processi decisionali</strong>, nella pianificazione e nella gestione. In altri termini, farla diventare parte del “metabolismo” dell’impresa e della filiera. Nel settore agroalimentare, infatti, il perimetro dell’azienda non è sufficiente: la sostenibilità è un tema di supply chain.</p>
<p>La governance rappresenta l’elemento imprescindibile di qualunque strategia di sostenibilità. Programmazione, attuazione, monitoraggio e rendicontazione sono gli assi metodologici; mentre obiettivi, indicatori e requisiti costituiscono il cuore del progetto.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><strong>L’agroalimentare è pionieristico su questo fronte</strong>. Numerosi standard volontari definiscono la sostenibilità delle produzioni, altri, più innovativi, la definiscono anche a livello di aziende e addirittura su scala territoriale. Sono esperienze che dimostrano come il settore possa anticipare il legislatore e proporsi in modo unitario sui mercati globali.</p>
<p><strong>Un passaggio culturale significativo è rappresentato dal regolamento (Ue) 2024/1143</strong> in materia di <strong>prodotti Dop/Igp</strong> che attribuisce, per la prima volta, <strong>ai Consorzi di tutela un ruolo istituzionale esplicito sulla sostenibilità e sullo sviluppo del turismo enogastronomico</strong> nelle aree a indicazione geografica. <strong>È un cambio di paradigma</strong>: la sostenibilità diventa un elemento di identità territoriale e di competitività sistemica.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><em>Di Maria Chiara Ferrarese</em></p>
<p>Fonte: <strong>Formiche</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/ferrarese-csqa-la-sostenibilita-che-nutre-lagrifood/">Ferrarese (CSQA): La sostenibilità che nutre l’agrifood</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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		<item>
		<title>Filiere strategiche: per Melinda un contratto di sviluppo  da 8 milioni di euro</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/filiere-strategiche-per-melinda-un-contratto-di-sviluppo-da-8-milioni-di-euro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 06:37:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il finanziamento permetterà di sviluppare un piano di crescita della capacità produttiva di Melinda Lab e di modernizzare lo stabilimento di Cles. L’operazione rafforzerà così il comparto dei trasformati, leva strategica per crescere, internazionalizzarsi e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il finanziamento permetterà di sviluppare un piano di crescita della capacità produttiva di Melinda Lab e di modernizzare lo stabilimento di Cles. L’operazione rafforzerà così il comparto dei trasformati, leva strategica per crescere, internazionalizzarsi e rafforzare il rapporto con i consumatori di domani</em></p>
<p>In un contesto in cui la domanda di prodotti trasformati naturali è in crescita, per Melinda diventa strategico rafforzare questo segmento: non solo per ampliare il paniere dell’offerta, ma anche per intercettare nuovi mercati e consolidare la relazione con le giovani generazioni. È proprio attraverso la business unit del Consorzio che si occupa dello sviluppo dei trasformati &#8211; Melinda Lab &#8211; che molti giovani consumatori, infatti, entrano in contatto con il brand, avviando un percorso di fidelizzazione sempre più rilevante per il futuro del Consorzio.</p>
<p>In questa direzione si inserisce il <strong>contributo di 8 milioni di euro riconosciuto, con risorse PNRR, dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, attraverso Invitalia, nell’ambito dei Contratti di sviluppo dedicati alle filiere strategiche</strong>. I fondi consentiranno al sistema <strong>Melinda</strong> di sostenere un piano di crescita sempre più urgente: l’attuale capacità produttiva di Melinda Lab è infatti prossima alla saturazione, rendendo indispensabile un ampliamento per continuare a sviluppare il comparto. Il progetto, sviluppato congiuntamente con la <strong>Cooperativa Frutticoltori Cles</strong>, prevede un importante investimento sugli impianti per integrare ulteriormente produzione agricola, trasformazione e commercializzazione. In particolare, Melinda Lab amplierà e modernizzerà lo stabilimento di Cles con nuove linee produttive dedicate a puree in formato squeeze, snack e prodotti essiccati, oltre a sistemi innovativi per la gestione delle materie prime e il riciclo delle acque.</p>
<p>Complessivamente, il piano include interventi orientati all’efficienza energetica, all’economia circolare e alla riduzione dell’impatto ambientale, con benefici concreti in termini di sostenibilità e competitività. L’investimento consentirà di aumentare la capacità produttiva, sviluppare nuovi prodotti e rafforzare la presenza sui mercati, anche internazionali, generando al contempo ricadute positive sull’occupazione e sul sistema cooperativo territoriale.</p>
<p>“Questa opportunità premia una <strong>visione di sistema</strong> costruita nel tempo, fondata su cooperazione e capacità di investimento”, dichiara il presidente del <strong>Consorzio Melinda e APOT, Ernesto Seppi</strong>. “Per i nostri soci significa maggiore marginalità, nuove royalty, più valorizzazione del brand e un rafforzamento patrimoniale del Consorzio. In altre parole, trasformare innovazione e mercato in reddito concreto per la base sociale, consolidando al tempo stesso le prospettive future del sistema melicolo trentino”.</p>
<p>Dall’acquisizione nel 2022, Melinda Lab ha registrato una crescita costante, confermando il ruolo strategico dei trasformati come complemento al prodotto fresco e come leva per il futuro sviluppo del Consorzio. “La nostra unità sperimenta da tempo una crescita importante che deve essere accompagnata oggi da opportuni investimenti per consolidare e migliorare i processi produttivi rafforzando la qualità e la diversificazione dell’offerta”, spiega il <strong>presidente di Melinda Lab, Cesare Franzoi</strong>. “L’uso efficiente delle risorse pubbliche, in questo senso, rappresenta un contributo cruciale per dare spinta all’innovazione e allo sviluppo dei prodotti a beneficio dell’intera filiera favorendo l’occupazione e migliorando l’interscambio tra i comparti del fresco e del trasformato, per dare così ulteriori opportunità di valorizzazione della materia prima di noi agricoltori”.</p>
<p>“Grazie al Contratto di Sviluppo potremo migliorare ulteriormente i sistemi di frigo-conservazione delle nostre mele, aumentando l’efficienza energetica dello stabilimento e contribuendo alla sostenibilità ambientale dell’intera filiera”, conclude <strong>Denis Fondriest, presidente della Cooperativa Frutticoltori Cle.</strong></p>
<p>Fonte: <a href="https://melinda.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consorzio Melinda</strong></a></p>
<p><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/04/20260407_-CS-Melinda-Lab-e-SFC-agevolazioni-Ministero-Imprese.docx.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA IL COMUNICATO STAMPA</a></p>
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		<title>I crediti di carbonio al centro dell’incontro tecnico di Coldiretti Rovigo</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/i-crediti-di-carbonio-al-centro-dellincontro-tecnico-di-coldiretti-rovigo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 11:31:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli Stampa CSQA]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[crediti carbonio]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Transizione Ecologica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I crediti di carbonio al centro dell’incontro tecnico del 4 marzo di Coldiretti Rovigo. Marco Omodei Salè di Csqa spiega la genesi dei crediti di carbonio e gli anni di studio nei campi sperimentali in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>I crediti di carbonio al centro dell’incontro tecnico del 4 marzo di Coldiretti Rovigo. Marco Omodei Salè di Csqa spiega la genesi dei crediti di carbonio e gli anni di studio nei campi sperimentali in Veneto.</em></p>
<p>Si è tenuto mercoledì 4 marzo l’<strong>incontro tecnico organizzato da Coldiretti Rovigo</strong> dal titolo “<strong>Crediti di carbonio in agricoltura</strong>”. La sala era gremita, segno che l’argomento è di forte interesse per i soci dell’associazione, è stata presentata questa nuova opportunità, sia da un lato, che dall’altro potrebbe invece rappresentare ‘terra fertile’ per proposte poco concrete e fondate di soggetti che si immettono in questo nuovo mercato.</p>
<p><strong>L’agricoltura può partecipare attivamente al cosiddetto ‘mercato delle emissioni’ attraverso lo strumento di scambio dei crediti di carbonio</strong> (da carbon credit). I ‘crediti’ sono strumenti economico-ambientali, sotto forma di certificato, che possono essere scambiati tramite un ‘mercato delle emissioni’ dell’Unione Europea noto come EU Emissions Trading System. L’agricoltura, quindi, potrebbe scambiare i crediti con chi ha bisogno di compensare le emissioni.</p>
<p>Per l’occasione, dopo i saluti e l’introduzione del <strong>direttore di Coldiretti Rovigo Gerardo Forina Rampolla</strong> che ha spiegato che alla base dell’incontro c’era la volontà dell’associazione di fornire le basi per comprendere questa opportunità che non è fantascienza, ma un possibile valore aggiunto per le aziende.</p>
<p>Hanno quindi relazionato <strong>Marco Omodei Salè del Csqa</strong>, <strong>Gianni Rossi</strong> responsabile area tecnica di Impresa Verde Rovigo e <strong>Lorenzo Furlan</strong> di Veneto Agricoltura. A loro il compito di spiegare la genesi dei crediti di carbonio, gli impegni e gli effetti collaterali, partendo da lunghi anni di studi, bibliografia, monitoraggi e analisi gestiti proprio da Veneto Agricoltura in collaborazione con Csqa in campi sperimentali.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.padovanews.it/2026/03/05/i-crediti-di-carbonio-al-centro-dellincontro-tecnico-del-4-marzo-di-coldiretti-rovigo/" target="_blank" rel="noopener">Padova News.it</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it/news/i-crediti-di-carbonio-al-centro-dellincontro-tecnico-di-coldiretti-rovigo/">I crediti di carbonio al centro dell’incontro tecnico di Coldiretti Rovigo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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