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	<title>Analisi :: Prodotti DOP IGP STG :: Fondazione Qualivita</title>
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	<description>DOP IGP STG :: Prodotti agroalimentari e vitivinicoli IG</description>
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	<title>Analisi :: Prodotti DOP IGP STG :: Fondazione Qualivita</title>
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		<title>Tracciare il terroir nel calice: come la merceologia può certificare l’autenticità del Montepulciano d’Abruzzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:59:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
		<category><![CDATA[tracciabilità]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla ricerca dell’Università San Raffaele Roma un modello innovativo per autenticare vini DOP attraverso analisi isotopiche, multi-elementari e intelligenza artificiale Nel mondo del vino, parlare di autenticità significa parlare di territorio. Ogni bottiglia racchiude infatti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dalla ricerca dell’Università San Raffaele Roma un modello innovativo per autenticare vini DOP attraverso analisi isotopiche, multi-elementari e intelligenza artificiale</em></p>
<p>Nel mondo del vino, parlare di autenticità significa parlare di territorio. Ogni bottiglia racchiude infatti una combinazione irripetibile di fattori naturali e umani: il tipo di suolo, il clima, le pratiche agricole, le tecniche di vinificazione e la tradizione locale. Questo insieme di elementi prende il nome di terroir, concetto centrale nella cultura enologica europea e particolarmente importante nei vini a Denominazione di Origine Protetta. Le certificazioni DOP rappresentano uno strumento fondamentale per tutelare la qualità, la prove­nienza geografica e l’identità culturale dei prodotti agroalimentari, garantendo ai consumatori che il vino acquistato provenga effettivamente da una determinata area e sia stato prodotto secondo specifici disciplinari.</p>
<p>Negli ultimi anni, tuttavia, la crescente globalizzazione del mercato vinicolo ha reso più complessa la tutela dell’autenticità dei prodotti. Fenomeni come la contraffazione, l’uso improprio delle denominazioni geografiche e la diffi­coltà di verificare l’origine reale dei vini rappresentano una sfida importante sia per i produttori sia per gli enti di controllo. In questo contesto, la ricerca scientifica ha iniziato a sviluppare strumenti sempre più sofisticati per identi­ficare una sorta di “impronta chimica” del vino, capace di collegarlo al territo­rio di provenienza.</p>
<p>Uno dei casi più interessanti riguarda il Montepulciano d’Abruzzo DOP, tra i vini rossi italiani più conosciuti e consumati al mondo. Nonostante la sua forte identità territoriale e il valore economico della filiera, fino a oggi erano pochi gli studi scientifici dedicati alla tracciabilità geografica di questo vino su scala micro-territoriale. Le metodologie tradizionali, basate soprattutto su parame­tri enologici standard, non erano infatti sufficienti a distin­guere vini provenienti da produttori diversi all’interno della stessa Denominazione.</p>
<p>Per colmare questa lacuna, un gruppo di ricercatori dell’Uni­versità San Raffaele Roma, della Sapienza Università di Roma, della Luleå University of Technology e di Trace Technologies ha condotto uno studio pilota innovativo volto a sviluppare un sistema scientifico di autenticazione del Montepulciano d’Abruzzo DOP. L’obiettivo della ricerca era verificare se fosse possibile distinguere i vini dei diversi produttori attraverso l’analisi combinata della composizione elementare e isoto­pica del vino e del suolo, integrata con tecniche avanzate di statistica multivariata e di intelligenza artificiale.</p>
<p>La composizione elementare di un vino rappresenta infatti una sorta di “firma naturale” derivante dall’interazione tra il terre­no, l’acqua, il vitigno e le pratiche agricole. Elementi come lo stronzio, il piombo, il molibdeno o il bario vengono assorbiti dalla vite dal suolo e trasferiti, almeno in parte, all’uva e, suc­cessivamente, al vino. Analizzando questi elementi e alcuni rapporti isotopici specifici, i ricercatori possono ricostruire collegamenti tra il prodotto finito e il territorio d’origine.</p>
<p>Lo studio assume particolare rilevanza anche dal punto di vista economico e manageriale. La possibilità di dimostrare scientificamente l’origine di un vino DOP può infatti rafforza­re la competitività internazionale dei produttori, aumentare la fiducia dei consumatori e supportare sistemi di tracciabili­tà digitale sempre più richiesti dal mercato. Inoltre, tali stru­menti potrebbero contribuire alla valorizzazione sostenibile del territorio, offrendo alle aziende vitivinicole nuove oppor­tunità di differenziazione commerciale.</p>
<p>Questa ricerca rappresenta quindi un esempio concreto di come scienza, tecnologia e gestione delle filiere agroalimen­tari possano integrarsi per proteggere e valorizzare le eccel­lenze territoriali italiane.</p>
<blockquote><p><strong>Mattia Rapa &#8211; </strong>Ricercatore in Tenure Track in Scienze Merceologiche (ECON-10/A) presso l’Università San Raffaele di Roma.</p>
<p><strong>Stefania Supino </strong>&#8211; Professore Ordinario di Scienze Merceologiche presso l’Università San Raffaele Roma. Direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Promozione della Qualità della Vita dell’Università San Raffaele Roma.</p>
<p><strong>Marco Ferrante </strong>&#8211; PhD in Scienze Fisiche e Chimiche, è esperto di spettrometria di massa, tracciabilità alimentare e analisi dei dati. Già CEO di Isotopic Ratio Institute, nel 2021 ha cofondato Trace Technologies.</p></blockquote>
<p><strong>Metodologia</strong></p>
<p>La ricerca ha coinvolto cinque produttori della filiera del Montepulciano d’Abruzzo DOP, selezionati tra quelli in grado di garantire la tracciabilità diretta dal vigneto al vino imbotti­gliato. Sono stati raccolti 40 campioni di vino e 40 campioni di suolo provenienti dai vigneti corrispondenti, consideran­do due diverse annate produttive per ridurre l’effetto delle variazioni stagionali.</p>
<p>I campioni sono stati sottoposti ad analisi mediante spet­trometria di massa ad alta risoluzione (HR-ICP-MS) e spet­trometria multi-collettore (MC-ICP-MS), tecniche altamente sensibili in grado di identificare concentrazioni minime di elementi chimici e rapporti isotopici. In totale sono stati mi­surati 63 elementi chimici, tra cui calcio, ferro, sodio, bario, molibdeno, piombo e stronzio.</p>
<p>Successivamente i dati sono stati elaborati con metodi statisti­ci avanzati e algoritmi di machine learning. Tra le tecniche uti­lizzate figurano Principal Component Analysis (PCA), Linear e Quadratic Discriminant Analysis (LDA e QDA), Random Forest, Support Vector Machine e reti neurali artificiali (ANN). Questi strumenti hanno permesso di identificare i parametri più utili per distinguere i vini tra i diversi produttori e di costruire mo­delli predittivi di classificazione. Particolare attenzione è stata dedicata anche all’individuazione di eventuali valori anomali e alla validazione statistica dei modelli, così da garantire robu­stezza e affidabilità scientifiche ai risultati ottenuti.</p>
<p><strong>Risultati </strong></p>
<p>I risultati dello studio hanno dimostrato che il Montepulcia­no d’Abruzzo possiede effettivamente una firma chimica ri­conoscibile e differenziabile tra i diversi produttori. L’analisi multi-elementare ha evidenziato differenze statisticamente significative nella concentrazione di numerosi elementi pre­senti nei vini. In particolare, il produttore identificato come “E” mostrava concentrazioni significativamente più elevate di alluminio, arsenico, bario, calcio, cobalto, sodio e selenio (<strong>Figura 1</strong>). Le analisi del suolo hanno confermato una forte correlazione tra la composizione minerale del suolo e quel­la del vino, dimostrando che alcuni elementi possono esse­re utilizzati come marcatori geografici. Tra tutti i parametri analizzati, quattro variabili si sono rivelate particolarmente efficaci nel distinguere i produttori: molibdeno (Mo), fosfo­ro (P), rapporto isotopico 208Pb/206Pb e rapporto isotopico 87Sr/86Sr (<strong>Tabella 1</strong>). Uno degli aspetti più interessanti riguar­da l’impiego dell’intelligenza artificiale. I modelli basati sulla Quadratic Discriminant Analysis e sulle reti neurali artificiali hanno raggiunto un’accuratezza del 100% nella classificazio­ne dei campioni per produttore. Ciò significa che il sistema è stato in grado di attribuire correttamente ogni vino al pro­duttore di origine utilizzando esclusivamente i dati chimici raccolti (<strong>Tabella 2</strong>).</p>
<p>I risultati suggeriscono che la composizione chimica del vino non dipende soltanto dal vitigno, ma anche da carat­teristiche micro-geografiche del territorio e dalle pratiche agricole adottate. Questa scoperta apre nuove prospettive per la lotta alle frodi alimentari e per la valorizzazione com­merciale dei vini DOP.</p>
<p>Dal punto di vista economico, un sistema di autenticazione scientifica potrebbe rafforzare la reputazione internaziona­le del Montepulciano d’Abruzzo, aumentando la trasparen­za della filiera e offrendo ai consumatori maggiori garanzie sull’origine del prodotto. Inoltre, tali strumenti potrebbero essere integrati in sistemi digitali di tracciabilità e blockchain agroalimentare.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Lo studio dimostra come l’integrazione tra chimica analitica avanzata, isotopia e intelligenza artificiale possa costituire uno strumento estremamente efficace per certificare l’origine ge­ografica dei vini DOP. Nel caso del Montepulciano d’Abruzzo, la ricerca ha evidenziato che il vino e il suolo condividono una relazione elementare, misurabile e utilizzabile per sviluppare modelli affidabili di autenticazione territoriale. I risultati otte­nuti rappresentano un importante passo avanti nella valoriz­zazione scientifica del concetto di terroir. Tradizionalmente considerato un elemento culturale e sensoriale, il terroir emer­ge qui anche come una realtà misurabile tramite marker speci­fici. Ciò consente di trasformare un concetto spesso percepito come soggettivo in un sistema oggettivo e verificabile.</p>
<p>Dal punto di vista applicativo, le implicazioni sono numero­se. I Consorzi di tutela potrebbero utilizzare questi modelli per rafforzare i controlli sull’autenticità, mentre i produttori potrebbero sfruttare le analisi chimiche come strumenti di marketing e di differenziazione commerciale. Anche le istituzioni europee e gli enti regolatori potrebbero beneficiare di sistemi scientifici di verifica dell’origine per contrastare frodi e contraffazioni nel settore agroalimentare. La ricerca presenta tuttavia alcuni limiti. Il numero di produttori coinvolti era re­lativamente ridotto, a causa della struttura cooperativa della filiera e della difficoltà a garantire la tracciabilità completa tra vigneto e bottiglia. Saranno quindi necessari ulteriori studi su campioni più ampi e su più annate per consolidare la validità del modello e verificarne la replicabilità su larga scala.</p>
<p>In prospettiva futura, questo approccio potrebbe essere esteso ad altre denominazioni italiane ed europee, contribuendo allo sviluppo di sistemi digitali avanzati di tracciabilità territoriale. Inoltre, l’integrazione con tecnologie blockchain e piattaforme di certificazione digitale potrebbe rendere disponibile ai con­sumatori una vera e propria “carta d’identità chimica” del vino.</p>
<p>La ricerca mostra, infine, come la collaborazione tra univer­sità, imprese e laboratori tecnologici possa generare innova­zione concreta per il settore vitivinicolo. In un mercato sem­pre più competitivo e globalizzato, la capacità di dimostrare scientificamente l’autenticità, la qualità e l’origine potrebbe diventare uno degli strumenti più importanti per proteggere e valorizzare il patrimonio enologico italiano.</p>
<blockquote>
<h4>RIFERIMENTI RICERCA</h4>
<p><strong>Titolo</strong></p>
<p>Creating Value for the Montepulciano D’Abruzzo PDO Chain: A Pilot Study of Supply Chain Traceability Using Multi-Elemental and Chemometrics Analysis of Wine and Soil.</p>
<p><strong>Autori</strong></p>
<ol>
<li>Rapa, S. Supino, M. Ferrante, I. Rodushkin, M. E. Conti</li>
</ol>
<p><strong>Fonte </strong></p>
<p>Applied Sciences, 16(3), 1266.</p>
<p>Link: https://doi.org/10.3390/app16031266</p>
<p><strong>Abstract </strong></p>
<p>Questo studio pilota integra la profilazione multi-elementare e isotopica con l’analisi chemiometrica per l’autenticazione dell’origine del Montepulciano d’Abruzzo DOP, a supporto delle decisioni strategiche, gestionali e normative degli stakeholder vitivinicoli. Cam­pioni di vino e suolo di produttori abruzzesi sono stati analizzati per 63 elementi e rapporti isotopici selezionati mediante HR-ICP-MS e MC-ICP-MS. L’analisi esplorativa (PCA e clustering) ha rivelato una forte struttura intrinseca del dataset combinato, e le tecniche di selezione delle variabili hanno individuato quattro marcatori chiave: Mo, ²⁰⁸Pb/²⁰⁶Pb, P e ⁸⁷Sr/⁸⁶Sr. L’Analisi Discriminante Quadratica e le Reti Neurali Artificiali hanno raggiunto il 100% di accuratezza nella classificazione per produttore. I risultati dimostrano che l’in­tegrazione di dati multi-elementari e isotopici con strumenti chemiometrici consente di autenticare l’origine del vino e accrescere la trasparenza della filiera DOP, fornendo un modello pilota di supporto alle decisioni per la differenziazione competitiva, la conformità normativa e lo sviluppo territoriale sostenibile, con opportunità di trasformazione digitale nella gestione delle DOP.</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<ol>
<li>Albuquerque, T.G.; Oliveira, M.B.P.P.; Costa, H.S. 25 Years of European Union (EU) Quality Schemes for Agricultural Products and Foodstuffs across EU Member States. J. Sci. Food Agric. 2018, 98, 2475–2489.</li>
<li>Vecchio, R.; Annunziata, A. The Role of PDO/PGI Labelling in Italian Consumers’ Food Choices. Agric. Econ. Rev. 2011, 12.</li>
<li>Dimitrakopoulou, M.E.; Vantarakis, A. Does Traceability Lead to Food Authentication? A Systematic Review from A European Perspective. Food Rev. Int. 2023, 39, 537–559.</li>
<li>Dominici, A.; Gerini, F.; Casini, L. Analysis of Performances and Trends of PDO Wine Producers in Large Retail Chains in Italy. Wine Econ. Policy 2024, 13, 127–140.</li>
<li>Tura, M.; Gagliano, M.A.; Soglia, F.; Bendini, A.; Patrignani, F.; Petracci, M.; Gallina Toschi, T.; Valli, E. Consumer Perception and Liking of Parmigiano Reggiano Protected Designation of Origin (PDO) Cheese Produced with Milk from Cows Fed Fresh Forage vs. Dry Hay. Foods 2024, 13, 309.</li>
<li>Conti, M.E.; Rapa, M.; Simone, C.; Calabrese, M.; Bosco, G.; Canepari, S.; Astolfi, M.L. From Land to Glass: An Integrated Approach for Quality and Traceability Assessment of Top Italian Wines. Food Control 2024, 158, 110226.</li>
<li>Rapa, M.; Ferrante, M.; Rodushkin, I.; Paulukat, C.; Conti, M.E. Venetian Protected Designation of Origin Wines Traceability: Multi-Elemental, Isotopes and Chemometric Analysis. Food Chem. 2023, 404, 134771.</li>
<li>Nanetti, E.; Palladino, G.; Scicchitano, D.; Trapella, G.; Cinti, N.; Fabbrini, M.; Cozzi, A.; Accetta, G.; Tassini, C.; Iannaccone, L.; et al. Composition and Biodiversity of Soil and Root-Associated Microbiome in Vitis Vinifera Cultivar Lambrusco Distinguish the Microbial Terroir of the Lambrusco DOC Protected Designation of Origin Area on a Local Scale. Front. Microbiol. 2023, 14, 1108036.</li>
<li>Chemidlin Prévost-Bouré, N.; Karimi, B.; Sadet-Bourgeteau, S.; Djemiel, C.; Brie, M.; Dumont, J.; Campedelli, M.; Nowak, V.; Guyot, P.; Letourneur, C.; et al. Microbial Transfers from Permanent Grassland Ecosystems to Milk in Dairy Farms in the Comté Cheese Area. Sci. Rep. 2021, 11, 18144.</li>
<li>Scozzafava, G.; Gerini, F.; Dominici, A.; Contini, C.; Casini, L. Reach for the Stars: The Impact on Consumer Preferences of Introducing a New Top-Tier Typology into a PDO Wine. Wine Econ. Policy 2018, 7, 140–152.</li>
</ol>
</blockquote>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-03/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 32 &#8211; 2026/03</strong></a></p>
<div class="entry-content">
<div class="entry-content">
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/10/Terroir-Montepulciano-Abruzzo-DOP_Consortium-32.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
</div>
</div>
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			</item>
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		<title>Valorizzazione del Monti Iblei DOP &#8211; Olio EVO attraverso analisi integrate di qualità e tracciabilità</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/valorizzazione-del-monti-iblei-dop-olio-evo-attraverso-analisi-integrate-di-qualita-e-tracciabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo studio, condotto dal CREA per due annate produttive nell’area DOP Monti Iblei, ha caratterizzato l’olio extravergine di oliva da cultivar Tonda Iblea, definendone qualità, tracciabilità e identità territoriale L’olivicoltura rappresenta uno dei comparti agricoli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/valorizzazione-del-monti-iblei-dop-olio-evo-attraverso-analisi-integrate-di-qualita-e-tracciabilita/">Valorizzazione del Monti Iblei DOP &#8211; Olio EVO attraverso analisi integrate di qualità e tracciabilità</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo studio, condotto dal CREA per due annate produttive nell’area DOP Monti Iblei, ha caratterizzato l’olio extravergine di oliva da cultivar Tonda Iblea, definendone qualità, tracciabilità e identità territoriale</em></p>
<p>L’olivicoltura rappresenta uno dei comparti agricoli più importanti dell’a­rea mediterranea, non solo dal punto di vista economico, ma anche sotto il profilo culturale, ambientale, sociale e paesaggistico. Tra i prodotti sim­bolo di questo settore, l’olio extravergine di oliva occupa un ruolo centrale gra­zie alle sue riconosciute proprietà nutrizionali, sensoriali e salutistiche. Negli ultimi decenni, la crescente attenzione dei consumatori verso la qualità degli alimenti, la sicurezza delle produzioni e la corretta indicazione dell’origine ha favorito lo sviluppo di sistemi di certificazione finalizzati a garantire autenti­cità e tracciabilità. In questo contesto, gli oli DOP rappresentano non soltanto prodotti alimentari di elevato pregio, ma anche strumenti di valorizzazione del territorio e delle tradizioni locali.</p>
<p>L’Italia riveste un ruolo di primaria importanza nel panorama olivicolo mon­diale, sia per superficie coltivata sia per qualità delle produzioni. La Sicilia, in particolare, si distingue per la ricchezza del patrimonio olivicolo regionale, ca­ratterizzato da numerose cultivar autoctone e da una lunga tradizione produt­tiva. Tra le aree più vocate alla produzione di oli di eccellenza figura l’areale dei Monti Iblei, situato nella parte sud-orientale dell’isola, dove la cultivar Tonda Iblea rappresenta una delle principali varietà coltivate. L’olio extravergine ot­tenuto da questa cultivar è noto per le peculiari caratteristiche sensoriali, con­traddistinte da note erbacee e di pomodoro verde, e per la presenza di compo­sti fenolici e sostanze antiossidanti che contribuiscono al valore qualitativo e nutrizionale del prodotto.</p>
<blockquote><p><strong>Flora Valeria Romeo</strong> &#8211; Primo Ricercatore presso il Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura di Acireale (CT), del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (CREA).<br />
<strong>Margherita Amenta</strong> &#8211; Primo Ricercatore presso il Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura di Acireale (CT), del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (CREA).<br />
<strong>Innocenzo Muzzalupo</strong> &#8211; Dirigente di Ricerca presso il Centro di ricerca Foreste e Legno, sede di Rende (CS), del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (CREA).</p></blockquote>
<p>Le variazioni climatiche, caratterizzate da estati sempre più calde e siccitose e da eventi meteorologici estremi, posso­no influenzare in modo significativo sia la produttività delle piante sia la qualità dell’olio. In questo scenario, assume cre­scente importanza lo sviluppo di metodologie innovative in grado di supportare il controllo dei parametri qualitativi e la tracciabilità geografica degli oli extravergini di oliva. Tec­niche analitiche avanzate, come la spettroscopia nel vicino infrarosso a trasformata di Fourier (FT-NIR), consentono di ottenere rapidamente informazioni sulla composizione chi­mica delle olive e degli oli, permettendo il monitoraggio di parametri quali contenuto lipidico, composti fenolici, pig­menti e indici ossidativi. Parallelamente, la spettrometria di massa dei rapporti isotopici stabili rappresenta uno stru­mento utile per l’autenticazione dell’origine geografica degli alimenti, poiché i rapporti isotopici del carbonio e dell’ossi­geno sono influenzati dalle condizioni ambientali e climati­che dell’area di produzione. Accanto agli aspetti qualitativi e di autenticazione, anche il monitoraggio fitosanitario delle olive assume un ruolo fondamentale nella produzione di oli di elevata qualità. L’adozione di strategie di difesa sostenibili e il controllo costante dello stato sanitario dei frutti rappre­sentano elementi essenziali per garantire produzioni confor­mi agli standard qualitativi richiesti dal mercato. Alla luce di queste considerazioni, lo studio si inserisce nell’ambito delle attività finalizzate alla valorizzazione dell’olio extravergine di oliva DOP Monti Iblei attraverso un approccio integrato basato sul monitoraggio agronomico, fitosanitario e chimico delle produzioni. L’obiettivo della ricerca è stato caratterizza­re l’olio ottenuto dalla cultivar Tonda Iblea mediante analisi strumentali di qualità e tracciabilità, al fine di definire un pro­filo chimico rappresentativo dell’olio tipico dell’area iblea. Inoltre, mediante analisi statistiche multivariate, è stata va­lutata l’influenza delle annate produttive e delle aziende agri­cole monitorate sulla composizione chimica e sulle caratteri­stiche qualitative dell’olio. Il lavoro, realizzato dai ricercatori in stretta collaborazione con le aziende, intende contribuire alla tutela dell’autenticità e alla valorizzazione commerciale delle produzioni DOP siciliane.</p>
<p><strong>Metodologia</strong></p>
<p>Lo studio è stato condotto per due anni consecutivi (2022–2023) nell’area DOP Monti Iblei, in Sicilia sud-orientale, su oliveti commerciali della cultivar Tonda Iblea appartenenti a tre aziende agricole: Cutrera (CUT), Cinquecolli (CINQ) e Ie­molo (IEM). Gli impianti, non irrigati e gestiti con lavorazione meccanica del suolo, sono stati monitorati dal punto di vista pedoclimatico e fitosanitario. Le olive raccolte sono state trasformate in olio extravergine mediante un mini-frantoio sperimentale a due fasi, operando a temperature non supe­riori a 27 °C. Le analisi sulle drupe e sugli oli sono state effet­tuate mediante spettroscopia FT-NIR, utilizzata per valutare parametri quali contenuto lipidico, umidità, sostanza secca, fenoli totali, pigmenti clorofilliani, zuccheri e principali indi­ci qualitativi dell’olio. Gli oli sono stati inoltre sottoposti ad analisi HPLC per la caratterizzazione dei composti fenolici, ad analisi isotopiche del carbonio e dell’ossigeno mediante spettrometria di massa e ad analisi sensoriale tramite panel test secondo il metodo ufficiale. I dati raccolti sono stati ela­borati mediante analisi statistiche multivariate, per eviden­ziare eventuali differenze legate alle annate produttive e ai diversi siti di coltivazione delle olive utilizzate.</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>L’analisi FT-NIR delle drupe e degli oli ottenuti dalla cultivar siciliana Tonda Iblea ha evidenziato una variabilità compo­sitiva legata al periodo di raccolta, all’azienda agricola e alle condizioni ambientali. L’analisi degli oli ha confermato, nel complesso, il mantenimento di elevati standard qualitativi dal campo alla trasformazione. I valori di acidità sono risul­tati generalmente bassi e i principali parametri ossidativi coerenti con gli standard previsti per la categoria extraver­gine. La composizione in acidi grassi è risultata dominata dall’acido oleico, pari in media al 65,67% nel 2022 e al 68,06% nel 2023, seguito dall’acido linoleico, pari al 9,66% nel 2022 e all’8,78% nel 2023. Anche steroli, tocoferoli e composti fe­nolici hanno mostrato differenze tra le aziende considerate, soprattutto nell’annata 2022. Nel 2023 è stato osservato un miglioramento della stabilità ossidativa, associato a valori medi di perossidi più bassi (3,92 meq O₂/kg) rispetto al 2022 (12,07 meq O₂/kg).</p>
<p>Anche l’analisi sensoriale degli oli da cultivar Tonda Iblea ha mostrato, nei due anni di raccolta, una notevole varia­bilità legata soprattutto all’azienda e al periodo di raccol­ta. Il fruttato mediano è risultato generalmente più eleva­to nelle aziende CINQ e CUT rispetto a IEM, con valori più alti nei campioni raccolti nelle fasi intermedie di matura­zione. Amaro e piccante hanno mostrato differenze tra i campioni: nel 2022 gli oli di CUT hanno spesso presentato intensità elevate, mentre nel 2023 il quadro è risultato più variabile e mediamente meno intenso, pur con eccezioni significative. Nel complesso, il profilo sensoriale confer­ma la forte influenza del grado di maturazione delle olive e delle condizioni di produzione aziendale, con una rela­zione non sempre lineare tra intensità sensoriale e com­posizione fenolica.</p>
<p>L’analisi HPLC dei composti fenolici degli oli dell’area DOP Monti Iblei ha evidenziato un elevato contenuto di sostan­ze fenoliche, in particolare secoiridoidi e acidi fenolici. Tra i composti più abbondanti sono stati identificati i derivati dell’oleuropeina, inclusi oleocantale e oleaceina, molecole associate in letteratura a proprietà antiossidanti e a poten­ziali effetti favorevoli sulla salute. Dopo i derivati dell’o­leuropeina, i composti maggiormente rappresentati sono risultati l’acido o-cumarico e il suo isomero, l’acido p-cu­marico. La composizione fenolica, come evidenziato nella <strong>Figura 1</strong>, ha mostrato una significativa variabilità tra le due annate, tra le aziende agricole e tra i periodi di raccolta, confermando l’influenza delle pratiche agronomiche, del­le condizioni climatiche e soprattutto del grado di matu­razione delle olive. Nel 2022 l’ultimo periodo di raccolta, corrispondente a novembre, ha registrato nell’azienda Cu­trera i valori più elevati di fenoli totali e di acido o-cuma­rico. Nel 2023 il contenuto fenolico medio è risultato infe­riore e i singoli composti hanno iniziato a diminuire dopo il secondo periodo di raccolta, collocato a fine settembre. Questi risultati evidenziano l’importanza di una corretta gestione del periodo di raccolta per massimizzare il valore nutrizionale e funzionale dell’olio extravergine.</p>
<p>L’analisi isotopica degli oli ha fornito informazioni utili per la tracciabilità e per la potenziale verifica dell’origine geografica del prodotto. I valori di δ¹³C, tipici delle specie vegetali con metabolismo fotosintetico C3 come l’olivo, non hanno mostrato differenze significative tra le aziende nel 2022 (<strong>Tabella 1</strong>); nel 2023, invece, sono state osservate</p>
<p>differenze tra le aziende, con valori meno negativi per IEM e CUT rispetto a CINQ (<strong>Tabella 2</strong>). Anche il rapporto iso­topico δ¹⁸O ha evidenziato differenze tra le aziende in en­trambe le annate, con valori più elevati per IEM. Tali varia­zioni sono attribuibili alle condizioni meteorologiche, alle precipitazioni, alla quota e alla disponibilità o provenienza dell’acqua durante la fase di maturazione, confermando l’utilità degli isotopi stabili come strumenti di autentica­zione e caratterizzazione territoriale degli oli.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>I risultati ottenuti confermano l’elevato valore qualitativo dell’olio extravergine di oliva DOP Monti Iblei da cultivar Tonda Iblea e dimostrano l’efficacia di un approccio inte­grato basato su tecniche analitiche avanzate per la sua ca­ratterizzazione e tracciabilità. Le analisi chimiche hanno evidenziato come il profilo compositivo dell’olio sia influen­zato dall’interazione tra condizioni ambientali, periodo di raccolta e specificità colturali e gestionali delle aziende, de­terminando differenze nei principali parametri qualitativi.</p>
<p>L’applicazione della spettroscopia FT-NIR ha consentito di monitorare in modo rapido l’evoluzione della maturazione delle drupe e delle caratteristiche dell’olio da esse prodot­to, mettendo in evidenza variazioni nel contenuto lipidico, nei composti fenolici e nei pigmenti durante le diverse fasi di maturazione. Per quanto riguarda i parametri impor­tanti per la classificazione merceologica, gli oli analizzati hanno mostrato, nel complesso, valori compatibili con la categoria extravergine e con un buon livello qualitativo. Il rapporto tra acido oleico e acido linoleico si è conferma­to uno dei principali fattori discriminanti tra i campioni. Anche steroli e tocoferoli hanno contribuito a definire il valore nutrizionale e la stabilità ossidativa degli oli, evi­denziando differenze riconducibili ai diversi siti produttivi e alle annate.</p>
<p>Particolare interesse riveste la frazione fenolica, risultata ricca di composti bioattivi e caratterizzata dalla presenza di derivati dell’oleuropeina. Le analisi HPLC hanno eviden­ziato una notevole variabilità quantitativa dei fenoli tra le due annate e i diversi periodi di raccolta, sottolineando il ruolo determinante della maturazione delle olive e delle condizioni climatiche nel definire il profilo nutrizionale e funzionale dell’olio extravergine.</p>
<p>Le analisi isotopiche del carbonio e dell’ossigeno hanno permesso di costruire un profilo di riferimento utile alla tracciabilità dell’area di produzione, confermando il po­tenziale dei rapporti isotopici per la verifica dell’origine e dell’autenticità degli oli DOP. L’applicazione di strumenti statistici multivariati ha inoltre evidenziato una discrimi­nazione tra campioni in funzione dell’annata e del sito di provenienza, sebbene tale approccio debba essere raffor­zato ampliando nel tempo il numero di aziende, annate e campioni analizzati.</p>
<p>Nel complesso, lo studio evidenzia come la combinazione di diverse metodiche di monitoraggio, dal campo alla tra­sformazione, e in particolare di tecniche spettroscopiche, cromatografiche e isotopiche, rappresenti una strategia innovativa per la valorizzazione dell’olio extravergine di oliva DOP Monti Iblei. Tale approccio contribuisce sia alla tutela dell’autenticità del prodotto sia al rafforzamento della qualità e della competitività delle produzioni sui mercati nazionali e internazionali.</p>
<h4>RIFERIMENTI RICERCA</h4>
<blockquote><p><strong>Titolo</strong></p>
<p>Enhancing the value of PDO Monti Iblei extra virgin olive oil through integrated analyses of quality and traceability</p>
<p><strong>Autori</strong></p>
<ol>
<li>V. Romeo, V. Vizzarri, M. Amenta, P. Foti, F. Ferlito, V. Scibetta, R. Occhipinti, A. Ienco, L. P. Luca, K. Garofalo, I. Muzzalupo</li>
</ol>
<p><strong>Fonte </strong></p>
<p>Journal of Food Process Engineering, 49, 5: e70514.</p>
<p>Link: https://doi.org/10.1111/jfpe.70514</p>
<p><strong>Abstract </strong></p>
<p>Lo scopo dello studio è stato quello di fornire soluzioni al settore olivicolo attraverso un modello produttivo tecnologicamente avanzato e sostenibile. Sono state sviluppate tecniche innovative per il recupero e la gestione degli oliveti tradizionali, con partico­lare attenzione alla gestione della chioma e all’idoneità alla meccanizzazione, al fine di sfruttarne appieno il potenziale produttivo, ridurre i costi e valorizzare le varietà locali. Il monitoraggio dei parametri chimici dell’olio extravergine di oliva (EVO), effettuato con FT-NIR e altri metodi strumentali a intervalli regolari, ha contribuito all’identificazione in tempo reale dello stadio di sviluppo della drupa, per ottenere la massima resa senza comprometterne la qualità. Inoltre, i marcatori isotopici — fortemente influenzati da una complessa combinazione di fattori ambientali, fisiologici e biochimici — hanno consentito la creazione di un’impronta tipica dell’olio EVO DOP Monti Iblei. Infine, nell’ambito del progetto, è stato ottenuto un quadro dello stato fitosanitario, in particolare per quanto riguarda l’andamento delle infestazioni della mosca dell’olivo, attraverso monitoraggi ripetuti. I risultati ottenuti con­sentiranno lo sviluppo di un’impronta distintiva per l’olio EVO DOP siciliano, garantendo un prodotto finale sano e di alta qualità e offrendo un valore aggiunto alle aziende, favorendo la differenziazione dei loro prodotti sul mercato globale.</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<ol>
<li>Amenta M, Fabroni S, Costa C, Rapisarda P, Traceability of ‘Limone di Siracusa PGI’ by a multidisciplinary analytical and chemometric approach. Food Chem 211: 734–740 (2016) http://dx.doi.org/10.1016/j.foodchem.2016.05.119.</li>
<li>Camin F, Boner M, Bontempo L, Fauhl-Hassek C, Kelly SD, et al., Stable isotope techniques for verifying the declared geographical origin of food in legal cases. Trends Food Sci Technol 61: 176–187 (2017) https://doi.org/10.1016/j.tifs.2016.12.007.</li>
<li>Armenta S, Moros J, Garrigues S, de la Guardia Cirugeda M, Determination of Olive Oil Parameters by Near Infrared Spectrometry, In: Olives and Olive Oil in Health and Disease Prevention. Chapter 58: 533-544 (2010) ISBN: 978-0-12-374420-3</li>
<li>İbrahim SO, Çağdaş D, Gizem Ö, Öznur S, Erdal E, et al., Quantification of sterols and fatty acids of extra virgin olive oils by FT-NIR spectroscopy and multivariate statistical analyses Food Sci Technol 91: 125–132 (2018).</li>
<li>Ayora-Cañada MJ, Muik B, García-Mesa JE, Ortega-Calderón D, Molina-Díaz A, Fourier-transform near-infrared spectroscopy as a tool for olive fruit classification and quantitative analysis Spectrosc Lett 38: 769–785 (2005). https://doi.org/10.1080/00387010500316106.</li>
<li>Romeo FV, Granuzzo G, Foti P, Ballistreri G, Caggia C, et al., Microbial Application to Improve Olive Mill Wastewater Phenolic Extracts Mol 26: 1944 (2021) https://doi.org/10.3390/molecules26071944.</li>
<li>Galvano F, La Fauci L, Graziani G, Ferracane R, Masella R, Di Giacomo C, Scacco A, D’Archivio M, Vanella L, Galvano G, Phenolic Compounds and Antioxidant Activity of Italian Extra Virgin Olive Oil Monti Iblei J Med Food 10: 650–656 (2007) DOI: 10.1089/jmf.2007.409.</li>
<li>Gómez-Rico A, Salvador MD, La Greca M, Fregapane G. Phenolic and volatile compounds of extra virgin olive oil (Olea europaea L. Cv. Cornicabra) with regard to fruit ripening and irrigation management. J Agric Food Chem 54: 7130–7136 (2006) doi: 10.1021/jf060798r.</li>
<li>Nasr EG, Epova EN, Sebilo M, Larivière D, Hammami M, et al., Olive Oil Traceability Studies Using Inorganic and Isotopic Signatures: A Review Molecules 27: 2014 (2022) https://doi.org/10.3390/molecules27062014.</li>
<li>Cajka T, Riddellova K, Klimankova E, Cerna M, Pudil F, Hajslova J, Traceability of olive oil based on volatiles pattern and multivariate analysis. Food Chem 121: 282–289 (2010) https://doi.org/10.1016/j.foodchem.2009.12.011.</li>
</ol>
</blockquote>
<ol>
<li>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-03/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 32 &#8211; 2026/03</strong></a></li>
<li class="entry-content">
<div class="entry-content">
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/10/analisi-Monti-Iblei-DOP-Consortium32.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
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</li>
</ol>
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		<title>Il Pistacchio di Raffadali DOP: un percorso di qualità, innovazione e territorio</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/il-pistacchio-di-raffadali-dop-un-percorso-di-qualita-innovazione-e-territorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:57:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Passaporto Digitale]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
		<category><![CDATA[tracciabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’analisi ricostruisce il processo che ha portato al riconoscimento della DOP, evidenziando come la certificazione abbia favorito l’azione collettiva, la tracciabilità digitale e la valorizzazione territoriale di una produzione di nicchia Negli ultimi anni le [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’analisi ricostruisce il processo che ha portato al riconoscimento della DOP, evidenziando come la certificazione abbia favorito l’azione collettiva, la tracciabilità digitale e la valorizzazione territoriale di una produzione di nicchia</em></p>
<p>Negli ultimi anni le produzioni agroalimentari certificate hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nelle strategie di sviluppo delle aree rurali. Le Denominazioni di Origine Protetta e le Indicazioni Geografiche Protette non rappresentano più soltanto strumenti di tutela giuridica delle produzioni, ma veri e propri fattori di competitività, capaci di rafforzare il legame tra qualità, territorio e filiera. In un contesto caratterizzato da mercati sempre più globaliz­zati e da una crescente Domanda di autenticità, origine e tracciabilità, le Indica­zioni Geografiche consentono di valorizzare produzioni fortemente identitarie, contribuendo a differenziare l’offerta e a generare valore economico, sociale e culturale nei territori di origine.</p>
<p>Numerosi studi hanno evidenziato come le produzioni certificate possano pro­durre effetti che vanno ben oltre la remunerazione del singolo prodotto. Le DOP e le IGP favoriscono infatti processi di cooperazione tra gli operatori economici, incentivano investimenti collettivi nella promozione e nella qualità, rafforzano la reputazione dei territori e contribuiscono alla conservazione di pratiche produt­tive tradizionali e del patrimonio paesaggistico locale. La loro efficacia dipende tuttavia dalla capacità degli attori coinvolti di trasformare la certificazione in un progetto condiviso di sviluppo, superando una visione limitata alla sola funzione di tutela commerciale.</p>
<p>Questo aspetto risulta particolarmente evidente nelle produzioni di piccola dimensione. A differenza delle grandi filiere agroalimentari, esse difficilmente possono competere attraverso economie di scala o strategie basate sul prezzo.</p>
<blockquote><p><strong>Silvia Baralla &#8211; </strong>Ricercatrice in sostenibilità ambientale e analisi delle politiche presso il CREA</p>
<p><strong>Francesco Licciardo &#8211; </strong>Ricercatore in economia ed estimo rurale presso il CREA</p>
<p><strong>Dario Macaluso &#8211; </strong>Ricercatore in economia agraria e analisi dei sistemi aziendali presso il CREA</p>
<p><strong>Marinella Paci &#8211; </strong>Ricercatrice in politiche agricole e sviluppo rurale del CREA</p>
<p><strong>Milena Verrascina &#8211; </strong>Ricercatrice in Politica Agricola Comune e analisi delle filiere produttive presso il CREA</p>
<p><strong>Livia Ortolani &#8211; </strong>Ricercatrice in sostenibilità e processi di innovazione in agricoltura e aree rurali presso il CREA</p></blockquote>
<p>Il loro vantaggio competitivo deriva soprattutto dalla capaci­tà di comunicare la specificità del prodotto, il rapporto con il territorio e il patrimonio di conoscenze che ne caratterizza la produzione. In questo contesto, le nuove Indicazioni Geogra­fiche rappresentano un’interessante occasione per osservare come si costruisca, fin dalle prime fasi, un sistema territoriale fondato sulla qualità certificata.</p>
<p>La pistacchicoltura italiana costituisce un esempio signifi­cativo di questo modello. Sebbene l’Italia rappresenti una quota marginale della produzione mondiale, il comparto è caratterizzato da produzioni a elevato valore aggiunto, forte­mente concentrate in Sicilia e strettamente legate alle condi­zioni pedoclimatiche, alle tecniche colturali e alla storia dei territori di produzione. Oggi il sistema nazionale comprende due DOP: il Pistacchio Verde di Bronte DOP, ormai consoli­dato sui mercati, e il più recente Pistacchio di Raffadali DOP, riconosciuto dall’Unione Europea nel 2021.</p>
<p>Proprio la recente istituzione della DOP di Raffadali offre l’op­portunità di analizzare un processo ancora in evoluzione. A differenza delle denominazioni storiche, il caso di Raffadali consente infatti di osservare le dinamiche che accompagna­no la nascita di una nuova IG: la costruzione del consenso tra i produttori, la definizione dell’identità del prodotto, l’orga­nizzazione del Consorzio di tutela, l’introduzione di stru­menti innovativi di tracciabilità e la progressiva costruzione di una strategia di valorizzazione territoriale.</p>
<p>Partendo da queste considerazioni, il presente contributo analizza il percorso di riconoscimento del Pistacchio di Raf­fadali DOP con l’obiettivo di evidenziare come una nuova Indicazione Geografica possa trasformarsi in uno strumento di governance territoriale. Attraverso il caso studio vengono messi in luce gli elementi che hanno favorito l’aggregazione tra i produttori, l’innovazione organizzativa della filiera e la valorizzazione di una produzione agroalimentare di nicchia, offrendo alcune riflessioni utili anche per altri territori inte­ressati ad avviare analoghi percorsi di certificazione.</p>
<p><strong>Metodologia</strong></p>
<p>La ricerca adotta un approccio integrato, combinando l’ana­lisi di dati quantitativi e qualitativi per ricostruire il percorso di riconoscimento e sviluppo del Pistacchio di Raffadali DOP. L’obiettivo non è soltanto descrivere l’evoluzione della pro­duzione, ma comprendere come la certificazione abbia con­tribuito alla costruzione di un sistema territoriale fondato sulla qualità, sull’azione collettiva e sull’innovazione.</p>
<p>L’analisi del contesto produttivo e organizzativo nazionale si basa sui dati ufficiali dell’ISTAT (superfici investite e pro­duzioni di pistacchio in Italia), integrati con le informazioni economiche e strutturali della Rete di Informazione Contabi­le Agricola (RICA), utilizzate per delineare le caratteristiche delle aziende specializzate nella coltivazione del pistacchio.</p>
<p>L’approfondimento sul caso studio è stato sviluppato attra­verso l’analisi della documentazione tecnico-amministrativa relativa al riconoscimento della DOP, del disciplinare di pro­duzione e dei principali documenti predisposti dal Consor­zio di tutela e tramite la raccolta di informazioni qualitative mediante interlocuzioni dirette con il Consorzio, finalizzate ad approfondire gli aspetti legati alla governance della Deno­minazione, all’evoluzione della base produttiva, ai sistemi di tracciabilità e alle strategie di valorizzazione del prodotto.</p>
<p>L’interpretazione dei risultati è stata condotta secondo l’ap­proccio del caso studio, che consente di analizzare in ma niera approfondita processi organizzativi e istituzionali dif­ficilmente osservabili attraverso le sole analisi statistiche. In questa prospettiva, il Pistacchio di Raffadali DOP viene con­siderato come un’esperienza utile per comprendere il ruolo che una nuova IG può assumere nel promuovere l’aggrega­zione tra produttori, favorire l’innovazione lungo la filiera e rafforzare il legame tra prodotto e territorio.</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>L’analisi evidenzia come il percorso di riconoscimento del Pistacchio di Raffadali DOP abbia prodotto effetti che vanno oltre la tutela della Denominazione, contribuendo alla co­struzione di un modello di sviluppo territoriale fondato sulla collaborazione tra produttori, sull’innovazione organizzati­va e sulla valorizzazione dell’identità locale.</p>
<p>Il primo risultato riguarda il rafforzamento del legame tra prodotto e territorio. La pistacchicoltura italiana rappresenta una produzione di nicchia fortemente concentrata in Sicilia, che nel 2024 riunisce oltre il 99% delle superfici e della pro­duzione nazionale. Infatti, mentre la superficie aziendale in Italia è in media pari a 15,5 ettari, quella coltivata a pistacchio rimane più contenuta (1-5 ettari). L’incidenza del pistacchio sulla superficie complessiva conferma una forte eterogenei­tà: si passa infatti da aziende che dedicano a tale coltura una quota molto ridotta, ad aziende con livelli di specializzazione elevati. Dal punto di vista economico, la Produzione lorda to­tale (Plt) media è pari a 5.434 €/ha ed è costituita quasi inte­ramente dal prodotto destinato alla vendita. I costi variabili incidono per il 14% della Plt e sono composti soprattutto da spese specifiche. Ne deriva un Margine lordo medio di 4.671 €/ha (86% della Plt), a conferma del valore economico della coltura anche in aziende di dimensione contenuta. Come evidenziato nella <strong>Figura 1</strong>, tale concentrazione si è ulterior­mente consolidata nell’ultimo quindicennio, grazie ad un progressivo incremento delle superfici coltivate nell’isola. Questa evoluzione conferma come la competitività del com­parto italiano non possa essere ricercata attraverso l’aumen­to dei volumi produttivi, bensì attraverso la valorizzazione dell’origine, della qualità e della riconoscibilità territoriale.</p>
<p>Il secondo risultato riguarda il processo di costruzione della Denominazione di Origine Protetta. Il riconoscimento della DOP non è stato il semplice esito di un procedimento am­ministrativo, ma il risultato di un percorso condiviso che ha coinvolto produttori, tecnici, istituzioni e comunità locale. La ricostruzione storica del prodotto, la definizione del discipli­nare di produzione e la successiva costituzione del Consorzio hanno favorito la nascita di un sistema organizzato capace di coordinare interessi individuali verso un progetto comune di valorizzazione. La ricerca evidenzia inoltre come il Consor­zio abbia progressivamente ampliato le proprie funzioni. Accanto alle tradizionali attività di tutela della Denomina­zione, esso svolge oggi un ruolo di coordinamento tecnico e organizzativo, supportando l’ingresso di nuove aziende nel sistema di certificazione e accompagnando lo sviluppo della filiera. L’interesse manifestato da nuovi operatori e la crescita della superficie potenzialmente certificabile testi­moniano la capacità della DOP di attrarre nuovi investimen­ti, pur in presenza dei lunghi tempi necessari affinché i nuovi impianti entrino in produzione.</p>
<p>Un ulteriore elemento di originalità riguarda l’introduzione di strumenti innovativi di tracciabilità. L’adozione del Pas­saporto Digitale, sviluppato in collaborazione con l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, rappresenta un’evoluzione rispetto ai tradizionali sistemi di certificazione. Attraverso un QR code univoco è possibile associare ogni confezione certi­ficata alle informazioni relative al lotto di produzione, all’a­zienda e al territorio di origine. La tracciabilità assume così una duplice funzione: garantire la trasparenza della filiera e rafforzare la comunicazione verso il consumatore, trasfor­mando un sistema di controllo in uno strumento di marke­ting territoriale.</p>
<p>L’insieme di questi elementi è sintetizzato nella <strong>Figura 2</strong>, che ricostruisce il percorso di valorizzazione sviluppato dalla DOP. Il modello evidenzia come la costruzione della Denomi­nazione non rappresenti un punto di arrivo, ma un processo dinamico nel quale azione collettiva, certificazione della qualità, innovazione organizzativa e strumenti digitali concor­rono alla creazione di valore per il territorio. In questa pro­spettiva, il caso del Pistacchio di Raffadali mostra come una nuova Indicazione Geografica possa configurarsi non soltan­to come marchio di qualità, ma come strumento di governan­ce territoriale capace di favorire cooperazione, innovazione e sviluppo locale.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>L’esperienza del Pistacchio di Raffadali DOP dimostra come una Denominazione di Origine Protetta possa rappresentare molto più di uno strumento di tutela dell’origine geografica. Il percorso di riconoscimento evidenzia infatti come la cer­tificazione possa trasformarsi in un processo di costruzione istituzionale, capace di rafforzare la cooperazione tra gli ope­ratori economici, valorizzare il patrimonio identitario di un territorio e favorire l’adozione di modelli innovativi di gestio­ne della filiera.</p>
<p>Il caso studio mette in luce tre elementi di particolare inte­resse. Il primo riguarda la dimensione collettiva del processo di certificazione. La nascita della DOP è stata il risultato di un percorso condiviso che ha coinvolto produttori, tecnici, isti­tuzioni e comunità locale nella definizione di una strategia comune di valorizzazione. In questo senso, la certificazione ha rappresentato un’occasione per rafforzare il capitale so­ciale del territorio e creare nuove forme di collaborazione tra soggetti che in precedenza operavano prevalentemente in maniera indipendente.</p>
<p>Il secondo elemento riguarda il ruolo assunto dal Consorzio di tutela. L’analisi evidenzia come le sue funzioni vadano ben oltre gli aspetti amministrativi legati alla gestione della Deno­minazione. Il Consorzio svolge infatti un’importante attività di coordinamento tecnico e organizzativo, accompagnando lo sviluppo della base produttiva, promuovendo la qualità e sostenendo gli operatori nel percorso di certificazione. Que­sta evoluzione conferma come i Consorzi possano assumere un ruolo sempre più centrale nella governance delle Indica­zioni Geografiche, contribuendo alla competitività delle filie­re e alla diffusione dell’innovazione.</p>
<p>Il terzo elemento riguarda l’impiego delle tecnologie digi­tali. L’introduzione del Passaporto Digitale rappresenta un esempio concreto di come la tracciabilità possa evolvere da semplice sistema di controllo a strumento di comunicazione e valorizzazione territoriale. La possibilità di associare ogni confezione certificata a informazioni sull’origine, sul produt­tore e sul territorio rafforza la trasparenza della filiera, accre­sce la fiducia del consumatore e contribuisce a differenziare il prodotto sui mercati.</p>
<p>Naturalmente, il percorso della DOP di Raffadali è ancora in una fase iniziale. L’espansione della base produttiva richie­derà tempi lunghi, anche in considerazione delle caratteri­stiche agronomiche della coltura, mentre il consolidamento della presenza sui mercati nazionali dipenderà dalla capaci­tà di comunicare efficacemente il valore della certificazione e di rafforzare le relazioni tra produzione, trasformazione e distribuzione. In questo contesto, la qualità certificata dovrà continuare a rappresentare il principale fattore competitivo della Denominazione.</p>
<p>Più in generale, il caso del Pistacchio di Raffadali offre alcune indicazioni di interesse anche per altre produzioni agroali­mentari di piccola dimensione. L’esperienza dimostra che il successo di una nuova Indicazione Geografica non dipende esclusivamente dalla qualità intrinseca del prodotto, ma dal­la capacità di costruire un progetto territoriale condiviso, nel quale certificazione, governance della filiera, innovazio­ne e comunicazione operino in maniera integrata. È proprio questa integrazione a consentire alle produzioni identitarie di trasformare il proprio patrimonio storico e culturale in un vantaggio competitivo durevole, contribuendo allo sviluppo economico e sociale dei territori rurali.</p>
<blockquote><p><strong>RIFERIMENTI RICERCA</strong></p>
<p><strong>Titolo</strong></p>
<p>Con la qualità certificata il conto economico torna (The Raffadali Pistachio: A symbol of territorial identity)</p>
<p><strong>Autori</strong></p>
<ol>
<li>Baralla, F. Licciardo, D. Macaluso, L. Ortolani, M. Paci, M. Verrascina</li>
</ol>
<p><strong>Fonte </strong></p>
<p>TerraeVita &#8211; Rivista di Frutticoltura e Ortofloricoltura, 2026</p>
<p>Link: https://rivistafrutticoltura.edagricole.it/colture/pistacchio-qualita-certificata-conto-economico/</p>
<p><strong>Abstract </strong></p>
<p>Il contributo sintetizza i principali risultati di un’attività di ricerca dedicata all’analisi del percorso di riconoscimento e valorizzazio­ne del Pistacchio di Raffadali DOP, sviluppata nell’ambito del progetto VALO.RE.I.N.CA.M.P.O., finanziato dal Masaf (D.G. n. 667521 del 30 dicembre 2022). La ricerca analizza il percorso di riconoscimento del Pistacchio di Raffadali DOP come esempio di valoriz­zazione di una produzione agroalimentare di nicchia. Attraverso l’integrazione di dati statistici, informazioni aziendali e analisi del processo di certificazione, vengono esaminati gli effetti della DOP sulla governance della filiera, sull’organizzazione del Consorzio, sulla tracciabilità e sulle prospettive di sviluppo territoriale. I risultati mostrano come la certificazione abbia favorito processi di aggregazione, innovazione e rafforzamento dell’identità territoriale.</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<ol>
<li>Baralla S., Licciardo F., Macaluso D., Ortolani L., Paci M., Verrascina M. (2026). Con la qualità certificata il conto economico torna. Terra è Vita, 2, 64–67.</li>
<li>Fondazione Qualivita, ISMEA (2024). XXII Rapporto ISMEA-Qualivita sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole italiane DOP, IGP e STG. Siena.</li>
<li>INC &#8211; International Nut and Dried Fruit Council (2025). Statistical Yearbook 2025. Reus (Spain).</li>
<li>ISTAT (2025). Coltivazioni permanenti &#8211; Pistacchio. Superfici e produzioni. Roma.</li>
<li>Regolamento UE 2024/1143 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 aprile 2024 sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari.</li>
<li>Tregear A., Arfini F., Belletti G., Marescotti A. (2007). Regional foods and rural development: The role of product qualification. Journal of Rural Studies, 23(1), 12–22.</li>
</ol>
</blockquote>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-03/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 32 &#8211; 2026/03</strong></a></p>
<div class="entry-content">
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/10/Pistacchio-Raffadali-DOP_Consortium-32.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/il-pistacchio-di-raffadali-dop-un-percorso-di-qualita-innovazione-e-territorio/">Il Pistacchio di Raffadali DOP: un percorso di qualità, innovazione e territorio</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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		<item>
		<title>L’applicazione della blockchain alle Indicazioni Geografiche. Uno strumento al servizio dei Consorzi di tutela?</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/lapplicazione-della-blockchain-alle-indicazioni-geografiche-uno-strumento-al-servizio-dei-consorzi-di-tutela/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:56:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Blockchain]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Passaporto Digitale]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
		<category><![CDATA[tracciabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una ricerca dottorale condotta presso l’Università di Camerino e l’Università di Macerata approfondisce il contributo della blockchain per la governance delle Indicazioni Geografiche Il settore agroalimentare vive da anni un processo di digitalizzazione che sta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/lapplicazione-della-blockchain-alle-indicazioni-geografiche-uno-strumento-al-servizio-dei-consorzi-di-tutela/">L’applicazione della blockchain alle Indicazioni Geografiche. Uno strumento al servizio dei Consorzi di tutela?</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una ricerca dottorale condotta presso l’Università di Camerino e l’Università di Macerata approfondisce il contributo della blockchain per la governance delle Indicazioni Geografiche</em></p>
<p>Il settore agroalimentare vive da anni un processo di digitalizzazione che sta offrendo nuovi strumenti, tecnologie innovative, metodi ottimizzati e opportunità inedite per gli operatori delle filiere. Di questo processo è espressione anche la tecnologia blockchain e infatti la letteratura scientifica, anche giusagraristica, ha ampiamente indagato il contributo che questa solu­zione digitale può apportare a temi come la tracciabilità, la sicurezza alimen­tare (food safety) o la gestione delle filiere agroalimentari.</p>
<p>L’interesse catturato dalla blockchain è giustificato dal particolarissimo funzio­namento di questa tecnologia – che, per ragioni di spazio, può qui solamente accennarsi. Inserendosi all’interno della famiglia delle tecnologie a registro distribuito (Distributed Ledger Technologies – DLTs), la blockchain opera in­fatti come un database digitale, decentralizzato e distribuito, che usa tecniche crittografiche per registrare e conservare dati in maniera permanente e immu­tabile. Le transazioni sono inserite dagli stessi partecipanti alla piattaforma, chiamati tecnicamente “nodi”, dopo essere state verificate e validate dagli altri.</p>
<p>L’attenzione riservata a questa nuova tecnologia emerge anche nel panorama delle filiere agroalimentari di qualità e, in particolare, con riferimento alle pro­duzioni a Denominazione d’Origine Protetta e Indicazione Geografica Protetta. Rispetto a queste, la blockchain viene prevalentemente in rilievo come uno strumento nelle mani dei produttori di prodotti a Indicazione Geografica, uti­lizzabile soprattutto per comunicare ai consumatori le caratteristiche, la quali­tà e, in definitiva, il valore della propria Indicazione Geografica.</p>
<p>Muovendo da questo dato, la ricerca approfondisce l’applicazione della tecnologia blockchain nel settore delle Indicazioni Geografi­che analizzando il fenomeno non dal punto di vista indivi­duale dei singoli produttori, ma piuttosto dalla prospettiva collettiva dei gruppi di produttori – in Italia, i Consorzi di tutela.</p>
<p>Questa chiave di lettura trova appiglio anche nella più re­cente evoluzione normativa. Il Regolamento UE 2024/1143 dell’11 aprile 2024, infatti, attribuisce un ruolo ancora più centrale ai gruppi di produttori, configurando un nuovo modello di gestione o di governance delle Indicazioni Ge­ografiche che è affidato proprio a questi ultimi attraverso l’attribuzione di un ampio ventaglio di funzioni e responsa­bilità che vanno ben oltre i compiti “tradizionali” dei grup­pi di produttori – quali, ad esempio, la registrazione di una nuova IG o la verifica della compliance con i disciplinari di produzione – e interessano profili come la promozione, la valorizzazione, il miglioramento delle IG anche in termini di sostenibilità.</p>
<p>Mettendo insieme questi tasselli, la ricerca intende pertan­to rispondere ad un interrogativo principale (research que­stion): se la tecnologia blockchain possa essere proposta e presentata come uno strumento al servizio della governance delle Indicazioni Geografiche e, dunque, come una soluzione in grado di supportare concretamente i gruppi di produttori nello svolgimento dei compiti e delle funzioni loro attribuiti ai sensi dell’art. 32 del Regolamento UE 2024/1143. Più specifi­camente, ciò significa comprendere se le soluzioni basate su blockchain possano essere impiegate dai gruppi di produtto­ri per eseguire le varie funzioni assegnate loro dal legislato­re europeo, rispetto a quali di queste funzioni la blockchain emerge come una soluzione dirompente e rispetto a quali, invece, l’implementazione di questo strumento digitale non risulta del tutto convincente o necessaria.</p>
<p><strong>Metodologia</strong></p>
<p>La ricerca adotta una metodologia empirico-giuridica in cui l’indagine normativa, tipica del metodo giuridico, è com­binata ad un’indagine empirica di tipo qualitativo, al fine di verificare se le potenzialità della blockchain, individuate sul piano teorico, trovino riscontro nell’esperienza dei Consorzi di tutela italiani. L’attività di ricerca giuridica ha quindi analiz­zato la normativa e la giurisprudenza, nonché la letteratura rilevante, per individuare i possibili spazi di applicazione del­la tecnologia blockchain nella governance delle Indicazioni Geografiche. La ricerca empirica è invece stata condotta con l’obiettivo di raccogliere opinioni, posizioni e punti di vista degli stessi gruppi di produttori rispetto ai temi trattati. A tal fine, la ricerca empirica si è avvalsa di due metodologie: l’osservazione preliminare del campo di interesse, finalizzata a individuare Consorzi di tutela che avessero avuto esperien­ze di utilizzo della blockchain; lo svolgimento di interviste individuali, face-to-face, semi-strutturate. Le interviste, i cui risultati sono stati presentati sotto forma di casi studio, han­no avuto quattro protagonisti: tre Consorzi di tutela italiani – Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP; Consorzio Tutela del Pecorino Toscano DOP; Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica IGP – nella persona dei rispettivi Diret­tori o Presidenti, e Origin Italia nella persona del direttore generale Mauro Rosati, per una lettura d’insieme del fenome­no. Il campione, per quanto non statisticamente rappresen­tativo, ha permesso di raccogliere indicazioni qualitative di rilievo e coerenti con gli obiettivi della ricerca.</p>
<p><strong>Risultati </strong></p>
<p>Nel rispondere alla research question, la ricerca osserva quattro diverse funzioni che sono espressione del più am­pio concetto di governance dell’Indicazione Geografica in­trodotto dal Reg. UE 2024/1143.</p>
<p>La prima funzione analizzata è la registrazione di una nuova Indicazione Geografica, in cui l’accento è posto so­prattutto sulla possibilità di impiegare la blockchain per stabilire e provare la connessione tra l’area geografica di provenienza del prodotto DOP o IGP e la sua qualità, le sue caratteristiche o la sua reputazione.</p>
<p>La seconda funzione considerata riguarda il controllo del­la compliance con i disciplinari di produzione, rispetto alla quale particolare attenzione è riservata alla capacità della blockchain di favorire la collaborazione tra i soggetti coin­volti nelle attività di controllo (produttori, Consorzi di tu­tela, autorità pubbliche e organismi di controllo incaricati dei controlli ufficiali), nonché di consentire l’esecuzione automatica delle relative operazioni attraverso l’imple­mentazione di smart contracts.</p>
<p>La terza funzione osservata è la protezione e tutela dell’In­dicazione Geografica nei mercati; ricordando che le atti­vità di supervisione implementate dai Consorzi di tutela sono addizionali rispetto al sistema di controlli ufficiali, particolarmente interessante in questa sede è la capacità della blockchain di favorire la collaborazione tra Consorzi di tutela e le autorità pubbliche o organismi responsabili dei controlli ufficiali.</p>
<p>La quarta funzione è quella inerente alla valorizzazione, alla promozione e al miglioramento dell’Indicazione Geo­grafica, rispetto alle quali la blockchain agisce soprattutto come leva di comunicazione della qualità e della sostenibi­lità verso il consumatore.</p>
<p>L’analisi condotta sulle diverse funzioni richiamate offre un disegno eterogeneo. Ad esempio, mentre per la costituzio­ne di una nuova Indicazione Geografica il contributo della blockchain appare modesto, con prospettive interessanti soprattutto rispetto alla qualità c.d. reputazionale per le sole IGP, notevoli sono i risultati che emergono con riferi­mento alle funzioni di verifica della conformità ai discipli­nari di produzione e di protezione dell’IG, per le quali la blockchain potrebbe consentire controlli pressoché in tem­po reale. Più cauto, d’altra parte, è il quadro che emerge dal­la ricerca empirica, dove l’insieme delle interviste fornisce scenari diversi: da Consorzi che hanno accantonato l’utiliz­zo della blockchain perché non del tutto convinti dell’utili­tà di questo strumento rispetto ad altri già a disposizione, a Consorzi che hanno invece integrato la tecnologia in un più ambizioso progetto di digitalizzazione della filiera; da Consorzi che, pur riconoscendo la validità della soluzione, sottolineano la difficoltà di prioritizzare queste sperimenta­zioni in assenza di finanziamenti esterni, a Consorzi che ne fanno stabilmente utilizzo ricorrendo al Passaporto Digita­le, soluzione nata dalla collaborazione tra Poligrafico e Zec­ca dello Stato, Fondazione Qualivita e l’ente CSQA.</p>
<blockquote><p><strong>Un rapido sguardo alle interviste</strong></p>
<p><strong>Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP</strong></p>
<p>Il Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP manifesta la volontà di investire nell’innovazione delle pratiche di produzione e dei modelli di mar­keting in risposta ai numerosi cambiamenti am­bientali e climatici, economici e sociali, che l’IGP si trova ad affrontare. Pur riconoscendo che tale innovazione è anche tecnologica, l’esperienza con la blockchain non rientra tra i successi principali del Consorzio che, a seguito di un primo periodo di sperimentazione di una piattaforma blockchain per proteggere l’Arancia Rossa di Sicilia IGP dalla contraffazione, ha interrotto il progetto, attenzio­nando piuttosto soluzioni differenti.</p>
<p><strong>Consorzio Tutela del Pecorino Toscano DOP</strong></p>
<p>Il Consorzio Tutela del Pecorino Toscano DOP di­mostra un fortissimo interesse per l’innovazione e, a tal fine, ricorre spesso alla ricerca scientifica e alla collaborazione con Università e centri di ri­cerca per individuare soluzioni nuove ai principa­li ostacoli che emergono nella governance della DOP. In particolare, il Consorzio ha avviato un più ampio progetto di digitalizzazione della filiera del Pecorino Toscano DOP che, attraverso l’uso della blockchain e di altre soluzioni digitali altamente innovative, consente di tracciare con esattezza la provenienza della materia prima e rafforzare la co­municazione all’interno della filiera.</p>
<p><strong>Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica IGP</strong></p>
<p>Guidato dalla volontà di tutelare tecniche di pro­duzione ancora tradizionali, il Consorzio di Tute­la del Cioccolato di Modica IGP è stato tra i primi utilizzatori del Passaporto Digitale, strumento di anticontraffazione dei prodotti agricoli e alimen­tari, basato su tecnologia blockchain, nato dalla collaborazione tra Poligrafico e Zecca dello Stato, Fondazione Qualivita e l’ente CSQA. La soluzione consente di verificare l’origine e l’autenticità dei dati riportati in etichetta, favorendo lo scambio di informazioni all’interno della filiera e fino al consu­matore finale attraverso l’utilizzo di QR code e app direttamente collegati alla piattaforma blockchain.</p></blockquote>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>La ricerca condotta invita ad una risposta articolata alla research question iniziale. Mentre sul piano teorico la blockchain mostra un evidente potenziale per diverse del­le funzioni affidate ai Consorzi di tutela dal Regolamento UE 2024/1143, che interessa sistemicamente il più ampio concetto di governance delle Indicazioni Geografiche, sul piano pratico tale potenziale rimane ancora largamente inespresso. Il divario tra ciò che la tecnologia potrebbe offrire e l’utilizzo che i Consorzi di tutela italiani ne hanno fatto resta, a oggi, ancora vasto.</p>
<p>Le ragioni di questo scostamento sono molteplici: la ca­renza di risorse economiche per investire nell’adozione di soluzioni blockchain, soprattutto in assenza di finan­ziamenti pubblici o privati dedicati; la mancanza di filiere pienamente digitalizzate, peraltro necessarie al miglior funzionamento di una tecnologia come la blockchain, che si esprime al meglio in combinazione con altri strumenti digitali e postula l’accesso ad una mole elevata di dati di qualità; l’impossibilità, per i Consorzi di tutela, di imporre ai singoli produttori DOP o IGP l’adesione ad una piatta­forma blockchain, che resta volontaria e subordinata alla sensibilità di ciascuno di essi rispetto ai vantaggi che la soluzione digitale promette di realizzare. A ciò si aggiunge un ulteriore profilo, legato alla difficoltà per i Consorzi di conciliare la spinta verso il miglioramento delle prestazio­ni dell’Indicazione Geografica in termini di sostenibilità, anch’essa cristallizzata nel Regolamento UE 2024/1143, con l’utilizzo di una tecnologia che resta estremamente “insostenibile” tanto in termini ambientali, a causa dell’in­gente quantità di energia computazionale necessaria per il suo funzionamento, quanto in termini economici e sociali.</p>
<p>Ciò non significa che i Consorzi siano privi di margini d’a­zione. La ricerca individua alcune possibili leve per favori­re un ricorso volontario ma diffuso alla blockchain, com­presi campagne di comunicazione dedicate ai produttori che scelgono di avvalersi di questa tecnologia, eventuali accordi con autorità pubbliche e organismi incaricati dei controlli ufficiali per alleggerire le verifiche rispetto ai produttori DOP o IGP che registrino le informazioni su blockchain, partnership con università per lo svolgimento di progetti di ricerca inerenti.</p>
<p>In definitiva, la diffusione della blockchain per la governan­ce delle Indicazioni Geografiche sembra dipendere non tanto dal valore intrinseco di questa tecnologia nel settore delle IG – oggi per lo più riconosciuto – ma piuttosto dalla capacità dei Consorzi di tutela di agire quale voce collet­tiva per trainare le proprie Indicazioni Geografiche verso percorsi condivisi di innovazione. Un tema, questo, che po­trebbe essere approfondito estendendo la ricerca ad altre esperienze, nazionali e finanche europee, per verificare se i risultati fin qui raccolti trovino conferma altrove.</p>
<blockquote><p><strong>RIFERIMENTI RICERCA</strong></p>
<p><strong>Titolo</strong></p>
<p>The application of blockchain technology in the agri-food sector. A case for Geographical Indications.</p>
<p><strong>Autore</strong></p>
<ol>
<li>Isidori</li>
</ol>
<p><strong>Fonte </strong></p>
<p>Tesi di dottorato “The application of blockchain technology</p>
<p>in the agri-food sector. A case for Geographical Indications.”</p>
<p>Doctoral course in Blockchain and Distributed Ledger</p>
<p>Technology, Università degli studi di Camerino.</p>
<p>Link: https://pubblicazioni.unicam.it/handle/11581/502956</p>
<p><strong>Abstract </strong></p>
<p>La ricerca si propone di comprendere il ruolo che la tecnologia blockchain potrebbe svolgere nell’ambito delle Indicazioni Geografi­che. Più specificamente, osservando il fenomeno dalla prospettiva dei gruppi di produttori delle IG, piuttosto che da quella dei singoli produttori e delle imprese DOP e IGP, si tenta di capire se la blockchain possa contribuire alla governance delle Indicazioni Geografi­che, rispondendo a una Domanda di ricerca principale: la blockchain può essere proposta e presentata come uno strumento valido nelle mani dei gruppi di produttori per assumere le diverse funzioni che conducono alla governance delle IG? Il lavoro si fonda sulla constatazione che il settore agroalimentare è oggi caratterizzato da un esteso processo di digitalizzazione che, pur assumendo forme diverse e rispondendo a varie funzioni, coinvolge anche la blockchain e la più ampia categoria delle tecnologie a registro distribuito (distributed ledger technologies), le quali trovano infatti terreno fertile di applicazione nelle filiere agroalimentari. Queste affermazio­ni valgono anche per il campo specifico delle Indicazioni Geografiche, un sistema consolidato e solido nel quadro dell’Unione Europea che, tuttavia, sta attualmente attraversando profondi cambiamenti, segnando la necessità di aggiustamento e adattamento del siste­ma. Tali cambiamenti sono legati all’entrata in vigore del nuovo regime normativo europeo per le IG, introdotto dal Regolamento UE n. 2024/1143, ma anche a problematiche note e a nuove sfide che il sistema delle IG e i suoi attori devono affrontare. In risposta a questa esigenza di aggiustamento e adattamento, anche le Indicazioni Geografiche devono iniziare a ragionare in termini di innovazione, la quale, sebbene non esclusivamente tecnologica, coinvolge sicuramente la digitalizzazione. Per la blockchain, questo scenario apre la strada a orizzonti di applicazione nuovi e originali, che si estendono fino a includere il concetto ancora inesplorato di governance delle IG, affidata ai gruppi di produttori attraverso l’attribuzione di compiti più ampi e maggiori responsabilità nei confronti delle proprie Indicazioni Geografiche.</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<ol>
<li>D’Avanzo W., Blockchain e smart contracts per la gestione della filiera agroalimentare, Potenzialità, progetti e problemi dell’internet del valore, in Diritto agroalimentare, 2021, 1</li>
<li>De Luca G., I regimi delle DOP, delle IGP, delle STG e delle indicazioni facoltative di qualità nel Reg. UE 2024/1143, in Le nuove leggi civili commentate, 2025, 2</li>
<li>Ge L., Brewster C., Smeenk A., Spek J., Top J., Blockchain for Agriculture and Food, findings from a pilot study, Wageningen, Wur, 2017</li>
<li>Gernone C., Il ruolo dei soggetti collettivi nel sistema delle Indicazioni Geografiche. Profili di diritto europeo e nazionale, Torino, Giappichelli, 2025</li>
<li>Lucifero N., I gruppi dei produttori nel sistema europeo dei regimi dei prodotti agricoli di qualità, in Le nuove leggi civili commentate, 2025, 2</li>
<li>Malsch M., Empirical Legal Research, in Garcia Blesa J. (a cura di), Contemporary Methods in International Legal Research. Between Legal Interpretivism and Empirical Inquiry, Cham, Springer, 2024</li>
<li>Remotti G., Blockchain Technologies per la filiera agroalimentare, in Alimenta, 2021, 3-4</li>
<li>Ricci L, La tecnologia delle Blockchain: concetti di base, in Navarretta E., Ricci L., Vallini A. (a cura di), Il potere della tecnica e la funzione del diritto: un’analisi interdisciplinare di Blockchain, Vol. I, Torino, Giappichelli, 2021</li>
<li>Tripoli M., Schmidhumber J., Emerging Opportunities for the Application of Blockchain in the Agri-Food Industry, FAO, ICTSD, 2020</li>
</ol>
</blockquote>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-03/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 32 &#8211; 2026/03</strong></a></p>
<div class="entry-content">
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/10/Blockchain-Indicazioni-Geografiche-Consortium-32.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
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		<title>Capitale intellettuale e prossimità geografica: la chiave per la resilienza del settore olivicolo italiano</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/capitale-intellettuale-e-prossimita-geografica-la-chiave-per-la-resilienza-del-settore-olivicolo-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:55:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[governance]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mappando i cluster olivicoli italiani a ridosso delle aree colpite da eventi estremi, la ricerca svela come la cooperazione nei Consorzi di tutela possa difendere il territorio e garantire una maggiore longevità commerciale alle imprese [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/capitale-intellettuale-e-prossimita-geografica-la-chiave-per-la-resilienza-del-settore-olivicolo-italiano/">Capitale intellettuale e prossimità geografica: la chiave per la resilienza del settore olivicolo italiano</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Mappando i cluster olivicoli italiani a ridosso delle aree colpite da eventi estremi, la ricerca svela come la cooperazione nei Consorzi di tutela possa difendere il territorio e garantire una maggiore longevità commerciale alle imprese agrifood</em></p>
<p>L’innovazione agroalimentare rappresenta una risposta strategica ai cam­biamenti climatici, poiché consente di ripensare in modo strutturale il rapporto tra produzione, risorse naturali e società (Modaffari et al., 2023). La transizione verso modelli sostenibili non dipende soltanto dall’introduzione di nuove tecnologie, bensì richiede coordinamento tra istituzioni, ricerca, im­prese e territori. Governi e centri di ricerca possono sostenere questo processo attraverso finanziamenti, sperimentazione e diffusione di nuove soluzioni, ma la capacità di trasformare tali opportunità in pratiche concrete resta condizionata alla struttura delle imprese. Le piccole e medie imprese agroalimentari, spesso caratterizzate da risorse limitate, organizzazioni decentralizzate e ridotta ca­pacità di investimento, incontrano maggiori difficoltà nell’adottare innovazioni tempestive. Questa fragilità diventa particolarmente critica quando gli shock climatici compromettono continuità produttiva, redditività e accesso ai mercati, penalizzando soprattutto le imprese che investono meno in ricerca e apprendi­mento organizzativo (Paoloni et al., 2023). La filiera dell’olio extravergine di oliva è emblematica: siccità, grandinate e instabilità climatica incidono su un prodot­to che non possiede soltanto valore economico, ma incorpora identità, origine geografica, tradizioni e reputazione territoriale (Di Vita et al., 2013). In questo contesto, il capitale intellettuale (CI) assume una funzione centrale. Conoscen­ze, competenze, esperienza, relazioni e valori condivisi possono compensare la scarsità di risorse materiali, favorendo adattamento, innovazione organizzativa e capacità di risposta. Il CI non è quindi una dotazione statica, ma un sistema di­namico attraverso cui la conoscenza viene trasformata, com­binata e applicata alle esigenze emergenti dell’impresa. Le Indicazioni Geografiche rafforzano questo processo perché non operano soltanto come strumenti di certificazione, ma come infrastrutture collettive capaci di aggregare produtto­ri, tutelare saperi locali e costruire obiettivi comuni di quali­tà, resilienza e permanenza sul mercato (Vandecandelaere et al., 2020). Permane tuttavia una carenza di studi empirici sul modo in cui CI, consorzi e prossimità geografica interagisca­no nella filiera olearia. La ricerca affronta tale gap attraverso quattro quesiti relativi all’effetto delle relazioni sulla sopravvi­venza delle imprese, al contributo dei consorzi alla resilienza dei produttori certificati, al ruolo della prossimità geografica e alla capacità di tradizioni e pratiche regionali di generare van­taggio competitivo contro le sfide climatiche. L’analisi utiliz­za 1.827 osservazioni riferite a nove anni e applica tecniche di econometria spaziale. I risultati mostrano che la vicinanza ter­ritoriale favorisce dipendenze positive tra imprese, diffusione di comportamenti simili e formazione di alleanze strategiche, trasformando identità e relazioni locali in strumenti di assorbi­mento degli shock di filiera (Silveira et al., 2018).</p>
<blockquote><p><strong>Chiara Colamartino &#8211; </strong>È assegnista di Ricerca e ha conseguito il Dottorato presso l’Università LUM Giuseppe Degennaro di Casamassima (BA), Italia. La sua ricerca si focalizza sulle alleanze tra aziende e stakeholder per promuovere l’innovazione nella comunità locale, avvalendosi di modelli econometrici avanzati.</p>
<p><strong>Pierluigi Toma &#8211; </strong>Professore Associato di Econometria presso l’Università del Salento. La sua attività scientifica si concentra sull’analisi dell’efficienza e della produttività, sull’economia dell’innovazione e sull’economia dell’istruzione, con particolare attenzione all’applicazione di metodi quantitativi allo studio dei fenomeni economici.</p></blockquote>
<p><strong>Metodologia</strong></p>
<p>La ricerca adotta un approccio quantitativo ed empirico, basato su un’analisi spaziale del settore olivicolo italiano. Il campione comprende 657 imprese attive nella coltivazione di frutti oleosi e nella produzione di oli e grassi, osservate tra il 2013 e il 2022, per un totale di 1.827 osservazioni. I dati economico-finanziari e occupazionali provengono da AIDA Bureau van Dijk, mentre le informazioni su certificazioni e appartenenza a consorzi o cooperative sono state raccolte dai siti web aziendali. Per ciascuna impresa sono state inol­tre rilevate le coordinate geografiche, necessarie per valu­tare la prossimità territoriale. La longevità aziendale è as­sunta come indicatore di resilienza ed è analizzata insieme a variabili riconducibili al capitale relazionale, strutturale e umano, tra cui propensione territoriale alla cooperazione, certificazione, appartenenza a un Consorzio, dipendenti e ricavi. La dipendenza spaziale è stata verificata mediante l’indice di Moran, utile a individuare concentrazioni geogra­fiche e somiglianze tra imprese limitrofe (Anselin, 2002). Sono stati poi confrontati una regressione tradizionale, un modello a errore spaziale e un modello a ritardo spaziale, così da distinguere gli effetti dei fattori territoriali da quel­li prodotti dall’influenza tra imprese vicine (Elhorst e Vega, 2013). Le elaborazioni cartografiche in QGIS sono state infi­ne confrontate con le mappe dell’European Severe Weather Database, per verificare la sovrapposizione tra concentra­zione delle imprese e aree esposte al rischio climatico.</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>L’analisi descrittiva, condotta su 1.827 osservazioni relative a 657 imprese, restituisce l’immagine di un settore fortemente eterogeneo. La longevità media è pari a circa 18 anni, con una mediana di 14 anni, mentre il 75% delle imprese non supera i 25 anni di attività. La dimensione aziendale è generalmente contenuta: il numero medio di dipendenti è 3,4 e la mediana è pari a uno, un dato coerente con la struttura frammentata e con la forte incidenza del lavoro stagionale nel comparto oli­vicolo. Il 32,2% delle osservazioni riguarda imprese aderenti a consorzi e il 13,3% imprese in possesso di una certificazione. Anche la propensione territoriale alla cooperazione risulta limitata, con un valore medio del 3,3%. L’analisi cartografica evidenzia una distribuzione territoriale non casuale, carat­terizzata dalla concentrazione delle imprese in specifici clu­ster. Gli indicatori di prossimità e il test di Moran confermano la presenza di autocorrelazione spaziale: in diversi anni, im­prese con caratteristiche simili tendono a localizzarsi in aree contigue. Questa evidenza giustifica il ricorso a modelli spa­ziali, più adatti della regressione tradizionale a rappresentare relazioni influenzate dalla vicinanza geografica. Le regressio­ni annuali individuano nell’appartenenza a un Consorzio la variabile più stabile e significativa nell’analisi della longevità. Le imprese consorziate mostrano, in media, una maggiore permanenza sul mercato e livelli di ricavo superiori rispetto alle non aderenti. Il Consorzio assume quindi una funzione che va oltre la tutela commerciale, configurandosi come una forma di capitale relazionale capace di favorire la condivi­sione delle conoscenze, il coordinamento delle attività e la risposta collettiva agli shock. Anche i ricavi presentano un’as­sociazione positiva e ricorrente con la continuità aziendale. Il numero di dipendenti risulta invece significativo soltanto in alcuni anni, probabilmente perché i dati di bilancio non rile­vano pienamente il contributo del lavoro stagionale. Come evidenziato nella <strong>Figura 1</strong>, la longevità varia in relazione alla dimensione occupazionale e presenta profili differenti tra im­prese consorziate e non consorziate.</p>
<p>La certificazione mostra un’associazione negativa con l’an­zianità aziendale. Tale risultato non implica necessariamente un effetto sfavorevole, ma potrebbe riflettere una maggiore diffusione delle certificazioni tra imprese più giovani o recen­temente coinvolte in percorsi di qualificazione. La propen­sione generale del territorio alla costituzione di cooperative e consorzi non produce invece effetti costanti. Ciò suggerisce che la resilienza dipenda soprattutto dalla partecipazione effettiva dell’impresa a una rete, più che dalla sola presenza di una cultura cooperativa locale. Il confronto con le mappe climatiche mostra inoltre che numerosi cluster produttivi ricadono in aree esposte a piogge intense, grandinate, vento e altri eventi estremi. La prossimità geografica rappresenta quindi, al tempo stesso, una fonte di rischio condiviso e una condizione favorevole alla costruzione di risposte comuni. In questo contesto, reti e consorzi possono contribuire a raffor­zare la capacità delle imprese di assorbire gli shock climatici e preservare la continuità aziendale, in linea con gli studi sul­le alleanze territoriali nel settore agroalimentare (Silveira et al., 2018; Ardito et al., 2019; Morea et al., 2024). La riduzione delle osservazioni negli anni più recenti, la presenza di dati mancanti e l’assenza di stime per il 2022 impongono tuttavia cautela nell’interpretazione delle evidenze.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>La ricerca evidenzia che il CI, soprattutto nella sua compo­nente relazionale, può rafforzare la resilienza delle imprese olivicole italiane esposte a pressioni climatiche ed economi­che. L’analisi di 1.827 osservazioni relative a 657 imprese, di­stribuite sul territorio nazionale tra il 2013 e il 2022, mostra che la longevità aziendale non dipende soltanto da risorse economiche e dimensionali, ma anche dalla capacità di inse­rirsi in reti territoriali, condividere conoscenze e partecipare a forme organizzate di cooperazione. Il risultato più solido riguarda l’appartenenza ai Consorzi di tutela, associata in modo ricorrente a una maggiore longevità e a migliori livelli di ricavo. Come sintetizzato nella <strong>Figura 2</strong>, il CI rafforza la re­silienza delle PMI olivicole attraverso l’integrazione di capita­le relazionale, strutturale e umano, con l’adesione ai Consorzi di tutela che emerge come il principale fattore associato alla longevità aziendale. Il Consorzio emerge quindi non soltanto come strumento di certificazione e promozione commercia­le, ma come infrastruttura relazionale capace di sostenere apprendimento collettivo, coordinamento e risposta agli shock. Questo esito conferma le ricerche che collegano col­laborazione, condivisione delle informazioni e resilienza alla sopravvivenza delle imprese (Ardito et al., 2019; Cano-Rubio et al., 2021). La generica propensione cooperativa del territo­rio, invece, non produce effetti sempre significativi, sugge­rendo che la cultura locale della cooperazione non è sufficien­te senza un coinvolgimento concreto dell’impresa. L’elevata autocorrelazione spaziale mostra che le imprese vicine ten­dono a presentare comportamenti e risultati simili. La pros­simità geografica agisce in modo ambivalente: aumenta l’esposizione condivisa a eventi estremi, parassiti e scarsità idrica, ma crea anche le condizioni per sviluppare alleanze, scambiare competenze e adottare risposte coordinate. Il ri­sultato è coerente con gli studi che interpretano il territorio come uno spazio di relazioni economiche, sociali e cognitive, nel quale tradizione e innovazione possono rafforzarsi reci­procamente (Silveira et al., 2018; Toma e Laurens, 2024). La sovrapposizione tra cluster di imprese e aree interessate da eventi climatici conferma quindi la natura collettiva della re­silienza. I risultati richiedono tuttavia cautela. La riduzione delle osservazioni negli anni più recenti limita la comparabi­lità temporale e impedisce di stimare i modelli per il 2022. Il numero di dipendenti non rappresenta pienamente il lavoro stagionale, mentre l’associazione tra certificazione e minore anzianità potrebbe dipendere dalla maggiore adesione di im­prese giovani. Anche la longevità è una misura parziale, poi­ché non coglie direttamente capacità innovativa, redditività e adattamento climatico. Le ricerche future potrebbero am­pliare il campione, includere altri comparti e integrare dati economici, climatici e occupazionali, confrontando territori e tipologie di Consorzio. Sul piano pratico, i consorzi posso­no diventare piattaforme per servizi condivisi, monitoraggio climatico e gestione delle emergenze, sostenute da politiche pubbliche capaci di trasformare la prossimità territoriale in una risorsa per la resilienza della filiera olivicola.</p>
<blockquote><p><strong>RIFERIMENTI RICERCA</strong></p>
<p><strong>Titolo</strong></p>
<p>Leveraging intellectual capital for sustainable innovation: a spatial analysis of resilience in the olive oil sector</p>
<p><strong>Autori</strong></p>
<ol>
<li>Colamartino, P. Toma, G. Schiuma</li>
</ol>
<p><strong>Fonte </strong></p>
<p>Journal of Intellectual Capital, 27(1), 35-60. Link: https://doi.org/10.1108/JIC-10-2024-0328</p>
<p><strong>Abstract </strong></p>
<p>Questo studio sul settore dell’olio d’oliva analizza il funzionamento del capitale intellettuale (CI) nel settore agroalimentare, evi­denziandone il contributo all’innovazione. Esplora come l’appartenenza a Consorzi e la vicinanza geografica possano influire sulla longevità delle imprese. Le partnership strategiche relative alle Indicazioni Geografiche nel settore dell’olio d’oliva potrebbero ri­velarsi fondamentali per far fronte ai rischi climatici persistenti e per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Nel corso di nove anni, 1.827 aziende italiane produttrici di olio d’oliva sono state sottoposte ad analisi spaziale per valutare l’impatto della vicinanza fisica sulla formazione di partnership strategiche e sulla condivisione dei rischi climatici all’interno della stessa area. L’analisi spaziale e la mappa degli eventi climatici sono state messe a confronto per valutare l’importanza della collaborazione tra imprese vicine. Lo studio rivela che l’appartenenza al Consorzio per la tutela delle IG mostra una dipendenza spaziale, evidenzian­done l’importanza per la resilienza nel settore agroalimentare. Inoltre, il CI favorisce la crescita sostenibile delle economie rurali, sottolineando come la cooperazione sia un aspetto cruciale della resilienza e dell’innovazione nel settore dell’olio d’oliva.</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<ol>
<li>Anselin, L. (2002), “Under the hood issues in the specification and interpretation of spatial regression models”, Agricultural Economics, Vol. 27 No. 3, pp. 247-267. https://doi.org/10.1111/j.1574-0862.2002.tb00120.x</li>
<li>Ardito, L., Messeni Petruzzelli, A., Pascucci, F. and Peruffo, E. (2019), “Inter-firm R&amp;D collaborations and green innovation value: the role of family firms’ involvement and the moderating effects of proximity dimensions”, Business Strategy and the Environment, Vol. 28 No. 1, pp. 185-197. https://doi.org/10.1002/bse.2248</li>
<li>Cano-Rubio, M., Lombardi, R., Fuentes-Lombardo, G. and Nuñez-Cacho, P. (2021), “Familiness, business strategy and stakeholder engagement: the internationalisation of Spanish olive oil mills”, Business Strategy and the Environment, Vol. 30 No. 8, pp. 4258-4280. https://doi.org/10.1002/bse.2868</li>
<li>Di Vita, G., D’Amico, M., La Via, G. and Caniglia, E. (2013), “Quality perception of PDO extra-virgin olive oil: which attributes most influence Italian consumers?”, Agricultural Economics Review, Vol. 14, pp. 46-58. https://doi.org/10.22004/ag.econ.253544</li>
<li>Elhorst, P. and Vega, S.H. (2013), “On spatial econometric models, spillover effects, and W”, European Regional Science Association Conference Papers, European Regional Science Association, Louvain-la-Neuve.</li>
<li>Modaffari, G., Paoloni, N. and Manzo, M. (2023), “Intellectual capital’s contribution to innovative female agri-start-ups: a multiple case study”, Journal of Intellectual Capital, Vol. 24 No. 6, pp. 1506-1531. https://doi.org/10.1108/JIC-07-2022-0150</li>
<li>Morea, D., Tani, M., Mazzitelli, A. and Basile, G. (2024), “New business model and local governance in supporting social and environmental solutions: a social network analysis to evaluate the Italian local action group’s ‘Terra è Vita’ role”, Socio-Economic Planning Sciences, Vol. 94, Article 101945. https://doi.org/10.1016/j.seps.2024.101945</li>
<li>Paoloni, M., Tutino, M., Paoloni, N. and Santolamazza, V. (2023), “Financing innovation in agri-food industries: an analysis of the Italian micro, small and medium enterprises”, British Food Journal, Vol. 125 No. 13, pp. 183-204. https://doi.org/10.1108/BFJ-04-2022-0342</li>
<li>Toma, P. and Laurens, P. (2024), “Regional development and intellectual capital: unveiling the innovation-tradition dilemma”, Socio-Economic Planning Sciences, Vol. 96, Article 102087. https://doi.org/10.1016/j.seps.2024.102087</li>
</ol>
</blockquote>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-03/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 32 &#8211; 2026/03</strong></a></p>
<div class="entry-content">
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/10/Capitale-intellettuale-e-prossimita-geografica_Consortium-32.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
</div>
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			</item>
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		<title>Indicazioni Geografiche non-agri: la governance come motore dello sviluppo territoriale</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/indicazioni-geografiche-non-agri-la-governance-come-motore-dello-sviluppo-territoriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:54:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[IG non-agri]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.qualivita.it/?p=531584</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una ricerca dell’Università di Torino mostra come la tutela giuridica europea dei prodotti artigianali e industriali produca valore per i territori solo se accompagnata da una governance capace di coordinare imprese, istituzioni e comunità locali [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una ricerca dell’Università di Torino mostra come la tutela giuridica europea dei prodotti artigianali e industriali produca valore per i territori solo se accompagnata da una governance capace di coordinare imprese, istituzioni e comunità locali</em></p>
<p>Ogni territorio custodisce conoscenze produttive che nessun altro luo­go può riprodurre integralmente. Quando tali conoscenze vengono riconosciute, organizzate e condivise, diventano un patrimonio ca­pace di generare valore economico, culturale e sociale. È su questa relazione tra identità, produzione e territorio che si fonda il sistema delle Indicazioni Geografiche, oggi considerato uno degli strumenti più efficaci per valorizzare le eccellenze locali e promuovere uno sviluppo sostenibile basato sulle speci­ficità territoriali.</p>
<p>Nel settore agroalimentare le Indicazioni Geografiche hanno progressiva­mente dimostrato di essere molto più di uno strumento di tutela della pro­prietà intellettuale. Hanno favorito la competitività delle imprese, rafforzato la reputazione delle produzioni di qualità e sostenuto la crescita di filiere ca­paci di integrare sviluppo economico, tutela del patrimonio culturale e valo­rizzazione delle comunità locali. L’esperienza maturata in questo ambito co­stituisce oggi un riferimento importante anche per il comparto artigianale e industriale, chiamato a valorizzare un patrimonio produttivo che rappresenta una delle espressioni più autentiche dell’identità europea.</p>
<p>L’adozione del Regolamento UE 2023/2411 segna un passaggio storico in questa evoluzione. Per la prima volta l’Unione Europea introduce un siste­ma unitario di protezione delle Indicazioni Geografiche per i prodotti arti­gianali e industriali, riconoscendo che manufatti, lavorazioni tradizionali e competenze produttive costituiscono un patrimonio collettivo meritevole di tutela e valorizzazione. Ceramiche, vetro artistico, tes­suti, pietre ornamentali, coltelleria, gioielleria e numero­se altre produzioni potranno beneficiare di uno strumen­to capace di rafforzarne il riconoscimento sui mercati, contrastare le imitazioni e consolidarne il legame con il territorio di origine.</p>
<p>L’introduzione di un nuovo sistema di protezione, tutta­via, pone una questione che va oltre il piano giuridico. Se il riconoscimento dell’origine rappresenta la condizione necessaria per valorizzare un prodotto, esso non è di per sé sufficiente a generare sviluppo territoriale. L’esperienza delle Indicazioni Geografiche dimostra infatti che i risulta­ti dipendono dalla capacità degli attori locali di costruire una visione condivisa, definire regole comuni, coordinare gli investimenti e promuovere il patrimonio territoriale attraverso strategie collettive. In altre parole, se il quadro normativo definisce le regole del gioco, è la qualità della governance a determinarne gli effetti.</p>
<p>In questo scenario si collocano le attività di ricerca svilup­pate, che prendono avvio da una riflessione centrale: pur rappresentando un presupposto essenziale, la tutela giuri­dica non è sufficiente a trasformare il patrimonio produtti­vo in un motore di sviluppo territoriale. È infatti necessario comprendere in che modo imprese, istituzioni e comuni­tà locali riescano a collaborare per generare valore eco­nomico, sociale, culturale e ambientale. In quest’ottica, l’attenzione si sposta dalla dimensione normativa alla sua concreta attuazione, con l’obiettivo di individuare le con­dizioni che consentono alle future Indicazioni Geografiche non-agri di affermarsi come efficaci strumenti di competi­tività, valorizzazione territoriale e sostenibilità.</p>
<p>L’analisi propone quindi una diversa chiave di lettura delle Indicazioni Geografiche artigianali e industriali. Esse do­vrebbero essere considerate come un diritto di proprietà intellettuale supportato da una strategia collettiva di svi­luppo territoriale, nella quale la governance rappresenta l’elemento capace di connettere patrimonio produttivo, identità locale e competitività. In questa prospettiva, la governance costituisce una capacità collettiva attraverso la quale un territorio organizza le proprie risorse, costrui­sce fiducia tra gli attori coinvolti e genera valore condiviso nel lungo periodo seguendo l’insieme delle regole che di­sciplinano una Denominazione. Questa interpretazione of­fre una prospettiva utile alla comunità scientifica, ai futuri soggetti gestori delle Indicazioni Geografiche e ai decisori pubblici chiamati ad accompagnare l’attuazione della nuo­va disciplina europea.</p>
<p>Come evidenziato nella <strong>Figura 1</strong>, il patrimonio manifattu­riero europeo presenta livelli differenti di sviluppo e spe­cializzazione. Questa eterogeneità suggerisce che l’attua­zione del Regolamento UE 2023/2411 richiederà modelli di governance differenziati, capaci di adattarsi alle caratte­ristiche economiche, produttive e istituzionali dei diversi territori.</p>
<blockquote><p><strong>Giovanni Peira &#8211; </strong>Professore Associato presso il Dipartimento di Management “Valter Cantino” dell’Università degli Studi di Torino. La sua attività di ricerca riguarda le Indicazioni Geografiche, fra cui il “Giandujotto di Torino IGP”, il turismo, le supply chain e lo sviluppo territoriale. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali e responsabile scientifico di progetti di ricerca.</p>
<p><strong>Alessandro Bonadonna &#8211; </strong>Professore Ordinario di Scienze Merceologiche presso il Dipartimento di Management “Valter Cantino” dell’Università di Torino. La sua attività di ricerca si concentra sui sistemi di qualità e sulla valorizzazione delle produzioni tipiche e dei territori, anche in ottica di sviluppo territoriale. Da oltre vent’anni svolge attività di ricerca sui regimi europei di qualità e sulle strategie di tutela e valorizzazione delle produzioni legate all’origine geografica.</p></blockquote>
<p><strong>Metodologia</strong></p>
<p>Per rispondere alla Domanda su quali condizioni consen­tano alle future Indicazioni Geografiche non-agri di di­ventare un reale strumento di sviluppo territoriale, è sta­ta implementata una Systematic Literature Review (SLR), metodologia che permette di analizzare in modo rigoro­so e trasparente le conoscenze scientifiche disponibili su uno specifico tema. Diversamente da una revisione tradizionale della letteratura, questo approccio segue un percorso strutturato di selezione, valutazione e interpre­tazione delle evidenze scientifiche, garantendo solidità e affidabilità ai risultati.</p>
<p>L’analisi è stata sviluppata seguendo il protocollo SPAR-4-SLR (Scientific Procedures and Rationales for Systema­tic Literature Reviews). La ricerca bibliografica, condotta nella banca dati internazionale Scopus, ha individuato inizialmente 188 pubblicazioni dedicate alle Indicazioni Geografiche non-agri. Attraverso un processo di selezione fondato su criteri di qualità scientifica, pertinenza e coe­renza con gli obiettivi dello studio, sono stati successiva­mente analizzati 54 articoli sottoposti a revisione tra pari, rappresentativi delle principali esperienze internazionali sul tema.</p>
<p>Lo studio ha quindi ricostruito l’evoluzione della ricerca, confrontando modelli di governance, strumenti di valoriz­zazione territoriale e risultati conseguiti nei diversi conte­sti geografici. L’analisi ha preso in considerazione gli aspet­ti economici e le dimensioni culturali, sociali e ambientali che caratterizzano le Indicazioni Geografiche, consenten­do di coglierne la natura multidimensionale e il loro poten­ziale contributo allo sviluppo sostenibile dei territori.</p>
<p>La ricerca, inoltre, ha individuato i principi comuni che ca­ratterizzano i sistemi più efficaci, comprendendo quali fat­tori favoriscano la capacità delle Indicazioni Geografiche di creare valore nel lungo periodo. In questa prospettiva, la revisione sistematica ha permesso di costruire un quadro interpretativo utile ad approfondire la conoscenza scien­tifica del fenomeno e a offrire indicazioni concrete ai ter­ritori, ai futuri organismi di gestione e ai decisori pubblici chiamati ad attuare la nuova disciplina europea sulle Indi­cazioni Geografiche dei prodotti artigianali e industriali.</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>L’analisi della letteratura evidenzia che le future Indica­zioni Geografiche dei prodotti artigianali e industriali in­troducono una nuova modalità di interpretare il rapporto tra patrimonio produttivo, territorio e competitività, nella quale il valore risiede sia nel prodotto, sia nella capacità del territorio di organizzare e valorizzare le proprie risorse materiali e immateriali. Le esperienze analizzate mostrano infatti che la protezione giuridica costituisce una condizio­ne necessaria, ma non sufficiente, per generare sviluppo.</p>
<p>La semplice registrazione di un’Indicazione Geografica non garantisce automaticamente competitività, innova­zione o crescita economica. Questi risultati dipendono dalla presenza di un sistema di governance capace di co­struire fiducia tra gli attori, coordinare interessi differenti e orientare le strategie di valorizzazione del territorio. In questa prospettiva, la governance può essere considerata l’infrastruttura invisibile delle Indicazioni Geografiche che ne determina la capacità di creare valore nel tempo. La <strong>Fi­gura 2 </strong>sintetizza questo percorso interpretativo, mostran­do come la governance rappresenti il collegamento tra patrimonio territoriale e risultati multidimensionali. At­traverso la capacità di coordinare gli attori locali e di gesti­re i principali equilibri strategici, il patrimonio produttivo può trasformarsi in competitività territoriale sostenibile.</p>
<p>La ricerca evidenzia inoltre che una governance efficace richiede la capacità di gestire alcuni equilibri strategici. Il primo riguarda il rapporto tra tutela dell’autenticità e capacità di innovazione. Proteggere il patrimonio stori­co e culturale rappresenta la ragione stessa dell’Indica­zione Geografica, ma tale obiettivo deve convivere con l’evoluzione delle tecniche produttive, delle esigenze dei mercati e delle aspettative dei consumatori. Il secondo equilibrio interessa il rapporto tra partecipazione ed ef­ficacia decisionale. Coinvolgere produttori, istituzioni e comunità locali rafforza la legittimazione delle scelte e consolida il senso di appartenenza al territorio e, conte­stualmente, richiede anche modelli organizzativi in gra­do di assumere decisioni tempestive e coerenti con gli obiettivi comuni.</p>
<p>L’elemento più significativo che emerge dall’analisi è che la governance non produce effetti limitati alla sfera economi­ca. Quando riesce a coordinare efficacemente gli attori loca­li, essa contribuisce alla conservazione dei saperi tradizio­nali, rafforza l’identità culturale delle comunità, favorisce la cooperazione tra imprese e istituzioni e promuove pratiche produttive orientate alla sostenibilità. La competitività ter­ritoriale diventa così il risultato di un processo collettivo nel quale valore economico, patrimonio culturale, coesione sociale e responsabilità ambientale si rafforzano reciproca­mente. Nel loro insieme, questi risultati suggeriscono una diversa interpretazione delle future Indicazioni Geografi­che non-agri. Esse non rappresentano semplicemente una nuova categoria di diritti di proprietà intellettuale, ma un modello di sviluppo territoriale fondato sulla capacità di trasformare il patrimonio locale in una strategia condivisa di crescita. È proprio questa prospettiva che attribuisce alla governance un ruolo centrale, rendendola il fattore attra­verso cui identità, competenze e relazioni possono tradursi in un vantaggio competitivo durevole.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>L’entrata in vigore del Regolamento UE 2023/2411 ha inau­gurato una nuova fase per la tutela e la valorizzazione delle produzioni artigianali e industriali europee. Per la prima volta, il patrimonio manifatturiero entra a pieno titolo nel sistema europeo delle Indicazioni Geografiche, aprendo opportunità inedite per rafforzare la competitività dei ter­ritori attraverso la valorizzazione delle loro competenze, tradizioni e identità produttive.</p>
<p>La ricerca evidenzia tuttavia che il riconoscimento giuridico rappresenta soltanto il punto di partenza. La capacità di ge­nerare sviluppo dipenderà dalla qualità della governance che accompagnerà l’attuazione del nuovo sistema. La definizione dei disciplinari, la registrazione delle denominazioni e la pro­tezione di un nome geografico dovranno essere supportate dalla costruzione di organizzazioni capaci di coordinare gli attori locali per affrontare i principali trade-off strategici e trasformare il patrimonio territoriale in una risorsa condivisa per lo sviluppo economico, sociale, culturale e ambientale.</p>
<p>Questa prospettiva assume particolare rilevanza per l’in­sieme degli attori coinvolti nell’attuazione della nuova disciplina europea. Produttori, associazioni di categoria, Camere di Commercio, enti territoriali e futuri organismi di gestione saranno infatti chiamati ad amministrare un sistema di certificazione e a promuovere forme di coordi­namento e di governance capaci di sostenere una strategia di sviluppo condivisa, nella quale tutela del patrimonio produttivo, innovazione e sostenibilità si integrino in un quadro unitario di valorizzazione territoriale.</p>
<p>L’introduzione delle Indicazioni Geografiche per i prodotti artigianali e industriali apre, inoltre, nuove prospettive di ricerca per la comunità scientifica. L’analisi dei modelli di governance, delle dinamiche di cooperazione tra gli sta­keholder e dei relativi effetti derivanti dall’applicazione del nuovo regime di tutela rappresenta uno dei principali am­biti di approfondimento per gli studi futuri. In questa pro­spettiva, le Indicazioni Geografiche non-agri costituiscono un contesto privilegiato per osservare come i processi di azione collettiva e di governance territoriale possano con­tribuire a trasformare le risorse identitarie locali in fattori di competitività sostenibile. Ne consegue che il valore di un’Indicazione Geografica, oltre a fornire una protezione giuridica del prodotto, si estende alla capacità degli attori locali di costruire un sistema di governance condiviso, va­lorizzando il patrimonio territoriale e orientando le risorse materiali e immateriali verso percorsi di sviluppo sosteni­bile e duraturo.</p>
<blockquote><p><strong>RIFERIMENTI RICERCA</strong></p>
<p><strong>Titolo </strong></p>
<p>Nonfood Geographical Indications as Collective Sustainability Strategies: Governance as a Strategic Capability for Territorial Competitive Advantage</p>
<p><strong>Autori </strong></p>
<ol>
<li>Peira, A. Bonadonna</li>
</ol>
<p><strong>Fonte </strong></p>
<p>Business Strategy and the Environment, 2026.</p>
<p>Link: https://doi.org/10.1002/bse.71040</p>
<p><strong>Abstract </strong></p>
<p>Le Indicazioni Geografiche non-agri stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante come strumenti di sviluppo territoriale soste­nibile, capaci di trasformare il patrimonio culturale e produttivo in un vantaggio competitivo durevole. Nonostante la crescente at­tenzione verso le produzioni artigianali e industriali, la letteratura scientifica ha finora privilegiato gli aspetti giuridici e normativi, dedicando minore attenzione al ruolo della governance come fattore strategico di valorizzazione dei territori.</p>
<p>La ricerca affronta questo tema attraverso una Systematic Literature Review condotta secondo il protocollo SPAR-4-SLR, analiz­zando 54 studi scientifici internazionali dedicati alle Indicazioni Geografiche non-agri. L’analisi consente di individuare i principali modelli di governance, le dinamiche di coordinamento tra gli attori territoriali e gli effetti economici, sociali, culturali e ambientali associati ai diversi sistemi di gestione.</p>
<p>I risultati evidenziano che le Indicazioni Geografiche non-agri non rappresentano esclusivamente strumenti di tutela della pro­prietà intellettuale, ma vere e proprie strategie collettive di sviluppo territoriale. La governance emerge come la capacità attraverso cui i territori organizzano risorse, competenze e relazioni, trasformando il patrimonio locale in competitività sostenibile. Lo studio individua inoltre due principali equilibri strategici che caratterizzano tali sistemi: il rapporto tra tutela dell’autenticità e capacità di innovazione e quello tra partecipazione degli attori ed efficacia dei processi decisionali.</p>
<p>La ricerca propone infine un framework interpretativo che colloca la governance al centro delle relazioni tra patrimonio territoriale e risultati multidimensionali, offrendo un contributo teorico agli studi sulle Indicazioni Geografiche e indicazioni operative per i territori e i decisori pubblici impegnati nell’attuazione del nuovo sistema europeo di protezione delle Indicazioni Geografiche dei prodotti artigianali e industriali.</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale </strong></p>
<ol>
<li>Barney, J. (1991). Firm resources and sustained competitive advantage. Journal of Management, 17(1), 99–120.</li>
<li>Belletti, G., Marescotti, A., &amp; Touzard, J.M. (2017). Geographical indications, public goods and sustainable development. In: Vandecandelaere E. et al. (Eds.), Strengthening Sustainable Food Systems through Geographical Indications. FAO.</li>
<li>European Union (2023). Regolamento UE 2023/2411 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 ottobre 2023 relativo alla protezione delle Indicazioni Geografiche per i prodotti artigianali e industriali.</li>
<li>EUIPO (2024). Craft and Industrial Geographical Indications – Potential Products in the European Union. European Union Intellectual Property Office.</li>
<li>Gangjee, D. (2012). Relocating the Law of Geographical Indications. Cambridge University Press.</li>
<li>Paul, J., Lim, W.M., O’Cass, A., Hao, A.W., &amp; Bresciani, S. (2021). Scientific Procedures and Rationales for Systematic Literature Reviews (SPAR-4-SLR). International Journal of Consumer Studies, 45(4), O1–O16.</li>
<li>Peira, G., Arnoldi, S., &amp; Bonadonna, A. (2025). Non-Food Geographical Indications in the European Union: Comparative Indicators, Cluster Typologies, and Policy Scenarios Under Regulation (EU) 2023/2411. Sustainability, 17, 9055.</li>
<li>Teece, D.J., Pisano, G., &amp; Shuen, A. (1997). Dynamic capabilities and strategic management. Strategic Management Journal, 18(7), 509–533.</li>
<li>WIPO (2025). World Intellectual Property Indicators 2025. World Intellectual Property Organization.</li>
</ol>
</blockquote>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-03/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 32 &#8211; 2026/03</strong></a></p>
<div class="entry-content">
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/10/IG-non-agri_Consortium32.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/indicazioni-geografiche-non-agri-la-governance-come-motore-dello-sviluppo-territoriale/">Indicazioni Geografiche non-agri: la governance come motore dello sviluppo territoriale</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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		<item>
		<title>L’impatto della comunicazione della Mozzarella di Bufala Campana DOP: analisi e risultati pre-post campagna</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/limpatto-della-comunicazione-della-mozzarella-di-bufala-campana-dop-analisi-e-risultati-pre-post-campagna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:52:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[MARKETING]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le ricerche realizzate per il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP misurano l’impatto della nuova campagna su emozioni, attenzione e coinvolgimento e mostrano una crescita di ricordo, distintività della DOP, acquisto e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/limpatto-della-comunicazione-della-mozzarella-di-bufala-campana-dop-analisi-e-risultati-pre-post-campagna/">L’impatto della comunicazione della Mozzarella di Bufala Campana DOP: analisi e risultati pre-post campagna</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le ricerche realizzate per il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP misurano l’impatto della nuova campagna su emozioni, attenzione e coinvolgimento e mostrano una crescita di ricordo, distintività della DOP, acquisto e intenzione d’acquisto</em></p>
<p>Nella comunicazione dei prodotti a Indicazione Geografica il prodotto deve essere riconosciuto, ricordato e associato a un insieme coeren­te di significati, tra cui origine, autenticità, qualità e appartenenza territoriale. Nel caso di una DOP, la comunicazione ha inoltre un compito specifico: rendere comprensibile al consumatore ciò che distingue il pro­dotto tutelato da una categoria merceologica più ampia.</p>
<p>La campagna televisiva sulle reti tv Mediaset del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP offre un caso particolarmente interes­sante perché consente di osservare questo processo su più livelli. La crea­tività, realizzata dalla direzione Branded &amp; Video Production di Publitalia ’80, è stata sottoposta, da un lato, a un’analisi emotiva finalizzata a misura­re la risposta del pubblico di fronte alle immagini dello spot e, dall’altro, a una ricerca pre-post campagna destinata a verificare ricordo, gradimento, percezione dei contenuti e alcuni indicatori di comportamento.</p>
<p>Le due prospettive rispondono a domande diverse ma complementari.</p>
<p>La prima chiede che cosa accade durante la visione: il contenuto riesce a catturare l’attenzione? Quale risposta emotiva produce? Quanto è intenso il coinvolgimento?</p>
<p>La seconda guarda invece a ciò che rimane dopo l’esposizione: la campagna viene ricordata? È ritenuta efficace? Rafforza la conoscenza della Denomi­nazione e dei suoi valori distintivi? Modifica, almeno a livello dichiarato, la considerazione del prodotto?</p>
<blockquote><p><strong>Tiziana Morandi</strong> &#8211; Direttore Marketing Research &amp; Insight – Publitalia ’80</p>
<p><strong>Giacomo Fusina</strong> &#8211; AD – Human Highway</p>
<p><strong>Andrea Sempi</strong> &#8211; Co-founder &amp; CMO – Emotiva</p></blockquote>
<p>Il punto di partenza metodologico della ricerca emotiva è l’analisi dei micromovimenti del volto. Le espressioni facciali vengono scomposte in Action Units (AU), cioè unità di movimento corrispondenti all’attività di un sin­golo muscolo o di gruppi muscolari. L’impianto teorico dichiarato nel documento si richiama agli studi di Paul Ekman e al Facial Action Coding System (FACS).</p>
<p>Il presupposto è che la dinamica delle espressioni fac­ciali possa offrire una misura osservabile della risposta emotiva a uno stimolo audiovisivo. Nel materiale della ricerca viene ricordato che il volto umano coinvolge 43 muscoli e che i micro-movimenti possono essere rilevati in tempi molto brevi.</p>
<p>Questo approccio è particolarmente interessante ap­plicato alla pubblicità perché consente di separare con­cetti che nel linguaggio comune tendono a coincidere. L’attenzione indica, nella ricerca, un comportamento osservabile lungo l’intera durata del contenuto; non equivale quindi automaticamente a un’emozione. L’en­gagement, invece, viene definito come l’attivazione e l’intensità emotiva provata durante la visione. Infine, il Global Index sintetizza le metriche considerate e colloca l’impatto della creatività lungo una scala che distingue livelli bassi, medi e alti.</p>
<p>Nel caso della Mozzarella di Bufala Campana DOP, la cre­atività punta esplicitamente su emozione, riconoscibili­tà e territorio. Il racconto televisivo utilizza un motivo musicale facilmente memorizzabile, il “La, La, La” ispira­to a una canzone classica napoletana e interpretato dalla testimonial Serena Autieri, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il posizionamento del prodotto, la sua auten­ticità e il legame con il territorio.</p>
<p>La ricerca pre-post permette poi di verificare se questa scelta creativa trovi un riscontro negli indicatori di co­municazione. La notorietà della Mozzarella di Bufala Campana DOP era già elevata prima della campagna, ma il confronto consente di osservare se la comunicazione abbia rafforzato non soltanto la presenza mentale del prodotto, ma anche la sua distintività rispetto alla moz­zarella di bufala generica e la comprensione del signifi­cato della sigla DOP.</p>
<p>Il dato più rilevante, in questo senso, è che il confronto non si ferma alla notorietà: considera anche acquisto di­chiarato, intenzione d’acquisto e associazioni di imma­gine. La lettura congiunta delle due ricerche suggerisce quindi un percorso articolato: dalla risposta immediata alla creatività alla permanenza del messaggio nella me­moria; dalla valutazione dello spot alla percezione del­la DOP; dalla percezione fino a indicatori dichiarati di comportamento.</p>
<p>È proprio questa continuità tra dimensione emotiva, co­gnitiva e comportamentale a rendere il caso della Moz­zarella di Bufala Campana DOP particolarmente utile per riflettere sul ruolo della comunicazione nel sistema delle Indicazioni Geografiche.</p>
<p><strong>Metodologia</strong></p>
<p>Le due ricerche hanno utilizzato metodologie differenti e complementari.</p>
<p>La Ricerca Emotiva, realizzata da Emotiva per conto di Publitalia ’80, ha analizzato la risposta alla visione del long video della campagna su un campione di 144 adulti responsabili di acquisto, con rilevazione effettuata dal 27 al 29 maggio 2026. La risposta emotiva è stata osservata attraverso l’analisi automatizzata dei micromovimenti facciali codificati in Action Units. La metodologia consi­dera tre dimensioni principali: attenzione, engagement e andamento delle emozioni. L’attenzione è calcolata come media del livello osservato lungo tutta la durata del con­tenuto; l’engagement rappresenta invece l’attivazione e l’intensità emotiva. Il Global Index costituisce la sintesi complessiva delle metriche analizzate.</p>
<p>La ricerca pre-post campagna è stata realizzata da Human Highway per conto di Publitalia ’80 con metodo CAWI (Computer-Assisted Web Interviewing) su responsabili di acquisto residenti in Italia. La wave PRE comprende 672 casi, intervistati dal 2 al 6 maggio 2026, mentre la wave POST comprende 807 casi, intervistati dal 7 all’11 giugno 2026. L’universo rappresentato è indicato nel documen­to come pari a 24,4 milioni di responsabili di acquisto. La ricerca ha misurato ricordo della campagna, gradimento, percezione della creatività, awareness, consideration e alcuni indicatori relativi alla conoscenza e attribuzione del marchio DOP.</p>
<p>I dati pre e post vanno letti come confronto tra due rile­vazioni, non come misurazione degli stessi individui nel tempo. Inoltre, le variazioni descritte sono da interpreta­re come differenze osservate tra le due wave.</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>Il primo elemento che emerge è l’elevata capacità della creatività di mantenere il pubblico sul contenuto. L’atten­zione raggiunge il 74%, tre punti sopra il benchmark del 71%. Il dato, preso isolatamente, indica un livello alto, ma il risultato più netto arriva dall’engagement: il coinvol­gimento raggiunge l’89%, contro un benchmark del 65%, con livelli che restano superiori alla media lungo l’intera durata del contenuto. La distanza dal benchmark è quindi di 24 punti percentuali, molto più ampia di quella osser­vata per la sola attenzione. La dinamica delle emozioni completa il quadro. La ricerca segnala una netta prevalen­za della gioia, accompagnata dalla sorpresa, e una buona alternanza e intensità delle emozioni. Questa caratteristi­ca viene interpretata come un fattore favorevole al coin­volgimento. Il Global Index arriva così al 90%, contro una media di riferimento del 68%, collocandosi nella fascia definita di alto impatto (<strong>Figura 1</strong>).</p>
<p>La seconda ricerca mostra che questa risposta non rima­ne confinata al momento della visione. Tra gli esposti, il ricordo della campagna raggiunge il 63%, otto punti so­pra il benchmark del 55%. Anche il gradimento è elevato: tra i ricordanti il voto medio è 8,0/10, rispetto a un ben­chmark di 7,7, e l’83,4% attribuisce allo spot un voto al­meno pari a 7. La qualità percepita della creatività risulta coerente con gli obiettivi di comunicazione del Consor­zio. L’86,5% dei ricordanti concorda sul fatto che lo spot comunichi bene il legame con il territorio di origine e trasmetta l’idea di un prodotto genuino; l’86,2% associa la creatività alla freschezza della mozzarella. L’84,6% di­chiara che la comunicazione ha trasmesso che l’originale Mozzarella di Bufala è DOP. Seguono la percezione della consistenza tipica, l’autenticità, la piacevolezza e la me­morabilità. Anche l’item specificamente riferito all’im­patto raggiunge il 77,8% di accordo, contro circa il 70% del valore di riferimento.</p>
<p>Un aspetto particolarmente importante per una cam­pagna di una DOP riguarda però ciò che avviene oltre il gradimento creativo. Sul piano della consideration, l’ac­quisto dichiarato della Mozzarella di Bufala Campana nell’ultimo mese passa dal 27,9% al 32,7%, con una cresci­ta di 4,8 punti percentuali, pari al +17,2% nel confronto post-pre (<strong>Figura 2</strong>). L’intenzione di acquisto esclusiva passa invece dal 40,3% al 43,8%, +3,5 punti percentuali, corrispondenti al +8,7%. Il cambiamento più interessante sul piano dell’identità di prodotto riguarda infine la DOP.</p>
<p>La conoscenza della Mozzarella di Bufala Campana era già molto alta, mantenendosi su valori compresi tra l’85,0% e l’86%. Più significativo appare invece il miglioramento della capacità di distinguere il prodotto e comprendere il ruolo della certificazione. Nel riconoscimento spontaneo del logo, la quota di chi dichiara di averlo visto e di sapere cosa significa cresce dal 28,4% al 34,6%, una variazione ri­portata nella ricerca come +21,8% (<strong>Figura 3</strong>).</p>
<p>La corretta attribuzione della certificazione alla Mozza­rella di Bufala Campana passa dal 60,1% al 63,5%, con +3,4 punti percentuali e +5,7% nel confronto relativo.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Il caso della Mozzarella di Bufala Campana DOP mostra come la valutazione di una campagna possa diventare più completa quando si mettono in relazione indicatori dif­ferenti. L’attenzione dice che il contenuto viene seguito; l’analisi emotiva aggiunge informazioni sulla qualità e sull’intensità della risposta; il ricordo verifica la capacità della comunicazione di lasciare una traccia; gli indicato­ri di immagine mostrano quali associazioni rimangono; consideration e acquisto permettono infine di osservare se la comunicazione accompagna il pubblico verso una maggiore disponibilità a scegliere il prodotto.</p>
<p>Nel caso analizzato, la sequenza è coerente. La creatività registra 74% di attenzione, 89% di engagement e 90% di Global Index, con una componente emotiva caratterizza­ta soprattutto dalla gioia. A valle, la campagna raggiunge un 63% di ricordo, supera il benchmark di gradimento con un voto medio di 8,0 e ottiene livelli superiori all’80% su molti degli attributi strategici dello spot. Nel confronto pre-post, inoltre, aumentano l’acquisto dichiarato, l’in­tenzione di acquisto e la corretta comprensione della DOP. Questa convergenza è interessante anche dal punto di vista della comunicazione delle Indicazioni Geografi­che. Una DOP deve contemporaneamente costruire de­siderabilità e rendere riconoscibile una promessa di au­tenticità che non è soltanto pubblicitaria, ma è legata alla Denominazione e alle sue regole. Nel caso della Mozzarel­la di Bufala Campana, i dati suggeriscono che la campa­gna è riuscita a tenere insieme questi due piani: da un lato ha costruito una risposta emotiva positiva, dall’altro ha rafforzato la capacità del pubblico di associare il prodot­to al territorio, all’autenticità e alla certificazione DOP.</p>
<p>Il risultato più interessante non è dunque il singolo 90% del Global Index, né il solo +17,2% dell’acquisto dichiara­to. È piuttosto la coerenza tra i livelli della risposta. L’e­mozione facilita il coinvolgimento; il coinvolgimento contribuisce alla memorabilità; la memorabilità si ac­compagna a una valutazione positiva della creatività; la comunicazione, nel confronto pre-post, si associa a un rafforzamento di distintività, consideration e indicatori relativi alla DOP. La sintesi finale della ricerca descrive una campagna efficace lungo l’intera catena degli obiet­tivi: emozioni positive, attenzione, ricordo, gradimento, distintività DOP e stimolo all’acquisto.</p>
<p>Infine, il caso Mozzarella di Bufala Campana dimostra che, anche per le DOP, la comunicazione efficace non consiste semplicemente nel “farsi vedere”. Significa tra­sformare la visibilità in attenzione, l’attenzione in coin­volgimento, il coinvolgimento in memoria e la memoria in riconoscibilità e scelta. In questa prospettiva, la ricer­ca presentata dal Consorzio mostra come la scienza dei comportamenti possa diventare uno strumento concreto per valutare e progettare la comunicazione delle Indica­zioni Geografiche.</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-03/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 32 &#8211; 2026/03</strong></a></p>
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		<title>I Consorzi di tutela motore delle Indicazioni Geografiche</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/i-consorzi-di-tutela-motore-delle-indicazioni-geografiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 13:43:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Consorzi di tutela]]></category>
		<category><![CDATA[INDICAZIONI GEOGRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[LEGISLAZIONE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più rappresentanza, più responsabilità, più strumenti: il nuovo decreto del Masaf consolida il ruolo sempre più centrale dei Consorzi nello sviluppo delle filiere DOP e IGP e dei territori Il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Più rappresentanza, più responsabilità, più strumenti: il nuovo decreto del Masaf consolida il ruolo sempre più centrale dei Consorzi nello sviluppo delle filiere DOP e IGP e dei territori</em></p>
<p>Il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste in data 3 giugno 2026 ha emanato il Decreto Ministeriale n. 264637. Il prov­vedimento reca “disposizioni generali in materia di costituzione e ricono­scimento dei Consorzi di tutela per le Denominazioni di Origine Protette e le Indicazioni Geografiche Protette dei prodotti agricoli e alimentari ai sensi del Regolamento (UE) n. 2024/1143 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 aprile 2024”.</p>
<p>Il testo normativo ribadisce e rafforza il ruolo centrale svolto dai Consorzi nel sistema italiano delle Indicazioni Geografiche, ottimizzando la discipli­na riguardante le attività più tradizionali, nonché attribuendo loro alcune funzioni nuove e di estrema attualità.</p>
<blockquote><p><strong>Alberto Improda</strong><br />
Avvocato, Docente e Saggista. Managing Partner di Studio Legale Improda – Avvocati Associati. Professore di Innovation Management all’Istituto Universitario ISIA. Presidente di Fondazione Città Italia e del Centro Studi Cross Route Impresa. Membro del Board dell’ESG European Institute e del Comitato ESG di REAM SGR, Gruppo Intesa Sanpaolo. Autore di vari saggi, tra i quali Italian Soul, Il Design Crisalide e La Rotta dei Brand.</p></blockquote>
<p><strong>Rafforzamento della governance: riconoscimento e rappresentanza</strong></p>
<p>Novità significative sono introdotte dal Decreto sui requisiti per il ricono­scimento dei Consorzi (Articolo 7) e sui criteri di rappresentanza all’inter­no degli organi sociali (Articolo 11). Le relative disposizioni, esplicitamente improntate ai principi di trasparenza, equilibrio e partecipazione, prevedo­no soglie differenziate per specifiche filiere, allo scopo di garantire un ra­gionevole equilibrio tra le diverse categorie della filiera produttiva. Dette norme delineano una cornice giuridica di carattere indispensabile, al fine di assicurare al sistema una governance moderna, capace di rappresentare correttamente la complessità delle filiere e di sostenere decisioni strategi­che condivise.</p>
<p><strong>Modelli consortili pluridenominazione</strong></p>
<p>Di particolare interesse appare l’Articolo 9, che prevede la possibilità di costituire un unico Consorzio per più In­dicazioni Geografiche, anche appartenenti a filiere pro­duttive differenti. La norma favorisce l’aggregazione dei produttori e degli operatori, nel tentativo di superare storiche e anacronistiche frammentazioni, per costruire modelli consortili più forti, efficienti e stabili, sempre tutelando l’autonomia decisionale di ciascuna denomi­nazione. Si tratta di una disposizione largamente condivi­sibile, finalizzata a consentire anche alle denominazioni organizzativamente meno robuste di dotarsi di strumenti di rappresentanza efficaci e rispondenti alle esigenze dei mercati.</p>
<p><strong>Ridefinizione delle funzioni dei Consorzi</strong></p>
<p>Particolare rilievo sistematico, nel corpo normativo, è ri­vestito dall’Articolo 17, che compie un&#8217;ampia ricognizio­ne riepilogativa delle molteplici funzioni attribuite agli enti consortili, comprese quelle di tutela e protezione, con utili specifiche al riguardo sub 2b, 2i), 3d).</p>
<p>L’Articolo 18, inoltre, coordina e armonizza le previsioni concernenti la fondamentale attività di vigilanza svolta dai Consorzi, in collaborazione e sotto il coordinamento dell’ICQRF.</p>
<p>Tra le varie attribuzioni conferite ai Consorzi rientra, ai sensi dell’Articolo 19, la gestione dell’utilizzo delle deno­minazioni nei prodotti composti, elaborati o trasformati, attraverso il rilascio di autorizzazioni e la tenuta di elen­chi degli operatori autorizzati.</p>
<p>Gli aspetti più innovativi del Decreto sono enunciati nell’ultimo punto della parte introduttiva, secondo il quale si è “ritenuto necessario introdurre norme per la gestione della DOP o IGP da parte del Consorzio di tute­la, in particolare relative alle modalità di predisposizione di regolazione dell’offerta, delle buone pratiche di soste­nibilità ambientale, sociale ed economica connesse alla produzione della DOP o IGP, nonché la procedura per atti­vare la promozione del turismo collegato alla DOP o IGP”.</p>
<p><strong>Regolazione dell&#8217;offerta</strong></p>
<p>Per quanto concerne la predisposizione e la regolazione dell’offerta, terreno da sempre scivoloso anche sul ver­sante Antitrust, il provvedimento interviene sull’argo­mento con approccio pragmatico e innovativo. L’Artico­lo 21, in particolare, introduce la possibilità di proporre misure finalizzate a migliorare la programmazione pro­duttiva, l’equilibrio dei mercati, la valorizzazione delle produzioni e la trasparenza del sistema di offerta, nel rispetto delle norme sulla concorrenza, fermo restando, come si legge al numero 3, che l’attività dei Consorzi “non può comportare il controllo dei prezzi, né restringere in­debitamente la libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione europea”. Letteralmente, al numero 2, la di­sposizione prevede l’introduzione di piani finalizzati “a migliorare la programmazione produttiva, l’equilibrio di mercato, la valorizzazione del prodotto e la trasparenza del sistema di offerta, nel rispetto dei principi di propor­zionalità, non discriminazione e libera concorrenza”.</p>
<p><strong>Sostenibilità e Turismo DOP</strong></p>
<p>Riguardo alle nuove competenze in materia di sostenibi­lità e turismo legato alle Indicazioni Geografiche, i Con­sorzi potranno promuovere iniziative ambientali, sociali ed economiche coerenti con i disciplinari di produzione e con i territori di riferimento, oltre a definire linee guida per lo sviluppo del turismo enogastronomico.</p>
<p>L’Articolo 22, al numero 4, chiarisce “a titolo esemplifi­cativo e non esaustivo” che “il Consorzio di tutela può promuovere pratiche di produzione rispettose dell’am­biente, incentivando l’adozione di tecniche agronomi­che sostenibili, il risparmio idrico, la conservazione delle risorse naturali, l’efficienza energetica, la biodiversità agraria, la riduzione degli sprechi lungo la filiera produt­tiva, la riduzione delle emissioni e l’economia circolare all&#8217;interno della filiera”.</p>
<p>La medesima disposizione, al successivo numero 5, sot­tolinea: “Il Consorzio di tutela può adottare delle linee di indirizzo che abbiano a oggetto lo sviluppo del turismo gastronomico nella zona geografica pertinente della IG, e la promozione della conoscenza del prodotto e delle sue caratteristiche qualitative, del suo legame con l’ambien­te, della sua storia e del valore aggiunto territoriale che esso esprime”.</p>
<p><strong>Il Consorzio come perno del sistema italiano</strong> <strong>delle Indicazioni Geografiche</strong></p>
<p>Il Decreto, in buona sostanza, letto nel suo complesso, appare come una vera e propria investitura dei Consor­zi quali elementi cardine del sistema Italia, insostituibili strumenti preposti alla promozione, alla tutela e alla va­lorizzazione delle nostre eccellenze agroalimentari. Lo scopo ultimo del provvedimento, in altri termini, è quello di rendere i Consorzi soggetti sempre più forti, moderni ed efficienti, al fine di poter operare in modo efficace e adempiere in pieno alle diverse e fondamentali funzioni delle quali risultano insigniti.</p>
<p>Possiamo conclusivamente dire che ci troviamo dinanzi a un passaggio di portata storica, uno snodo di cruciale im­portanza nell’ambito dei grandi cambiamenti in atto nel contemporaneo, nello specifico comparto dell’agricoltu­ra e con riferimento all’economia a tutto tondo.</p>
<p>Giova ricordare, per coglierne meglio il significato, al­cuni passaggi del Considerando 19 del Regolamento 2024/1143: “I produttori che agiscono collettivamente hanno maggiori poteri rispetto ai singoli produttori e si assumono la responsabilità collettiva di gestire le loro In­dicazioni Geografiche, anche rispondendo alle esigenze della società rivolte a prodotti che sono il risultato di una produzione sostenibile. Analogamente, l’organizzazio­ne collettiva dei produttori di un prodotto designato da un’Indicazione Geografica può garantire meglio un’equa distribuzione del valore aggiunto tra gli attori della cate­na di approvvigionamento, al fine di fornire un reddito equo ai produttori che copra i loro costi e consenta loro di investire ulteriormente nella qualità e nella sostenibilità dei loro prodotti. L’uso delle Indicazioni Geografiche ri­compensa i produttori in modo equo per il loro impegno nel produrre una gamma diversificata di prodotti di qua­lità. Al tempo stesso, ciò può andare a vantaggio dell’eco­nomia rurale, in particolare nelle zone soggette a vincoli naturali o ad altri vincoli specifici, come le zone montane e le regioni remote, comprese le regioni ultraperiferiche, dove il settore agricolo ha un peso economico notevole e i costi di produzione sono elevati”.</p>
<p>Il Decreto 264637/26, in estrema sintesi, riconosce e abi­lita i Consorzi quali protagonisti di una sfida al tempo stesso fortemente pragmatica ed estremamente alta. Le organizzazioni dei produttori, infatti, vengono investite della responsabilità di creare nell’immediato sviluppo per imprese e territori, contemporaneamente ponendo più ad ampio raggio le basi per un domani di progresso e di equità.</p>
<p>Fonte: <strong><a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-02/" target="_blank" rel="noopener">Consortium n° 31 &#8211; 2026/02</a></strong></p>
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/07/I-Consorzi-di-tutela-motore-delle-Indicazioni-Geografiche_Consortium-31.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L&#8217;ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
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		<title>Il settore vinicolo in Italia: stato dell’arte e contesto competitivo</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/il-settore-vinicolo-in-italia-stato-dellarte-e-contesto-competitivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 13:40:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[#DopEconomy]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[Produzione vitivinicola]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Report 2026 dell’Area Studi Mediobanca offre una lettura delle performance delle principali imprese del settore e delle trasformazioni che stanno interessando mercati, consumi e modelli organizzativi Le imprese vitivinicole nazionali si muovono all’interno di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/il-settore-vinicolo-in-italia-stato-dellarte-e-contesto-competitivo/">Il settore vinicolo in Italia: stato dell’arte e contesto competitivo</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Report 2026 dell’Area Studi Mediobanca offre una lettura delle performance delle principali imprese del settore e delle trasformazioni che stanno interessando mercati, consumi e modelli organizzativi</em></p>
<p>Le imprese vitivinicole nazionali si muovono all’interno di un contesto complesso e denso di incognite. Vi concorrono il calo dei consumi e il cambiamento delle preferenze, indotti dal ricambio generazionale e dal diffondersi di modelli salutistici. A ciò si aggiunge la crisi climatica che sta trasformando la geografia della produzione di uva. Senza dimenticare temi contingenti che influiscono sui mercati di sbocco. Se le sfide sono molteplici, altrettante sono le leve per affrontarle. La debolezza della domanda può esse­re mitigata dall’ingresso in mercati ancora poco esplorati, dalla rimodulazione di formati e canali e, soprattutto, da una maggiore diversificazione dell’offer­ta grazie all’innovazione di prodotto e di processo, con lo spostamento verso prodotti complementari o categorie no/low alcol. La spiccata eterogeneità del sistema produttivo nazionale, legata a specificità di prodotto, segmento e ter­ritorio, trova corredo in una molteplicità di strutture organizzative e modelli di governance che, da ultimo, si riverberano anche nelle performance aziendali.</p>
<blockquote><p><strong>Oriana Romeo</strong><br />
Senior Economist dell’Area Studi Mediobanca. Si occupa di studi di settore, economia industriale e tematiche inerenti al family business. I suoi principali ambiti di ricerca riguardano i comparti del food &amp; beverage, retail ed energy &amp; utilities.</p></blockquote>
<p><strong>Le performance economiche dei maggiori produttori di vino </strong></p>
<p>Il report dell’Area Studi Mediobanca analizza le maggiori imprese produttive ope­ranti nel settore vinicolo attraverso l’osservazione della loro dinamica economica e patrimoniale. Nell’ultima edizione sono state considerate 255 società italiane di capitali con fatturato 2024 maggiore di 20 milioni di euro. L’incertezza dello scenario e le molteplici variabili in gioco hanno fatto sì che nel 2025 le vendite complessive siano calate del -2,8% sul 2024, in misura superiore sul mercato este­ro (-3,4%) rispetto a quello nazionale (-2,2%). La leadership delle vendite nel 2025 resta appannaggio del gruppo Cantine Riunite-GIV, con fatturato pari a 635,1 mi­lioni di euro (-4,6% sul 2024). Al secondo posto si conferma il polo vinicolo Argea (462,9 milioni di euro, -0,3%), seguito da IWB con 395,9 milioni di euro (-1,5% sul 2024). Nel 2025 hanno mostrato una maggiore tenuta i vini spumanti (-1,5% le vendite complessive); i vini biologici hanno raggiunto il 6,2% del mercato (-0,8% le vendite). Un terzo delle vendite di vino è stato veicolato dalla GDO, il principale tra i canali, che nel 2025 ha subito un calo a valore del -1,4% rispetto al 2024. Più marcata la flessione delle vendite on premise: il valore dell’Horeca, che rappresenta il 17,2% del mercato, si è ridotto del -2% mentre quello di enoteche e wine bar (market share al 5,5%) del -5,1%. Più resilienti, invece, le vendite dirette (-1% sul 2024) che si attestano al 7,8% del mercato. Non decolla il mercato dell’online: nel 2025 le vendite sui siti internet azien­dali hanno subìto una flessione del -2,4% e quelle sulle piat­taforme di terzi del -3,6%. Relativamente alle esportazioni, l’intermediario importatore si conferma il principale canale di vendita con una quota del 77,3%. I Paesi UE hanno assorbito il 37,2% del fatturato estero, in diminuzione del -2,8% sul 2024, invece le vendite negli Stati Uniti si sono ridotte del -6,3%. Infi­ne, nel 2025 è peggiorata la marginalità dei maggiori produt­tori di vino: l’Ebitda si è ridotto del -4,2% sul 2024, l’Ebit del -9,5% e il risultato netto del -7,5% (<strong>Figura 1</strong>).</p>
<p><strong>Caratteristiche del sistema imprenditoriale italiano</strong></p>
<p>Il vino è un prodotto altamente segmentato per caratteri­stiche intrinseche, luogo, tecniche di produzione e fascia di prezzo. Una tale varietà si riflette sugli assetti organizza­tivi e sui modelli di governance che le società produttrici si sono date. Di tali caratteristiche è necessario tenere conto se si intende sviluppare qualche riflessione sulla capacità dell’industria di generare valore. All’interno del settore vi­tivinicolo nazionale è imprescindibile distinguere il mondo cooperativo, contraddistinto da specifiche caratteristiche strutturali. Dal punto di vista della struttura finanziaria, le cooperative presentano un rapporto tra i debiti finanziari e i mezzi propri (debt equity ratio) che nella media del perio­do 2020-2024 è stato di 2,6 volte maggiore rispetto a quello delle società nazionali non cooperative. Tale minore patri­monializzazione riflette uno specifico assetto organizzati­vo. I soci conferenti apportano la materia prima e, di con­seguenza, le cooperative mancano di buona parte delle fasi produttive a monte della filiera nelle quali si concentrano la maggior parte degli immobilizzi (terrenti e cespiti produtti­vi). A ciò si aggiunge il fatto che il maggior ricorso al debito finanziario è favorito dalla possibilità di accedere a forme di finanziamento peculiari e relativamente meno onerose, quali ad esempio i prestiti sociali, anche se il costo medio del debito è cresciuto, passando dall’1,5% medio del trien­nio 2020-2022 al 4,9% del 2024, che non si discosta molto da quello delle non cooperative (5,1% del 2024). Quanto alla redditività, nelle cooperative essa risente del fatto che la remunerazione dei soci avviene implicitamente attraverso i prezzi a essi riconosciuti a fronte del conferimento di uve e prodotti. In media nel 2020-2024 la redditività del capita­le investito (ROI-Return on investment) delle cooperative è stata del 2,7%, quella delle società di capitali del 6%. Tutta­via, è soprattutto la capacità di estrarre margini dalle vendi­te realizzate che marca la principale distanza strutturale tra i due modelli produttivi. In media nel periodo 2020-2024 il rapporto tra MON e fatturato (EBIT margin) nelle coopera­tive si è fermato all’1,8% contro il 9% delle altre società. Ciò dipende da più fattori, tra i quali principalmente la presenza prevalente delle cooperative in segmenti produttivi a basso invecchiamento e orientati per lo più al mass market. Infat­ti, prezzi più competitivi per presidiare tutti i canali della distribuzione e molteplici sbocchi di mercato comprimo­no la marginalità operativa (4,6% l’EBIT margin medio del­le imprese con posizionamento mass-market o premium accessibile) che, invece, raggiunge il 15,7% per le imprese che producono vini super premium. Queste ultime, spesso caratterizzate da una struttura produttiva a maggiore assor­bimento di capitale e integrazione verticale, sono, al contra­rio, penalizzate nella redditività del capitale investito (ROI medio al 5,1% vs 7,1% per il mass-market). Il meccanismo di generazione del valore, che richiede la capacità di realizzare margini industriali rispetto al fatturato, ma anche quella di realizzare tale obiettivo con un uso relativamente parsimo­nioso di capitale rispetto al volume delle vendite, trova nel raggiungimento di una adeguata dimensione aziendale la più efficace chiave di volta.</p>
<p><strong>Il futuro del vino: tra cambiamento dei consumi e break strutturale</strong></p>
<p>Quanto sopra descrive le dinamiche fino ad oggi. Sarà così anche in futuro? Il 70% dei produttori di vino ritiene che il set­tore sarà ancora attrattivo ma destinato a un processo di se­lezione più severo. Il focus resterà su una produzione di qua­lità e sulla possibilità di vivere esperienze di degustazione; mentre il presidio dell’intera filiera produttiva e commerciale è ritenuto il modello organizzativo più adeguato. In questa direzione si muovono anche le operazioni di M&amp;A, insieme a iniziative finalizzate a esigenze di consolidamento locale e a tematiche di passaggio generazionale, le cui decisioni devo­no necessariamente includere opportune scelte di governan­ce al fine di massimizzare le performance aziendali.</p>
<blockquote><p><strong>Titolo</strong></p>
<p>Il settore vinicolo in Italia (Ed. 2026)</p>
<p><strong>Autore</strong></p>
<p>Mediobanca &#8211; Area Studi</p>
<p><strong>Link</strong></p>
<p>https://www.areastudimediobanca.com/it/product/il-settore-vinicolo-italia-ed-2026</p>
<p><strong>Abstract</strong></p>
<p>L&#8217;indagine contiene un&#8217;analisi del mercato italiano del vino ed esamina le performance economico-finanziarie del periodo 2020-2025 di 255 società di capitali italiane con fatturato 2024 superiore a 20 milioni di euro e ricavi aggregati pari a 12 miliardi. Lo studio comprende un approfondimento sui canali distributivi, sui mercati di sbocco e sulle tipologie di prodotto, senza dimenticare le denominazioni regionali. Uno sguardo ulteriore è rivolto alle principali operazioni di M&amp;A e alla governance. Il report contiene anche un contributo elaborato dalla Fondazione Qualivita sul comparto vinicolo DOP IGP.</p></blockquote>
<h3>La Dop economy del vino: evoluzione e prospettive</h3>
<p>Per la prima volta il Rapporto di Mediobanca del 2026 inclu­de anche un contributo della Fondazione Qualivita dedicato al comparto dei vini DOP e IGP e al ruolo dei Consorzi di tutela. L’approfondimento affianca all’analisi economico-finanziaria del settore una lettura del sistema delle IG, come elemento utile a comprendere le dinamiche competitive, territoriali e organizzative del vino italiano. La sezione analizza i principa­li dati economici del comparto, che conta 522 denominazio­ni DOP e IGP e rappresenta il 79% del valore del vino nazionale, e approfondisce le trasformazioni in corso nel settore e nel mercato attraverso uno studio sulle modifiche ai disciplinari di produzione nel quadriennio 2022-2025. L’analisi, elaborata sui dati ufficiali del Masaf e della Commissione europea, prende in esame oltre 440 modifiche relative a più di 160 denominazio­ni italiane e interpreta le principali tendenze del comparto at­traverso quattro ambiti chiave: Produzione, Territorio, Merca­to e Consumatori. Una lettura inedita che, come una “bussola evolutiva”, evidenzia le prospettive verso cui si orienta la Dop economy, settore strategico per consolidare il valore del vino italiano e la sua reputazione nel mondo.</p>
<p><strong>L’analisi delle modifiche ai disciplinari di produzione </strong></p>
<p>L’analisi delle modifiche ai disciplinari di produzione appro­vate nel quadriennio 2022-2025 offre una chiave di lettura efficace per comprendere la direzione di sviluppo del vino italiano. Nel sistema delle DOP e IGP, infatti, la tutela dell’o­rigine non coincide con la cristallizzazione delle regole: al contrario, la forza delle denominazioni risiede anche nella capacità di aggiornarsi, adattandosi a contesti climatici, tecnologici e di mercato in rapida trasformazione, senza perdere il proprio ancoraggio alla tradizione e al territorio.</p>
<p>L’esame delle oltre 440 modifiche (<strong>Figura 1</strong>) mostra come i disciplinari siano strumenti dinamici di governo delle filiere, costruiti attraverso un percorso che coinvolge Consorzi di tu­tela, produttori e istituzioni. In questo senso, le revisioni non rappresentano semplicemente un adeguamento tecnico, ma raccontano l’evoluzione stessa del comparto: un settore che, per restare competitivo, deve saper bilanciare continuità identitaria e capacità di innovazione.</p>
<p>Le modifiche osservate possono essere lette lungo quattro grandi direttrici: Produzione, Territorio, Mercato e Consu­matori. Sul versante produttivo emergono gli interventi volti a rendere più flessibili le regole colturali e di trasformazione, così da rispondere alle nuove condizioni ambientali e alle esi­genze della filiera. Si tratta di un ambito sempre più rilevante, perché il cambiamento climatico impone alle denominazioni un aggiornamento costante degli strumenti normativi e tec­nici che governano la produzione. Accanto alla dimensione produttiva, le modifiche riguardano anche il Territorio, con interventi che rafforzano il legame tra denominazione e area di origine e che contribuiscono a definire con più precisione il perimetro identitario dei vini DOP e IGP. Il disciplinare, in questo caso, è un presidio di valorizzazione territoriale, ca­pace di esprimere in modo sempre più chiaro il rapporto tra vino, paesaggio e comunità locale. Sul fronte del Mercato e dei Consumatori, infine, le revisioni riflettono la necessità di dialogare con un contesto in cui cambiano canali distributivi, modelli di consumo e aspettative del pubblico. La crescente attenzione alla leggibilità delle informazioni, alla trasparenza e alla capacità delle denominazioni di comunicare il proprio valore si traduce in un’evoluzione dei disciplinari che va oltre l’ambito strettamente produttivo e tocca direttamente il po­sizionamento commerciale e reputazionale dei vini italiani.</p>
<p>Nel loro insieme, queste trasformazioni confermano che il sistema delle Indicazioni Geografiche non è un modello sta­tico, ma un organismo vivo, capace di reagire ai cambiamenti e di incorporarli in un quadro di regole condivise. È proprio la visione d’insieme di questo “movimento” a rendere il settore dei vini DOP e IGP un elemento chiave per leggere la direzione e le prospettive del vino italiano.</p>
<div class="entry-content">
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-02/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 2026 n°02</strong></a></p>
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/07/Il-settore-vinicolo-in-Italia_Consortium-31.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/il-settore-vinicolo-in-italia-stato-dellarte-e-contesto-competitivo/">Il settore vinicolo in Italia: stato dell’arte e contesto competitivo</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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		<title>Adattarsi ai cambiamenti climatici: cosa influenza le scelte dei produttori di Indicazioni Geografiche?</title>
		<link>https://www.qualivita.it/news/adattarsi-ai-cambiamenti-climatici-cosa-influenza-le-scelte-dei-produttori-di-indicazioni-geografiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Laschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 13:39:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[AGROALIMENTARE]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[RICERCAIG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno studio dell’Università di Padova indaga la propensione all’adattamento al cambiamento climatico dei produttori IG veneti, dimostrando come il rigore dei disciplinari DOP non freni la resilienza Il cambiamento climatico è ormai una realtà che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/adattarsi-ai-cambiamenti-climatici-cosa-influenza-le-scelte-dei-produttori-di-indicazioni-geografiche/">Adattarsi ai cambiamenti climatici: cosa influenza le scelte dei produttori di Indicazioni Geografiche?</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Uno studio dell’Università di Padova indaga la propensione all’adattamento al cambiamento climatico dei produttori IG veneti, dimostrando come il rigore dei disciplinari DOP non freni la resilienza</em></p>
<p>Il cambiamento climatico è ormai una realtà che impatta tutti, ma in modo particolare l’agricoltura. Durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (COP27, nel 2022), è stato sottolineato quanto sia fondamentale condividere buone pratiche di adattamento, soprattutto tra produttori e istituzioni pubbliche. Adattarsi ai cambiamenti climatici significa modi­ficare le proprie pratiche per ridurre i danni o sfruttare eventuali vantaggi (IPCC, 2014). In agricoltura, queste strategie possono essere molto diverse: si va dall’uso di nuove tecnologie alla scelta di colture più resistenti, dal cam­biamento dei calendari di raccolta fino a decisioni più profonde sulla gestio­ne aziendale.</p>
<p>Per i produttori di Indicazioni Geografiche – come le DOP e le IGP – adattarsi è ancora più complesso. Questi prodotti, infatti, sono legati in modo stretto al territorio e alle sue condizioni climatiche e ambientali. Cambiare un disci­plinare di produzione – che regola confini geografici dell’area di produzio­ne, varietà coltivate, date di raccolta – è difficile, lungo e richiede l’accordo di molti attori. Questo rende le IG particolarmente vulnerabili: la capacità di adattamento, infatti, dipende dalla volontà e dalla possibilità degli attori loca­li di innovare, entro i limiti imposti dal disciplinare di produzione. Nonostante la centralità del tema, gli studi in merito sono ancora limitati, soprattutto nei Paesi ad alto reddito. Molti studi si concentrano sul vino, ma si sa poco sulle scelte di adattamento delle altre produzioni agroalimentari certificate (es. si vedano in merito i lavori di Marescotti et al., 2020; Henry, 2023).</p>
<blockquote><p><strong>Dana Salpina</strong><br />
Ricercatrice presso l&#8217;Euro-Mediterranean Center on Climate Change (CMCC) e professoressa a contratto presso l’Università degli Studi di Padova.</p>
<p><strong>Francesco Pagliacci</strong><br />
Professore Associato in Economia Agraria presso il Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali (TESAF) dell’Università degli Studi di Padova.</p></blockquote>
<p>Questo studio tenta di colmare questa lacuna di conoscenza, analizzando le strategie di adattamento locale nel contesto delle IG agroalimentari nella Regione Veneto. Obiettivo del lavoro è quello di rispondere a due domande di ricerca: Quali strategie di adattamento vengono adottate? Cosa spinge (o frena) i produttori nel fare queste scelte? Attraverso un que­stionario online, rivolto ai produttori di IG agroalimentari, si è cercato di testare come l&#8217;adattamento ruoti attorno alla com­plessa interazione di diversi fattori, suddivisibili in quattro ambiti principali: i) Caratteristiche socio-demografiche dei produttori (ad esempio, età, sesso e livello di istruzione); ii) Gestione aziendale (agricoltori a tempo pieno vs. part-time) e partecipazione a reti sociali; iii) Caratteristiche del prodotto (produzioni vegetali vs. animali, produzioni DOP vs. IGP); iv) entità e percezione del cambiamento climatico.</p>
<h4>Metodologia</h4>
<p>L’analisi si concentra sulla Regione Veneto non solo per l’importanza che le IG agroalimentari rivestono nell’eco­nomia della regione (nei comuni della regione possono essere prodotte 18 DOP e 18 IGP agroalimentari) (ISME­A-Qualivita, 2022) ma anche perché la regione è partico­larmente esposta agli effetti del clima che cambia: si re­gistrano temperature più alte, piogge meno prevedibili e più eventi estremi. Ai produttori di IG agroalimentari della Regione Veneto – con il supporto di Consorzi e Or­ganizzazioni di Produttori (OP) – è stato somministrato un questionario online. Dopo una fase pilota (dicembre 2021), l’indagine è stata condotta tra gennaio e agosto 2022. Complessivamente, sono state raccolte 183 rispo­ste, ma solo 137 sono state quelle valide. Il campione fi­nale comprende 29 produttori di IG animali (ad esempio, formaggi, prodotti a base di carne) e 108 produttori di IG vegetali (ad esempio, ciliegie, radicchio).</p>
<p>Dopo una prima analisi delle statistiche descrittive, rela­tivamente a percezione di cambiamenti climatici, eventi estremi e pratiche di adattamento, un modello econo­metrico logit multinomiale è stato utilizzato per analizzare i fattori che possono influenzare la disponibilità ad adottare strategie di adattamento a livello aziendale. Sono stati stimati diversi modelli, usando una stessa va­riabile dipendente, rappresentata dalla distinzione tra: i) avere già adottato misure di adattamento; ii) avere in­tenzione di farlo in futuro e iii) non avere intenzione di adottare tali misure. Tra le variabili esplicative testate, sono state incluse: caratteristiche socio-demografiche, gestione aziendale e reti, caratteristiche del prodotto, percezione e dati sul cambiamento climatico (oltre a una variabile di controllo sull’altitudine).</p>
<h4>Risultati</h4>
<p>La <strong>Tabella 1 </strong>riporta le principali statistiche descrittive del campione di 137 produttori intervistati, con rife­rimento alle caratteristiche socio-demografiche, alla gestione dell&#8217;azienda e reti sociali e alle caratteristiche del prodotto. Inoltre, rispetto al cambiamento climati­co, i dati forniti da Ferrari e Gjergji (2020) e alcune del­le variabili accessorie raccolte nel sondaggio aiutano a caratterizzarne la portata. In media, i comuni in cui sono localizzati i terreni dei produttori hanno registrato un aumento pari a +2,7 °C, nel confronto tra 1961-1970 e 2009-2018. Inoltre, questi cambiamenti si vedono: il 90% dei produttori ha notato cambiamenti concreti nel clima. In particolare, preoccupano le piogge sempre più irregolari (per l’80% circa dei produttori), le temperatu­re in aumento, gli eventi meteorologici estremi sempre più frequenti.</p>
<p>Tuttavia, l’adattamento è ancora parziale: solo un pro­duttore su quattro ha già adottato misure di adattamen­to, mentre uno su tre circa pensa di farlo in futuro. Tra le misure più comuni ci sono le assicurazioni agricole e il ricorso ad attività di formazione tecnica e di consulenza. I produttori di IG vegetali puntano su nuove varietà, mi­glior gestione dell’irrigazione e dei parassiti. Quelli di IG animali investono su impianti di raffrescamento in stalla e sull’importazione di foraggio.</p>
<p>Analizzando i dati, lo studio ha poi individuato i princi­pali fattori che spingono un produttore a implementare misure di adattamento o meno. Nello studio, sono stati stimati 5 distinti modelli econometrici. I risultati mo­strano che il livello di istruzione è tra i principali fattori che influenzano la scelta di adattarsi ai cambiamenti cli­matici (rispetto all’opzione di non adattare): chi ha stu­diato in ambito agrario è molto più propenso ad adottare misure di adattamento. Anche il tipo di lavoro agricolo è importante: chi lavora a tempo pieno è più coinvolto e disposto a innovare (anche in termini di adattamento) rispetto a chi ha un’attività agricola part-time. Per quan­to riguarda il tipo di IG, i produttori di IG vegetali sono meno propensi ad adattare rispetto ai produttori di IG animali. Infine, l’esperienza diretta del cambiamento cli­matico conta: chi vede con i propri occhi gli effetti del clima tende ad agire. Un risultato interessante riguarda invece il tipo di certificazione (DOP o IGP). Contraria­mente a quanto si potrebbe pensare, la maggiore rigidi­tà dei disciplinari DOP non sembra frenare l’adattamen­to più di quanto accada per le IGP.</p>
<h4>Conclusioni</h4>
<p>Analizzando le strategie di adattamento al cambiamen­to climatico da parte dei produttori di IG agroalimen­tari nella Regione Veneto emergono alcune indicazioni di interesse. Nonostante un’elevata consapevolezza del cambiamento climatico, solo il 50% dei produttori ha adottato o intende adottare misure di adattamento. Tutti i principali fattori esplicativi utilizzati nel model­lo risultano importanti per spiegare tali scelte, mentre appare in parte inatteso il ruolo giocato dal tipo di cer­tificazione (DOP o IGP), che non risulta significativo. Tuttavia, questo risultato sembra essere supportato anche dall&#8217;analisi delle principali barriere osservate dai produttori: i soggetti intervistati sono infatti molto più preoccupati dalla mancanza di risorse finanziarie o dalle difficoltà di accesso ai fondi pubblici (ad esempio, quel­li della Politica di Sviluppo Rurale). Anche i problemi di scarsa informazione e limitata diffusione della cono­scenza sembrano rappresentare una barriera al processo di adattamento.</p>
<p>Di conseguenza, emergono alcune indicazioni pratiche, non solo per il contesto regionale ma anche per quello di altri territori. L’analisi suggerisce che, oltre a mag­giori risorse economiche e un accesso semplificato ai fondi pubblici (ad esempio nella nuova PAC 2023–2027) è altresì fondamentale migliorare la diffusione delle informazioni, ad esempio sull’efficacia delle nuove tec­nologie o su come altri produttori o altri sistemi di IG affrontano gli stessi problemi e gli stessi rischi. Le reti di collaborazione tra produttori (peer-to-peer) e le attività di formazione possono fare la differenza. In particola­re, i Consorzi e OP devono avere un ruolo attivo, anche come “mediatori di innovazione”, facilitando il dialogo tra agricoltori e mondo della ricerca.</p>
<p>In sintesi, il cambiamento climatico è una sfida concreta per i produttori di IG. Lo studio mostra che la volontà di adattarsi c’è, ma non è ancora diffusa quanto servirebbe. La buona notizia è che educazione, esperienza e colla­borazione possono fare da motore del cambiamento. Le politiche pubbliche, quindi, dovrebbero puntare non solo su finanziamenti, ma anche su formazione, condivi­sione delle conoscenze e sostegno alle reti locali, facili­tando il trasferimento delle conoscenze. Infine, sarebbe importante che ulteriori studi replicassero l&#8217;indagine in altri Paesi o regioni, oppure estendessero il confronto anche a gruppi di produttori che operano al di fuori de­gli schemi di qualità, contribuendo così ad aumentare e a diffondere la conoscenza su questi temi così importanti.</p>
<blockquote>
<h4>RIFERIMENTI RICERCA</h4>
<p><strong>Titolo<br />
</strong>Adapting to climate change: what really drives the choices of the producers of Geographical Indications?</p>
<p><strong>Autore<br />
</strong>F. Pagliacci, D. Salpina</p>
<p><strong>Fonte<br />
</strong>Bio-based and Applied Economics 13(3) 265-283<br />
Doi: https://doi.org/10.36253/bae-15221</p>
<p><strong>Abstract </strong></p>
<p>In un’epoca caratterizzata da rapidi cambiamenti climatici, si fa sempre più pressante l’esigenza di individuare le migliori prati­che di adattamento ai cambiamenti climatici in agricoltura e di comprendere i fattori che determinano la disponibilità dei pro­duttori ad attuare strategie di adattamento. Molti studi prendono in esame esclusivamente l’agricoltura tradizionale e settori specifici (ad esempio, quello vitivinicolo), mentre è stata prestata scarsa attenzione ai prodotti certificati e di alta qualità nel loro complesso. Per colmare questa lacuna di conoscenza, nel 2022 è stata condotta un&#8217;indagine online basata su un questio­nario rivolta a 137 produttori di prodotti agroalimentari a Indicazione Geografica nella Regione Veneto (Italia nord-orientale). Utilizzando un modello logit multinomiale, questo studio evidenzia i fattori che spiegano le strategie di adattamento distin­guendo tre casi: (i) agricoltori che hanno implementato strategie di adattamento; (ii) agricoltori che intendono implementarle in futuro; (iii) agricoltori che non le hanno né attuate né intendono farlo. I risultati suggeriscono che le caratteristiche socio-de­mografiche, in particolare l’istruzione, sono rilevanti, con i produttori in possesso di un diploma di scuola superiore in agri­coltura che mostrano una maggiore disponibilità ad adattarsi. Inoltre gli agricoltori a tempo pieno presentano una maggiore probabilità di aver già attuato strategie di adattamento. Infine, anche l’osservazione diretta dei cambiamenti climatici nell’area di produzione influenza le decisioni di adattamento degli agricoltori</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<ol>
<li>Ferrari, L., Gjergji, O. (2020). Il riscaldamento climatico in Europa, comune per comune. In: European Data Journalism Network. Available at: https://www.europeandatajournalism.eu/ita/Notizie/Data-news/Il-riscaldamento-climatico-in-Europa-comune-per-comune (last accessed on 19th December 2022).</li>
<li>Henry, L. (2023). Adapting the designated area of geographical indications to climate change. American Journal of Agricultural Economics 105, 1088-1115. https://doi.org/10.1111/ajae.12358.</li>
<li>IPCC (2014). Annex II: Glossary. IPCC: Geneva (CH). https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/02/WGIIAR5-AnnexII_FINAL.pdf (last accessed on 20th December 2022).</li>
<li>Ismea-Qualivita (2022). Rapporto sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole italiane DOP IGP STG. Fondazione Qualivita, Siena, Italia. https://www.qualivita.it/osservatorio/rapporto-ismea-qualivita/#toggle-id-1 (last accessed on 18th December 2022).</li>
<li>Marescotti, A., Quiñones-Ruiz, X.F., Edelmann, H., Belletti, G., Broscha, K., Altenbuchner, C., Penker, M., Scaramuzzi, S. (2020). Are Protected Geographical Indications Evolving Due to Environmentally Related Justifications? An Analysis of Amendments in the Fruit and Vegetable Sector in the European Union. Sustainability 12(9), 3571. https://doi.org/10.3390/su12093571.</li>
<li>Salpina, D., Pagliacci, F. (2022b). Are We Adapting to Climate Change? Evidence from the High-Quality Agri-Food Sector in the Veneto Region. Sustainability 14(18), 11482. https://doi.org/10.3390/su141811482.</li>
</ol>
</blockquote>
<p>Fonte: <a href="https://www.qualivita.it/pubblicazioni/consortium-2026-02/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consortium 2026 n°02</strong></a></p>
<div class="entry-content">
<div class="entry-content">
<p><strong><a href="https://www.qualivita.it/wp-content/uploads/2026/07/Adattarsi-ai-cambiamenti-climatici_Consortium-31.pdf" target="_blank" rel="noopener">SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO</a></strong></p>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.qualivita.it/news/adattarsi-ai-cambiamenti-climatici-cosa-influenza-le-scelte-dei-produttori-di-indicazioni-geografiche/">Adattarsi ai cambiamenti climatici: cosa influenza le scelte dei produttori di Indicazioni Geografiche?</a> proviene da <a href="https://www.qualivita.it">Fondazione Qualivita</a>.</p>
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